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Cultura

Marco Salvati:“La cosa che più mi piace del mio lavoro? Pensare di poter strappare un sorriso”

Lavorare in televisione può sembrare un lavoro da sogno, ma cosa c’è dietro ai programmi che tutti amiamo? Ce lo spiega Marco Salvati, autore televisivo di successo.

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Quotidianamente la televisione ci fa compagnia: ci fa sorridere ma anche piangere, ci fa emozionare e ci trasmette anche qualcosa. Durante il lockdown inoltre è stata una delle nostre finestre sul mondo e ha cercato anche di venirci incontro per cercare di metterci al nostro agio. Ogni singolo programma televisivo è frutto di un lavoro immenso, non solo i conduttori ma dietro le quinte agiscono tantissime figure: tecnici del suono, delle riprese, scrittori, autori…

Lavorare in televisione può sembrare un lavoro da sogno, ma cosa c’è dietro ai programmi che tutti amiamo? Ce lo spiega Marco Salvati, autore televisivo di successo che dal 2005 è autore dei maggiori successi di Paolo Bonolis, firmando il Festival di Sanremo 2005 e 2009Chi ha incastrato Peter Pan?Ciao DarwinIl senso della vitaLe Iene presentano: Scherzi a parte e Avanti un altro!.

  • Innanzi tutto, che lavoro fai? Come e quando è iniziata la tua lunga carriera?

Il mio mestiere è quello dell’autore televisivo, che è un lavoro un po’ strano da raccontare, perché non tutti sanno in cosa consiste: un autore televisivo è colui che si occupa e ha la responsabilità dei contenuti di un programma, che siano la messa in scena, la preparazione e gli interventi degli ospiti, la stesura delle parti… insomma, tutto quello che si vede in televisione è frutto degli autori televisivi. Chiaramente, per mettere in scena un programma ci vogliono i conduttori e i protagonisti dello spettacolo, ma insomma, l’ideazione e la creatività in generale è opera dell’autore, che non è solo quello che scrive i testi, ma si occupa anche di trovare una produzione realizzabile e che sia possibile mettere in scena, di alcuni aspetti produttivi, di capire se ci sono le risorse necessarie per i costumi, le coreografie, le scenografie e quant’altro. Non basta inventare cose a caso, si devono inventare cose che siano realizzabili e cercare di fare in modo che queste cose piacciano a chi le deve guardare, in accordo anche con l’editore e chi ti commissiona il lavoro.

Ci sono arrivato per passione: ho cominciato come musicista, scrivevo la base delle canzoni, ma studiando Lettere all’indirizzo storia dello spettacolo avevo accumulato una certa esperienza come scrittore degli audiovisivi e mi sono trovato a scrivere dei testi per la televisione, così piano piano mi sono concentrato più sul lato autoriale, abbandonando poi quello musicale, perché mi incuriosiva e mi stimolava di più, e credo mi riuscisse anche meglio.

  • Quali sono le cose più difficili del tuo lavoro? E quali parti ti piacciono di più?

La parte più difficile del mio lavoro è mettere d’accordo tutte le parti, perché essendo un lavoro di squadra (magari la gente non lo sa, ma dietro ad un programma televisivo ci lavorano dalle 50 alle 300 persone, che si occupano di costumi, scenografie, luci e tutta la parte relativa ai conduttori), e trattandosi sempre di un lavoro artistico ognuno ha diritto di esprimere la propria opinione, e non sempre è facile mettere d’accordo tutte le varie voci, perché ognuno vede le cose in modo diverso.

Lo spettacolo non è una scienza esatta, non ci sono delle regole precise, come se stessimo preparando una carbonara. C’è il bisogno di lavorare in armonia. Poi anche la parte che riguarda il committente, cioè chi commissiona, ha le sue esigenze: vuole giustamente il prodotto rispetti le sue idee. Quindi la parte più difficile è proprio quella di coordinare tutte le voci che si adoperano affinché lo spettacolo sia realizzato.

A volte bisogna anche avere a che fare e mediare con personalità ingombranti, sia da un punto di vista autoriale che artistico, perché non sono sempre facili da gestire e curare. È capitato, durante momenti difficili, di avere a che fare con persone con un ego spropositato– e diciamocelo, questo mondo ne è pieno– che pensano di essere unti dal Signore, quando poi in realtà nessuno di noi lo è realmente, ed è facile imbattersi in persone che hanno qualche reazione esagerati. Quindi andarsi a scontrare può risultare facile, ma non è mai positivo.

Invece, la parte più bella del mio lavoro è quella che guarda alla creatività, la famosa pagina bianca: dover scrivere una gag e pensare a un ospite è una cosa particolare. Poi gioire del risultato positivo che quella cosa ti dà, vederla realizzata e vedere che la gente la apprezza. Ecco, l’apprezzamento del pubblico, la risata e gli applausi sono la moneta migliori con cui possiamo essere ripagati. Mi sento veramente appagato, al di là della qualità dei programmi: sapere di aver strappato un sorriso o un momento di gioia a chi ci guarda da casa è comunque molto gratificante.

  • Sei un autore televisivo di grande successo, ma in pochi sanno che hai frequentato la facoltà di lettere moderne. Perché hai lasciato?

Ho lasciato l’università perché già lavoravo con profitto. Mi mancavano una manciata di esami e per pigrizia non sono andato avanti perché stavo lavorando tantissimo, ma mi auspico di finirla quanto prima, e non è detto che non lo faccia, adesso i miei studi privati e le mie letture mi hanno strapagato, così come il mio essere autodidatta mi ha ripagato. Diciamo che la facoltà per tre quarti l’ho fatta, ma comunque quello che mancava l’ho ampiamente recuperato da solo perché sono un curioso di natura.

