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Politica

Barbano presenta La Visione:”Il paese riparta da scuola e giustizia”

A Roma il giornalista e saggista Alessandro Barbano presenta il suo ultimo lavoro, La Visione. Un manuale della buona politica.

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La Politica quella vera è fatta di numeri, preparazione e onestà nel racconto dello stato che vive la cosa pubblica. La giusta introduzione musicale alla presentazione de La Visione, ultimo saggio di Alessandro Barbano condirettore del Corriere dello Sport e già Direttore de Il Mattino, sarebbe potuta essere La Cura del maestro Battiato. Dopo due saggi analitici, densi nel racconto di quelle che sono le criticità del paese post elezioni 2018, eccone un terzo con spirito realista e visionario.

Due parole chiave di cui la nostra politica ha tanto bisogno. Il dibattito sul terzo polo, e su quello che dovranno fare gli amministratori di questo paese si è tenuto giovedì a Villa Borghese, presso la Casa del Cinema alla presenza di Maria Elena Boschi, Mara Carfagna, Paolo Mieli, Andrea Riccardi e Gianni Letta, cerimoniere di questo incontro. A margine della prima de La Visione, saggio edito Mondadori, abbiamo raccolto le parole di Barbano sul suo lavoro e su quella che è la strettissima attualità nazionale.

  • Direttore, terzo episodio di una trilogia. Dopo due lavori critici, ecco il terzo in cui sono contenute le linee guida del domani.

 Si questo è un tentativo di dare delle risposte costruens e non solo destruens alla crisi della politica e della democrazia in Italia. Si parte da un’analisi in cui ci sono tre culture che portano una responsabilità, sono la cultura liberale, la cultura riformista socialista e la cultura popolare cristiana. Oggi queste sono senza voce ma, è chiaro che hanno rappresentato un riferimento ed anche una forza di governo nella prima repubblica. Poi si sono indebolite e, anche a causa dei loro errori, si è arrivati alla crisi della democrazia, e dunque all’avvento del populismo. Ma sono anche le tre culture che possono guarire la democrazia se assumono una responsabilità comune, in cui si riconoscono tra di loro. Oggi hanno molti meno motivi per confliggere rispetto a ieri.

  • Perché sono meno confliggenti?

Il liberalismo ha capito che l’idea di un mercato che si autoregola da solo non regge, non funziona. Il socialismo ha capito che insistere sui diritti, prescindendo dalle responsabilità espone la democrazia a diventare ostaggio di minoranze organizzate e quindi occorre un contrappeso ai diritti. E questo contrappeso, non unico ma possibile, può venire dalla cultura dei doveri dell’etica cristiana. Ecco perché queste tre culture oggi hanno l’opportunità di riconoscersi e di transigersi. Possono cercare una sintesi, una sorta di sincretismo. Oggi possono esistere coloro che mettono in connessione la cultura liberale, la cultura popolare e la cultura riformista, senza però essere nessuna di queste tre culture prese singolarmente. Fare sintesi per fare fronte alle sfide della globalizzazione, guardando con spirito critico anche ad alcune distorsioni della globalizzazione.

  • Nel secondo libro comincia parlando di populismo ed antipopulismo. Cos’è allora la buona politica di cui scrive in questo terzo saggio?

La buona politica si incontra in una prospettiva riformista che si sostiene su due presupposti. Il primo è dire la verità. Un realismo visionario va di pari passo all’educazione alla responsabilità della politica che deve spiegare come stanno le cose con parole di verità e contestualmente volontà di cambiare. Guardiamo nel concreto: noi siamo collocati all’interno di un consesso europeo dove abbiamo delle responsabilità nei confronti dell’Europa. Dunque, non possiamo ragione partendo dal presupposto che il Mes sia una fregatura perché ci sono le condizionalità. Dovremmo domandarci invece perché non ci dovrebbero essere le condizionalità. Noi siamo parte di un progetto Europa, perché gli altri Stati dovrebbero darci denaro a credito senza pretendere nulla?

E’ un’educazione alla responsabilità che deve assumersi la politica, non si può ridurre tutto a l’Europa ci frega o non ci frega. Ai cittadini deve arrivare un messaggio chiaro. L’Europa è un terreno di rapporti di forza, di responsabilità, di convenienza e di solidarietà. Dovremmo domandarci se abbiamo convenienza a stare all’interno di questo patto, o piuttosto crediamo che sia possibile fare l’emissione di titoli del debito pubblico. La domanda è se siamo pronti ad indebitarci sulle spalle delle generazioni future, salvo poi esporci alle speculazioni dei mercati. Dobbiamo decidere quale delle due vie riteniamo migliori, questo significa stare nel realismo. 

Alessandro Barbano, saggista ed autore de “La Visione”
  • E perché parla di realismo visionario?

Visionario perché significherebbe coltivare un’idea che la politica della solidarietà e della responsabilità possa fare dell’Europa un grande fattore di crescita comune. Però è evidente che questo può accadere solo se si rispettano le tante responsabilità da parte di ogni paese.

  • Ed il secondo punto?

Disancorare la politica del welfare dalla ricerca del consenso. Il welfare è stato utilizzato per blindare il consenso, dal governo giallorosso tanto quanto dal governo gialloverde. Il populismo strisciante è in questo. Tutti i vari partiti hanno utilizzato la leva del consenso per fare cose che la ragionevolezza imponeva di non fare, per un bieco interesse di consenso.

