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La Cina sta compiendo un “genocidio demografico” a danno degli uiguri

Una recente inchiesta di Associated Press racconta le nuove misure prese dal governo cinese per reprimere la minoranza etnica degli uiguri attraverso sterilizzazioni e aborti forzati nei confronti delle donne.

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Il governo di Pechino sta applicando nei campi di detenzione cinesi, dove sono rinchiuse le persone di etnia uigura, un rigido controllo della nascite, che ha portato gli esperti a parlare di “genocidio demografico”. Le donne uigure vengono infatti rese sterili contro la loro volontà, o grazie all’inserimento di una spirale, o tramite pillole contraccettive, o infine, tramite interventi chirurgici. Inoltre le donne sono sottoposte a visite ginecologiche obbligatorie, ed eventuali gravidanze vengono immediatamente interrotte.

Queste pratiche si inseriscono nel quadro di repressione uigura voluta dal governo, repressione atta ad eliminare definitivamente la minoranza musulmana dalla Cina. Gli uiguri sono infatti una minoranza cinese turcofona prevalentemente musulmana, che si distingue e distacca dunque per cultura e culto dai cinesi di etnia Han, il gruppo predominante.

Rapporti ONU, inchieste giornalistiche e testimonianze dimostrano da ormai tre anni l’esistenza di questi campi di detenzione. Tuttavia il governo cinese ha sempre negato la repressione uigura, giustificandola come campagna antiterroristica, anche di fronte a ricostruzioni che mostrano come gli uiguri vengano torturati e costretti ai lavori forzati senza che venga fatto loro alcun processo.

Associated Press ha pubblicato lo scorso giugno un’importante inchiesta che racconta molto dettagliatamente come il governo cinese stia sterilizzando le donne uigure, riducendo drasticamente la natalità della minoranza, e andando contro alla stessa legge cinese che prevede due figli per famiglia e tre per i nuclei familiari residenti nelle zone rurali del paese.

Un antropologo tedesco, Adrian Zenz, ha raccontato in un suo recente studio come le spirali intrauterine cinesi siano diverse da quelle che conosciamo. Queste spirali infatti vengono realizzate affinché per rimuoverle sia necessaria un’operazione chirurgica. Associated Press ha poi riportato diverse testimonianze di donne uigure che raccontano di come durante la prigionia venissero costrette ad ingerire pillole contraccettive, sentendosi poi stordite e nauseate. Solo dopo scoprivano di essere diventate sterili.

Nel suo studio Zenz ci mostra anche come il numero di sterilizzazioni nello Xinjiang sia aumentato drasticamente, a differenza del resto della Cina, dove le sterilizzazioni sono diminuite.

Gli esperti hanno definito questo fenomeno come “genocidio demografico” perché le sterilizzazioni causano una drastica diminuzione della popolazione uigura, sia perché abbattono la natalità, sia perché molte famiglie impaurite da queste nuove misure hanno cercato riparo fuori dalla Cina. Dalle statistiche raccolte dal governo di Pechino risulta che dal 2015 al 2018 il tasso di natalità dello Xinjiang si sia ridotto drasticamente. Nell’Hotan e nel Kashgar, regioni dello Xinjiang, si è passati da quasi 22 nati l’anno ogni mille abitanti a circa 8, e molti sostengono che oggi questi numeri siano ancora più bassi. È da notare poi come nel 2015 la natalità nella regione era tra le più alte di tutta la Cina, mentre solo 3 anni dopo è diventata tra le più basse dell’intera nazione.

Inoltre si parla di genocidio perché secondo la “Convenzione per la prevenzione e punizione del crimine di genocidio”, un documento sottoscritto dalle Nazioni Unite, è genocidio <<imporre misure con lo scopo di prevenire nascite all’interno di un gruppo etnico>>. L’esempio cinese rientra dunque pienamente in questa categoria.

Queste misure sono frutto di un cambiamento radicale nella politica demografica del paese. Negli scorsi anni infatti la sopravvivenza delle minoranze era tutelata dal fatto che avessero comunque diritto ad avere un figlio in più rispetto ai cinesi di etnia Han. Inoltre nello Xinjiang c’erano pochissimi controlli e spesso le famiglie avevano più di un figlio. Ma quando nel 2013 diventò presidente Xi Jinping, la politica demografica del governo cambiò completamente. Si cominciò ad incoraggiare la natalità delle famiglie Han, e si investì moltissimo nel contenimento delle nascite nello Xinjiang. I controlli per le famiglie Han divennero blandi, mentre per gli uiguri si fecero serratissimi, arrivando al livello di cui oggi discutiamo.

Tuttavia ancora oggi il governo cinese nega di trattare diversamente o reprimere la minoranza uigura, definendo fake news inchieste e testimonianze. Un esempio di ciò è certamente quello che è accaduto lo scorso 19 luglio, quando un giornalista della BBC ha mostrato ad un ambasciatore cinese nel Regno Unito un video che mostra diverse persone bendate disposte in fila e spinte a salire su un treno. L’ambasciatore, imbarazzato, non ha risposto alle domande del giornalista e ha cercato in ogni modo di cambiare argomento.

Ciononostante di fronte a tutte queste prove il panorama internazionale è rimasto in silenzio. Diverse organizzazioni internazionali hanno sì accusato la Cina, ma senza ottenere granché, mentre gli Stati Uniti di recente hanno avviato una serie di sanzioni contro diverse società cinesi accusate di partecipare alla repressione. Ma davvero questo basterà per costringere il governo di Pechino a fermare il genocidio degli uiguri?

Tutta questa storia ci deve ricordare che è compito nostro mettere pressione ai nostri governi, affinché gli uiguri e molte altre popolazioni represse nel resto del mondo, non siano dimenticate.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nato nel 2001 in provincia di Monza, ho frequentato il Liceo Scientifico Banfi a Vimercate. Ora studio Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l'Università degli Studi di Milano, e dal 2021 sono iscritto ad Azione. Con i miei articoli cerco di stimolare le persone a formare un proprio pensiero critico, così che sappiano muoversi nel caos del presente in modo sicuro e consapevole.

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