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Società

I due mondi post-Covid: il settore pubblico e quello privato a confronto

Passata la tempesta di primavera, gli italiani si sono risvegliati dall’incubo Covid in due mondi separati: quello del settore pubblico e della PA, con restrizioni e vincoli molto severi, e quello privato, in cui tutto sembra tornato quasi alla normalità. Ma quali sono le ragioni o le assurdità di queste differenze radicali?

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Il Covid ha cambiato tutto. Questo è poco ma sicuro. Ci ha cambiato le vite nel profondo, ha messo in luce difficoltà e problemi che prima non consideravamo, ci ha tolto alcune libertà fondamentali in nome della sicurezza pubblica. Ma, dopo la tempesta, il mondo che conoscevamo come è cambiato? Come si è organizzata la società di fronte al permanere del virus e al rischio sempre potenziale di escalation? Ciò che si è potuto constatare è che la popolazione si è risvegliata in due mondi molto diversi tra loro: quello dei servizi pubblici e della Pubblica Amministrazione, con le proprie regole stringenti e le forti limitazioni dovute ai protocolli di sicurezza; e poi quello del mondo privato, con aziende e imprese che hanno cercato il prima possibile di rimettersi in piedi per evitare una pesante crisi economica. Ma quali sono state le contraddizioni che si sono venute a creare nel rapporto tra questi due mondi?

Le scelte e le priorità

Durante il lockdown tutto è stato messo sotto chiave. Il mondo pubblico e quello privato hanno dovuto chiudere, senza distinzioni. Sono rimaste attive soltanto le filiere produttive ritenute essenziali, come quelle alimentari. Ma a partire da maggio, lentamente, con l’allentamento delle misure sulle libertà di movimento, molte aziende private hanno riaperto. Ma le scuole, le università, le biblioteche hanno mantenuto regole e procedure molto rigide, e i servizi forniti sono rimasti ben al di sotto a quelli del periodo pre-Covid.

SCUOLE E IMPIANTI SCIISTICI – La prima grande contraddizione che si è venuta a creare tra pubblico e privato si è palesata già ad inizio pandemia: le scuole sono state chiuse a partire dal 5 marzo, così come le università e le biblioteche; mentre gli impianti di risalita sciistici soltanto una settimana dopo. Alcune immagini sono rimaste emblematiche, con le file di sciatori alla base degli impianti la domenica dell’8 marzo.

LA GRADUALE RIAPERTURA – Il 27 aprile il governo italiano, con il DPCM pubblicato in Gazzetta Ufficiale, avvia definitivamente la Fase 2: a partire dal 4 maggio è stabilita la graduale riapertura delle diverse attività produttive. A fine maggio anche bar e ristoranti riprendono il loro servizio, seppur con diverse limitazioni stabilite dalle norme sulla sicurezza. Ma c’è un settore che non riprenderà le sue regolari funzioni: è gran parte del settore pubblico, in particolare quello che riguarda l’istruzione, l’educazione e l’alta formazione. In presenza verranno solo svolti gli esami orali della maturità, mentre quelli all’università rimarranno praticamente tutti a distanza.

Affollamento – Fila di sciatori alla base di un impianto di risalita in Val Seriana (BG), sabato 7 marzo 2020

Chiusa la scuola, tutti in vacanza

Focalizziamo adesso le contraddizioni che caratterizzano la vita nella strana estate del 2020: le scuole sono state chiuse per quasi 4 mesi (da marzo a giugno) e poi… Sono state chiuse per le vacanze d’estate. Non sembra un grande paradosso? Come è possibile che dopo 4 mesi di didattica a distanza e programmi scolastici alterati si ha avuto anche il coraggio di sospendere per ulteriori 3 mesi la formazione di bambini e ragazzi?

LE VACANZE PIU’ LUNGHE – Sembra incredibile che, come se nulla fosse successo, le vacanze estive sono arrivate come ogni anno. Vacanze dalla scuola che in Italia sono molto più lunghe rispetto ad altri paesi europei: 13 settimane rispetto ad una media di 8 nei paesi del Nord Europa. In Germania, ad esempio, la pausa estiva è costituita da un mese e mezzo, tra luglio e metà agosto. Insomma, l’Italia è il paese europeo che tiene gli studenti lontani dalle aule per più settimane consecutive, e già questo dovrebbe far riflettere. Se poi si somma il fatto che i bambini e i ragazzi sono rimasti già quasi 16 settimane a casa quest’anno per via del Covid, lo scenario diventa desolante.

UNO SFORZO IN PIU’ – E’ chiaro che la riflessione sulle vacanze estive in Italia porterebbe ad aprire una più grande parentesi – che qui non verrà sviluppata – sull’interruzione prolungata della formazione per quanto riguarda le nuove generazioni. Però una considerazione su quanto sta succedendo adesso può essere fatta: in un periodo in cui alcuni settori della società (medici, infermieri, operatori sanitari su tutti) hanno fatto più di quello che il contratto di lavoro e le loro forze richiedevano, ci si sarebbe aspettato che per spirito civico anche tutte le altre componenti sociali dessero di più. In particolare i maestri, gli insegnati, i professori, in un momento così delicato per il sistema scolastico ed educativo italiano; soprattutto per i più piccoli, dove l’elemento dell’apprendimento e della socialità è più importante e necessario. Invece le scuole di ogni ordine e grado rimarranno chiuse per le vacanze estive, e gli studenti torneranno in classe – con forti misure restrittive e ancora non poche incertezze – appena il 14 settembre.

