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Lettera ad una Musa

Un omaggio a te e a tutto ciò che mi hai dato. Sei la Musa, la forza che mi spinge a parlare di filosofia ancora e ancora.

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Caro Tu,

la gioia di scrivere di filosofia non mi verrà mai a mancare, finché ci sarai. Quest’oggi scrivo a te, al mio interlocutore segreto, perché tu possa riaccendermi la passione e riportarmi a quei giorni di spensierata pienezza con te. È passato tanto tempo dall’ultima volta che ci siamo sentiti, ricordi? Abbiamo parlato della consapevolezza del domani, di quanto sia straziante aspettarsi ciò che verrà senza avere la possibilità di impedirlo.

Tante volte ci lasciavamo andare sotto le stelle, fondendoci con quell’immensità di piccoli bagliori lontani, nella mente un unico quesito: dove finisce tutto questo? Così arrivavamo a fantasticare sulla totalità e la magnificenza di quell’immenso e ignoto organismo del quale facciamo parte anche noi, ci chiedevamo se nell’infinità del cosmo ci fosse qualcosa che si configurasse come completa, perfetta. I nostri pensieri sempre divergenti, quel continuo ribattere alle ipotesi altrui. Avevamo idee diverse, riguardo alla perfezione: la tua sembrava essere quasi platoniana, avevi un’idea positiva della perfezione, quasi romantica: per te, come per Platone, la perfezione era l’unione di tutte le cose belle e positive, era una situazione perfetta in cui razionalmente non avresti cambiato nulla. Perché hai sempre avuto quest’anima razionale, Tu.

Ma sul binomio perfezione-equilibrio io ho avuto sempre un parere più neutrale, meno felice: l’equilibrio non può essere felice, perché per definizione esso si trova nel mezzo, mentre la felicità è uno degli estremi del nostro animo. L’equilibrio racchiude in sé gioia e dolore in uguali quantità, e così la perfezione. Per questo trovo la definizione latina di perfezione la più esaustiva, la più appropriata: completezza, totalità. Una cosa perfetta è una cosa finita. E un po’ si ricollega al concetto hegeliano di essere, che è definito solo nella totalità delle sue manifestazioni, quindi alla fine del suo percorso.

Mi ricollegherei anche a Eraclito, se non sapessi che rapporto hai con la mia materia. Ti mettevi in gioco solo se ti davo la possibilità di esprimere te stesso, e non di dimostrare quali conoscenze avessi appreso da studi forzati. Ma Eraclito su questo aveva ragione, anche Hegel era d’accordo: la perfezione si trova nell’unione degli opposti, guerra e pace si equilibrano, giorno e notte si equilibrano, vita e morte si equilibrano. Così la vita assume un senso quando si ricongiunge alla morte, e in tale modo diviene perfetta.

Mi avresti risposto, a queste riflessioni, che la filosofia non dovrebbe avere altro compito che quello di svelare all’uomo come raggiungere la perfezione, ma essendo questa irraggiungibile la filosofia avrebbe dovuto imparare a tacere. E io avrei ribattuto che la filosofia avrebbe continuato a cercare una via alternativa, una perfezione terrena, materiale. Una soluzione all’inconciliabilità consapevole delle due parti dell’equilibrio. Avrei citato Platone, cedendo, con il mito degli androgini.

Si immaginava la perfezione come l’unione di uomo e donna, come due metà della stessa entità che Zeus, per invidia, aveva separato e lasciato con l’incessante desiderio di ricongiungersi alla propria anima gemella. Ma anche se l’accezione platoniana assumeva un valore positivo, ma so che non saresti stato d’accordo, Tu: non puoi permettere all’amore di farsi carico di un significato così profondo, va contro ogni tuo principio.

Fosse stato così avrebbe voluto dire che la perfezione terrena esiste ed è possibile trovarla nell’unione con un’altra persona. Allora si sarebbe potuta cercare una persona che ci completasse in tutto e per tutto, ricerca destinata a non concludersi, data l’improbabilità dell’evento.

Se avessimo ragionato ponendo come assioma l’immortalità dell’anima, seguendo il Tuo modo di ragionare, la scoperta dell’anima gemella avrebbe potuto condurre ad una perfezione spirituale, slegata in ogni caso da quella fisica. E mi avresti detto che non poteva essere comunque una soluzione, per te che ritieni perfetto solo un modello che funziona. E il mio non funzionava.

Ma non per questo smetterò di fare filosofia. Per quanto tu lo ritenga inutile, continuerò a farlo per la forza che mi dai ogni volta di mettermi a pensare.

È stato bello parlare di nuovo con te.

Tua,

Me

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono nata nel 2001, ho frequentato il liceo scientifico a Viterbo e ora studio Lettere moderne a Bologna. Ho iniziato a lavorare per La Politica del Popolo come correttrice di bozze e ora gestisco la rubrica di filosofia del martedì.

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