  • In quanto uno degli autori più apprezzati metti la firma su ogni programma di Paolo Bonolis. Come vi siete conosciuti?

Sono un freelance. Per più di trent’anni ho lavorato con quasi tutti, mentre da molti anni mi occupo dei programmi diPaolo Bonolis. Siamo una coppia di fatto, ci divertiamo e abbiamo un rapporto di stima e amicizia, anche al di fuori del lavoro. Ci siamo conosciuti tanti anni fa, quando conduceva Bim bum bam. Io facevo ancora l’università, eravamo ad una festa organizzata dalla figlia di Italo Calvino nella loro casa. Ci siamo presentati, ma ci siamo appena salutati. L’amicizia è nata dopo, ma non ci ha fatti lavorare subito insieme, era una cosa a parte. Ho cominciato a lavorare assiduamente con lui dal Sanremo del 2005.

  • Qualche aneddoto che vuoi raccontarci?

Di episodi ne ho tanti, soprattutto che mi legano a Paolo: è una persona estremamente intelligente, mi ricordo un Sanremo forse il primo per lui, di cui ho un forte ricordo: c’era lui che, a pochi minuti dall’inizio, vestito con lo smoking, se ne stava in disparte, tranquillo, e noi autori che ci sbattevamo intorno con scalette, copioni, tra i vari “vai là!”, “chiama quell’altro!”, e lui impassibile in un angolo che ci guardava, quasi curioso, e a un certo punto ci ferma e fa Raga’, state calmi, è solo una gara di canzoni”. Era estremamente calmo e lucido ed è avvero incredibile come possa esserlo in queste cose. Ha un distacco naturale, come se le cose non le prendesse mai davvero seriamente.

  • Quanto è importante un buon rapporto personale per affrontare le problematiche legate alle situazioni lavorative?

È fondamentale avere un rapporto di fiducia, anche se non si è amici. Il rispetto e la fiducia reciproca sono importanti per lavorare bene, un conduttore deve fidarsi dei suoi autori e viceversa. Perché se non c’è questo clima diventa complicato portare avanti il lavoro insieme: un conduttore sa che in sua assenza gli autori stanno comunque lavorando ad un progetto condiviso e che lui approva che lui approva. È uno scarico di ansie e di lavoro. Questo vale anche ovviamente per gli autori, che sanno di poter contare su un conduttore sempre presente.

  • Poco fa, su twitter, Ciao Darwin è stato accusato di razzismo. Cosa ne pensi di queste accuse?

Mi sono espresso rispondendo in maniera ironica, perché era una cosa talmente stupida, perché estrapolare un frame dal gioco finale, interpretandolo come se venissero fatte annegare persone di colore mentre la gente applaude e i produttori rimangono inermi è una cosa talmente stupida che non può richiedere una risposta seria.

  • Credi che la televisione abbia un impatto sull’opinione che le persone si fanno del mondo? Come si può utilizzare questo potente mezzo?

Io non credo che la televisione abbia una funzione didattica, non credo che sia il compito della televisione averne una, ossia quella di istruire e guidare la gente, è una visione molto fascista, perché è così si faceva a quel tempo. Erano i media ad indottrinare le persone, la televisione deve essere libera di trasmettere anche cose non di spessore. Grazie alla molteplicità dei canali, le persone sono libere di scegliere che programmi vedere, come vederli e quanto vederli. Sarebbe come dire che la colpa del colesterolo alto è del frigorifero: la televisione è un elettrodomestico che trasmette tanti contenuti, sta a ognuno scegliere quali guardare. La formazione sta alla scuola, alla famiglia e allo Stato, se vuoi, non alla televisione, che produce contenuti serissimi, vedi Alberto Angela, oppure di intrattenimento più facile e leggero. Ognuno è libero di scegliere quello che vuole. La televisione non ha più responsabilità del frigorifero o del tostapane.

  • Cosa ci dici sul rapporto che i giovani hanno con la televisione?

Quelli della vostra generazione si rivolgono molto ad altri media, tipo i social, lo streaming in generale, quindi la domanda che ci si pone sulla vostra generazione è se per voi la TV sia morta. Ti posso rispondere che secondo me non è morta, ma è semplicemente affiancata da un altro media che è usufruito dai più giovani. Così come è successo quando arrivò la televisione e la radio non morì, continuò ad esistere, ed è giusto che sia così; c’è spazio per molti media e per molti motivi di fruizione: più sono i media e meglio è, ognuno sceglie di ricavare il proprio intrattenimento dalla propria formazione. Si potrebbe pensare che oggi la formazione che si ricava dai social è una formazione forse un po’ incasinata e poco organizzata, bisogna avere una grande intelligenza per poter ricavare le notizie vere per poterle commentare e diffondere, e a volte è un po’ fuori controllo, ma i contenuti che vengono presentati hanno ragione di esistere solo in rete. Credo quindi che la televisione non morirà a breve, ma cambierà, porterà dei contenuti più elaborati e più adatti alle esigenze del nuovo pubblico.

  • C’è un modo o potrebbe essere utile cercare di riavvicinare i giovani ad altre forme di comunicazione, come la televisione, diverse dai social?

Alcuni nuovi modelli penso che partiranno proprio dai social e dai giovani che si informeranno su come fare televisione, che sarà un modo un po’ diverso dal nostro. Saranno proprio loro a produrre contenuti che nascono da un’elaborazione di contenuti social, rendendoli adatti e condivisibili da un pubblico più giovane.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono nata nel 2001, ho frequentato il liceo scientifico a Viterbo e ora studio Lettere moderne a Bologna. Ho iniziato a lavorare per La Politica del Popolo come correttrice di bozze e ora gestisco la rubrica di filosofia del martedì.

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