Le vacanze, una costante – Anche se la scuola è rimasta chiusa 4 mesi per il lockdown, sono stati garantiti agli studenti altri 3 mesi di vacanza

DIDATTICA AL CENTRO – E’ quindi necessario riportare al centro del dibattito pubblico il tema della didattica, perché quella a distanza non può essere un sistema sostituibile nel lungo periodo, soprattutto per i bambini. Ed è altrettanto importante portare nella discussione politica la tematica delle vacanze estive, e di come rendere quei mesi caldi dell’estate un’occasione di formazione permanente per gli studenti, al di là dell’emergenza Covid di quest’anno.

Scuole chiuse, “movida” attiva

Camminando in città, sulle spiagge, nei luoghi abituali di incontro, è evidente constatare che la vita sembra tornata quella di sempre. Certo, c’è la scocciatura di dover indossare la mascherina per entrare in gelateria o al ristorante, ma nel momento in cui giungono le pietanze ci si può tranquillamente togliere il fastidioso accessorio. Eppure, allo stesso tempo, per ritirare un libro in una biblioteca comunale bisogna contattare la segreteria, fissare un preciso orario di ritiro del volume, recarsi lì all’ora stabilita e uscire in fretta dall’edificio. Sale lettura o studio? Poche e con capienza molto ridotta. Non molto diversa la situazione nei diversi atenei italiani: per tornare a rivedere popolati i campus universitari bisogna aspettare almeno settembre.

REGOLE VS VITA REALE – Questa “storica” estate del 2020 sta mettendo davanti agli occhi una questione: sono così necessarie, date queste condizioni, misure molto rigide nell’ambito della Pubblica Amministrazione nel momento in cui il contagio potrebbe già avvenire in tutti gli altri contesti sociali? Non è difficile notare il numero di situazioni in cui ciò potrebbe verificarsi: al ristorante, nel momento in cui tutti i clienti stanno mangiando e sono per ovvi motivi senza mascherina; al bar, nelle spiagge, nei contesti privati. Ci si chiede quindi se tutte queste misure cautelative del settore pubblico abbiano senso se non sono accompagnate dalle stesse misure nell’ambito privato.

Regole non rispettate – La “movida” in un centro cittadino.
Qui rispettare le distanze di sicurezza è quasi utopia

I DUE MONDIEd ecco quindi il crearsi di due realtà separate, quella che riguarda la sfera delle attività e dell’iniziativa privata, e quella che riguarda molti servizi pubblici. La prima ormai tornata quasi a pieno regime in praticamente tutti i settori – in Italia solo le discoteche hanno un trattamento più rigido; la seconda, invece, ancora ferma al periodo di emergenza sanitaria. Una specificazione per evitare ambiguità: questo articolo non ha l’intenzione di criticare le legittime e ragionevoli limitazioni imposte all’ambito pubblico, ma la contraddizione che emerge nel momento in cui pubblico e privato non si allineano nelle misure di contrasto alla diffusione del virus.

Una riflessione finale

Nessuno sa ancora quali sviluppi futuri potrà avere questo virus e in che modo le nostre vite verranno modificate nel caso di un ritorno aggressivo della pandemia. Ma una cosa è certa: adesso le condizioni per la trasmissione del contagio ci sono, e non saranno le regole stringenti previste per la Pubblica Amministrazione a fermarle se la società continuerà a vivere in due mondi distinti dal punto di vista delle regole da seguire ma interconnessi dal punto di vista sociale. Perché altrimenti, in nome di una fittizia sicurezza pubblica, si andrebbero soltanto a togliere inutilmente molti servizi di welfare ai cittadini – come l’istruzione pubblica – senza eliminare il problema alla radice.

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Appassionato di relazioni di genere, psicologia sociale e politica internazionale, scrivo sul blog nazionale della community dei Millennials su queste tematiche. Sono nato a Trieste il 27 luglio 1997 e sono stato Senatore Accademico all'Università degli Studi di Trieste dall'aprile 2019 all'ottobre 2020. Ho conseguito il 15 ottobre 2020 nella stessa università la laurea triennale in Scienze Politiche e dell'Amministrazione, con una tesi in sociologia politica. Attualmente frequento il corso magistrale in Comunicazione Giornalistica, Pubblica e d'Impresa all'Università di Bologna. Sono iscritto al partito Italia Viva dal settembre 2019 e sono attivista presso l'associazione di promozione sociale RIME di Trieste. Dal gennaio 2020 sono anche responsabile dell'Ufficio Stampa dell'associazione ProgettiAmo Trieste e dal novembre 2019 coordino a livello locale un gruppo di discussione politica tra giovani.

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