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Dennis Rodman: luci e ombre del talento più controverso dell’NBA

Oltre all’esibizionismo che lo ha sempre caratterizzato, nel rimbalzista più forte della storia c’è tanto altro: debolezze, insicurezze e tanta umanità.

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In una realtà da sempre divisa in estremi chi fa la differenza è chi sta nel mezzo, chi tenta di unire luci e tenebre della propria quotidianità dando vita alla tempesta perfetta. Dennis Rodman è proprio questo, un connubio impeccabile di inconciliabili opposti: genio e follia, narcisismo e insicurezza, esibizionismo e vergogna. 

Il personaggio che tutti conoscono si caratterizza per storie con partner di alto spessore, tra cui la cantante Madonna e l’attrice Carmen Electra, amicizie apparentemente impossibili, su tutte quella con il leader nordcoreano Kim Jong-un, e una spasmodica quantità di piercing, tatuaggi e colori di capelli. La vita ci insegna però che chi ostenta con opulenza ogni suo minimo lato, non faccia altro che tentare di cucire una pezza sulle falle della propria vita, come una adolescenza burrascosa e una famiglia assente. 

L’infanzia difficile 

Dennis Keith Rodman nasce il 13 maggio 1961 in New Jersey.  Il padre Philander, veterano del Vietnam, abbandona la famiglia quando Dennis era un bambino per andare nelle Filippine dove, a detta sua, ha avuto poi 28 figli. 

La madre cresce il giocatore e le due sorelle nel quartiere più povero di Dallas dove arriva a fare anche quattro mestieri contemporaneamente per riuscire a mantenerli. Il rapporto di Dennis con il lato femminile della sua famiglia è però pessimo: la madre tralascia il figlio per occuparsi esclusivamente di Debra e Kim che, atletiche e fisicamente idonee, sfondano fin da subito nella pallacanestro. 

Dennis, al contrario, a 18 anni sfiora il metro e settantacinque di altezza: la squadra di football dell’high school lo scarta e per il basket è troppo basso. Intraprende una pessima strada, scappa di casa, commette dei furti e trascorre una notte in cella.  

“Dormivo a casa di gente che conoscevo, dormivo nei parchi, dormivo dietro un 24/7. Di giorno camminavo in giro, non sapevo cosa fare”

Carriera e caratteristiche tecniche 

La svolta avviene a 20 anni quando, incredibilmente, Dennis cresce più di 20 cm diventando quasi due metri. Arriva così l’interesse della Southeastern Oklahoma State University, un college con aspirazioni tutt’altro che alte in materia di basket, ma per Dennis è l’unica opportunità di evadere da quella realtà tossica di cui è protagonista. 

A Oklahoma conosce Bryne Rich, con cui instaura un rapporto fraterno: la famiglia dapprima lo ospita in casa e successivamente, una volta conosciuto a fondo quel giovane misterioso, decide addirittura di adottarlo. È la prima, vera, famiglia di Dennis.

Il soprannome “The Worm” (Il verme) ha una storia tutt’oggi non chiara: c’è chi sostiene che gli fu attribuito dalla madre perché, ancora adolescente, passava le giornate a giocare a pinball e c’è invece chi lo lega alle doti tecniche del giocatore: abilissimo a “sgusciare” fuori da uno stretto agglomerato di maglie palla alla mano. 

Dennis domina fisicamente nella NAIA, competizione tra college: abbina una grande forza a una determinazione fuori dal comune e l’interesse di alcune squadre di NBA inizia a farsi concreto.  La sua carriera nella massima lega inizia così nel 1986 con la maglia dei Pistons, soprannominati “Bad Boys” per il loro approccio duro nei match. L’allenatore, Chuck Daily, capisce che trattando di petto il ragazzo ne avrebbe tirato fuori il campione nascosto dentro.

“Alleno la mia mente a credere di dover conquistare ogni rimbalzo solo per poter rimanere nella lega. Se non prendo la palla torno a Dallas, di nuovo in strada, di nuovo in quell’inferno.”

Tra il ’90 e il 91’, Dennis vince per due volte il titolo come miglior difensore di NBA, dal ’92 in poi vincerà sette premi consecutivi come miglior rimbalzista del torneo, nessuno ci era mai riuscito prima.  The worm acquista sicurezza nei suoi mezzi, a Detroit vince due titoli NBA e l’infanzia difficile sembra solo un brutto ricordo, almeno fino al 1993.

Il mentore Chuck a fine stagione rescinde il suo contratto con i Pistons e Dennis ripiomba del peggiore degli incubi.  L’11 febbraio viene trovato chiuso nella sua macchina con un fucile puntato alla testa e mille fantasmi che popolano la sua mente. Dirà poi in una intervista che quella notte uccise il Dennis malvagio, il Mr Hide del giocatore Dr Jekyll.

Per Dennis è l’inizio di una nuova era: gioca per due stagioni nei San Antonio Spurs e inizia a costruire l’immagine che ora tutti abbiamo di lui. Capelli di ogni colore possibile, atteggiamento rissoso in campo, outfit imprevedibili, relazioni malate.  Dennis non si presentò per gara 5 delle finali di Conference e a fine stagione, di comune accordo con la società, approda ai Chicago Bulls della leggenda Michael Jordan.

Qui, oltre a compagni stellari, trova un allenatore che lo capisce: Phil Jackson sa che per ottenere il massimo in campo dal miglior rimbalzista deve concedergli delle “pause” neanche immaginabili per qualsiasi altro giocatore. 

Il mito Rodman raggiunge il suo apice in questi anni: diventa ospite fisso di molti casinò e pub, spettatore e protagonista di incontri di Wrestling, ostenta ricchezza e sicurezza. Arriva addirittura  a sposarsi con se stesso per promuovere l’uscita del suo libro “Bad as I wanna be”.

“Come si concia o cosa dice non mi interessa. Abbiamo imparato a convivere con lui e ad accettarlo perché, anche se ogni tanto la sua mente si perde, non c’è nessuno che si butta come lui nei lavori più duri in campo.”

Michael Jordan

In campo, però, è l’incubo peggiore di ogni avversario: con la maglia del Bulls vince tre titoli NBA in altrettanti anni, riscrive la storia del basket e si prepara a entrare nell’olimpo di tale sport.  Dopo la stagione 98’, The last dance, abbandona, come quasi tutti i compagni, Chicago per decisione della società, in particolare di Jerry Krause. 

Dennis non tornerà mai più a quei livelli: Chuck Daily prima e Phil Jackson poi sono le uniche figure paterne della sua vita, si aggrappa a loro e in quegli anni dimentica le voragini che ha dentro.  Non possiamo ricordare Dennis Rodman solo per il suo egocentrismo, le sue ostentazioni, le sue follie; Dennis Rodman ha scritto la storia del basket americano. 

È stato inserito nella Basketball Hall of Fame e ha pianto, commosso, davanti a migliaia di persone, ringraziando i compagni dei Bulls per essere stati la famiglia che non ha mai avuto.  La straordinaria umanità di questo ragazzo, nascosta sotto chili di trucco, è ciò che dobbiamo veramente ricordare.

Quindi grazie Dennis, grazie per essere umano. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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