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Maxiprocesso: le persone e le storie. La strage di via D’Amelio e quel grido “fuori la mafia dallo Stato”

Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Per non dimenticarli, per non dimenticare.

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Erano le 16:58 di ventotto anni fa, ed a Palermo, in via D’Amelio, esplodeva una Fiat 126 rubata ed imbottita di tritolo. In quella stessa via, il 19 luglio 1992, il magistrato Paolo Borsellino stava andando a salutare la madre Maria Pia, accompagnato dalla sua scorta. Era domenica.  

Lo stesso giorno, dopo l’esplosione e nello sgomento generale, un giornalista chiese ad Antonino Caponnetto, fino a poco tempo prima a capo del Pool antimafia che aveva colpito così fortemente la mafia siciliana, “non c’è assolutamente speranza per questa città?”. Caponnetto rispose “è finito tutto”, mentre con le mani stringeva quelle del giornalista, che a loro volta stringevano il microfono. Era tutto uno stringersi attorno a Palermo, attorno alla Sicilia, attorno al Paese. E per la prima volta dopo anni, forse anche lo Stato capì.  

Arrivò in ritardo, certo, quando le persone, palermitani e non, avevano già iniziato a reagire da alcuni mesi e si sentivano sole nel farlo. Dopo la strage di Capaci, il 23 maggio del 1992, si era costituito un comitato, quello dei lenzuoli: lenzuola bianche alle finestre e voci sempre più alte per le strade, tutti quegli omicidi di mafia, tutta quell’escalation di violenza, la Sicilia non riusciva più a tollerarla. E quei magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e tutti i giudici, i poliziotti, i giornalisti, gli innocenti, meritavano una risposta, meritavano un cambiamento. 

Nei due mesi che seguirono alla morte di Giovanni Falcone e preannunciarono quella di Paolo Borsellino, il magistrato parlò tantissimo, in televisione, ai giornali, nelle biblioteche. Raccontò dell’amico e collega, raccontò del Maxiprocesso che si era concluso in Cassazione nel gennaio di quello stesso anno con molte condanne. Soprattutto indagò senza sosta sulla strage di Capaci, per trovare gli esecutori di quegli omicidi efferati. Non si arrese e continuò nella sua attività di uomo di legge: ma la voce era stanca, lo sguardo addolorato. E lui era sempre più solo. “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano” disse al giornalista Lamberto Sposini parafrasando Ninni Cassarà, in quella famosa intervista con la polo verde, un mese prima di morire. Sorrise, a tratti, anche in quel frangente, perché Paolo Borsellino era sempre stato, malgrado le circostanze, un uomo pieno di vita. Uno che credeva nel suo lavoro: “la sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in… in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare… dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro.”

strage di via D'Amelio
Paolo Borsellino durante l’intervista a Lamberto Sposini, 24 giugno 1992

Sullo sfondo c’era uno Stato che non prendeva posizioni, se non sommesse: il 25 maggio 1992, due giorni dopo l’omicidio di Giovanni Falcone avvenuto nel pieno dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro fu preferito a Giulio Andreotti, la cui candidatura doveva emergere dopo qualche scrutinio. Fu ritenuta una candidatura impresentabile – a ragione – data la connivenza del più volte Presidente del Consiglio democristiano con la mafia (connivenza, va detto, prescritta a livello processuale per i fatti anteriori al 1980 ed assente per quelli successivi). Si dice che Paolo Borsellino sia stato ucciso da Cosa Nostra non solo per la sua determinazione nel trovare giustizia sulla morte del collega, ma anche per la sua contrarietà alla trattativa tra lo stesso Stato e Cosa Nostra: uno scambio per porre fine al periodo stragista, a quel bagno di sangue che da decenni travolgeva la Sicilia e che si era infittito negli anni ’90, quando la mafia si sentiva più debole. L’unica, timida modalità in cui lo Stato si sentiva di poter gestire Cosa Nostra: come un interlocutore un po’ arrabbiato, alla pari. 

Per tutti questi motivi quel 19 luglio di ventotto anni fa Paolo Borsellino, diventato nel frattempo procuratore aggiunto di Palermo, e gli agenti della scorta che lo accompagnavano, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, furono ammazzati dal tritolo della mafia. Il magistrato aveva chiesto già venti giorni prima dell’attentato di rimuovere i veicoli dalla zona antistante l’abitazione della madre. Ma la domanda, per qualche motivo, era rimasta inevasa.

Quel giorno Paolo Borsellino portava con sé, come sempre, la sua agenda rossa: un’agenda dell’Arma dei Carabinieri, la copertina rigida ed intensa, contenente gli appunti sulle indagini di mafia. Pareva stesse raccogliendo le rivelazioni di alcuni nuovi collaboratori di giustizia, tra cui Gaspare Mutolo, ex autista di Totò Riina, allora latitante. Pare c’entrasse la politica, quella vecchia e quella nuova. L’agenda non fu mai ritrovata e probabilmente sparì poco dopo l’attentato. In qualche fotogramma c’è, in quello dopo non c’è più, forse complice un colonnello dei Carabinieri, prosciolto nel 2008. L’agenda rossa ci porta direttamente ai depistaggi di Stato ed ai processi sulla strage di via D’Amelio, che furono quattro e sono ancora in corso. Nel Borsellino quater si sta discutendo di Servizi Segreti e di uomini delle istituzioni – Mancino, Mannino, Mori – che in qualche modo sapevano e tuttora sanno. Perché mandante di via D’Amelio, così come di Capaci, fu la Cupola di Cosa Nostra – anche le recentissime condanne lo confermano. Ma tutt’intorno c’è, ancora, qualcosa di incerto. 

strage di via D'Amelio
I funerali di Paolo Borsellino, Palermo, 1992

Fu per questo che Agnese Piraino Leto, moglie di Paolo Borsellino, non volle alcuna rappresentanza politica al funerale del marito. Diffuse una nota asciutta, in cui la famiglia rifiutava il rito di Stato, accusando quello stesso Stato di non aver protetto coloro che si erano battuti per estirpare la mafia dalla Sicilia. “Non meritavano questi uomini”, disse riferendosi al marito ma anche a Giovanni Falcone. Mentre le istituzioni non si erano mai meritate quei magistrati, quegli uomini di Stato, le persone sì. I funerali degli uomini della scorta si tennero il 24 luglio 1992 nella Cattedrale di Palermo: furono affollatissimi, dentro e fuori dalla chiesa. Le poche, sparute rappresentanze istituzionali che comunque arrivarono in città per i caduti, il Presidente della Repubblica Scalfaro, il Ministro della Giustizia Martelli, l’ex presidente Cossiga, vennero difese dalla polizia perché travolte dal grido “fuori la mafia dallo Stato!”. I cordoni si spezzarono, la gente di Palermo non si fermò. “Fuori la mafia dallo Stato!”

Sono passati ventotto anni dalla strage di via D’Amelio, e noi ricorderemo questi uomini ogni anno, ogni giorno, per sempre. Perché la strada da percorrere è ancora lunga. La mafia non fa più stragi, non uccide più magistrati e poliziotti, ma si infiltra dove può, ovunque, soprattutto in momenti di crisi. Fuori la mafia dal mondo intero.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Laureata in Giurisprudenza all'Università di Bologna, alunna della Scuola di Politiche, attualmente vivo a Roma, dove ho frequentato un master in Istituzioni parlamentari che mi ha portato a lavorare per qualche tempo alla Camera dei deputati. Appassionata di cinema e politica, le mie radici sono a Rimini, città di Federico Fellini.

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