  • Lei ha parlato moltissimo di scuola e giustizia. Sono i due temi di un paese civile?

Si, è evidente. Giustizia significa diritti, libertà e garanzie mentre scuola è sinonimo di futuro, formazione, investimento ed assunzione della leadership. Sono le due riforme mancate di questo paese, sono le due aree di maggior ritardo. Oggi non si può pensare di bloccare la giustizia solo se blocchi la prescrizione o intervieni su un fattore. Ci vuole una visione a 360° sulla riforma della giustizia, sono sistemi che si sono fermati dentro equilibri che rispondono a chi lavora e non a chi beneficia dei servizi.

  • La giustizia è un caso ancora più singolare

In quel caso c’è stato un debordamento del ruolo. La parità dei poteri previsti dalla Costituzione ha fatto in modo che la giustizia assumesse una primazia nei confronti degli altri poteri e questo è distorsivo. Io credo che i poteri abbiano tutti e tre la stessa dignità, ma una democrazia parlamentare ha nel parlamento il suo primato. Non penso a dire il vero che la magistratura debba essere organizzata come una burocrazia priva di autonomia.

Deve però essere concepita come una burocrazia, perché tale è, dotata di una particolare forma di autonomia che le garantisce una indipendenza riconosciuta ma non assoluta. La politica della giustizia però non può farla la magistratura attraverso l’uso e l’abuso dell’obbligatorietà dell’azione penale, ma la deve fare il parlamento. E questo impone una riforma costituzionale.

Più che rischio direi certezza. Lo stato spende quattro miliardi di denaro pubblico che dovranno essere restituiti a carico di generazioni future, per far uscire dalla maggioranza la famiglia Benetton. Questo vuol dire che li hai puniti. Ma significherà che lo stato ricapitalizzerà una parte di quanto levato e poi un’altra parte di azioni saranno acquistate da soci privati. Nuovi Benetton, in sostanza. Privati e speculatori, che pagheranno Benetton il quale uscirà arricchito da questa trattativa. Il tutto per poter dire di aver punito i colpevoli.

Sarebbe tutto giusto se poi si arrivasse a un progetto di ristrutturazione della rete autostradale, ma questo obiettivo non è mai stato preso in considerazione. E lo stesso vale per Alitalia, spendiamo sette miliardi ma teniamo chiuse le scuole. Il paese si è impegnato in politiche distributive, che rispondono allo statalismo e all’intransigenza moralistica del populismo dei cinque stelle. E’ una follia.

  • Pensando a questo governo fino al 2023, Forza Italia sarà determinante?

Si, di fatto lo sarà. Potrebbe essere una sorta di governo delle larghissime intese, surrettizio e dissimulato. In parte questo sta già accadendo, FI non ha votato la mozione Bonino lo scorso mercoledì. L’obiettivo è prendere tempo ed evitare che la Lega possa egemonizzare il centrodestra. L’obiettivo è evitare che quella destra sposti l’equilibrio del potere intervenendo sull’elezione del Presidente della Repubblica. I forzisti sentono una responsabilità nei confronti dell’europeismo a cui appartengono.

  • Esisterà un terzo polo riformista alla prossima consultazione elettorale?

Io mi auguro di si ma a giudicare da quello che accade dovrei dire di no. Infatti, La Visione è un libro visionario ed utopistico. La domanda sociale però c’è e chi riuscisse ad intestarsi in maniera credibile questa offerta, avrebbe in questo momento il margine di diventare una minoranza consistente che potrebbe almeno eguagliare la rappresentanza dei cinque stelle. C’è una quota di società civile che ha fatto una riflessione sullo sbandamento del decennio precedente e oggi chiede impegno, responsabilità, competenza, serietà e rigore. il futuro è aperto diceva Popper, noi non possiamo sapere come andrà. Non tutte le occasioni che la storia apre vengono prese, questa è un’occasione potenziale.

  • Il Pd ha abdicato al ruolo di polo riformista?

Il Partito democratico non ha mai assolto a questa responsabilità, fosse solo perché è sempre stato contraddistinto da una doppiezza interna tra riformisti e reduci di una vecchia cultura comunista. Poi ha avuto il collateralismo sindacale che ha impedito il riformismo, dalla Cgil ad altre sigle. E infine perché i tentativi di dar vita ad una stagione riformista nella stagione renziana si sono consumati in conflitti intestini. Elementi che hanno indotto la sinistra a tornare su posizioni vecchie, a convincerli nel tornare indietro.

La sinistra si è schiacciata su posizioni social democratiche. Ha sbagliato e perso non perché ha osato troppo, ma perché ha osato troppo poco. Non ha avuto il coraggio di governare i processi, penso al Jobs Act o alla riforma della scuola. La politica di Zingaretti osa poco, vuole assumere i precari senza concorso, rifinanziare Alitalia e non riesce a scontrarsi con i sindacati. La scuola è chiusa perché nessuno ha avuto il coraggio di dire che si sarebbe dovuto entrare in aula a luglio. La pandemia è servita a mettere la testa sotto la cenere e a lasciare che il paese rimanesse così.  

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