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Il pugno chiuso nello sport: la storia di un simbolo

Medesimo gesto differenti significati. Da Smith e Carlos a Lukaku passando da Socrates: ecco l’evoluzione di questo simbolo che attraversa generazioni.

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Tommie Smith

Quella che viene puntualmente considerata la principale differenza tra lo sport e una qualunque arte è la loro mutabilità. Lo sport è comunemente visto come immobile, medesime regole da decenni, cambiano i personaggi ma il resto permane identico. D’altra parte la maggior peculiarità dell’arte è il suo essere intrinsecamente legata al contesto storico-politico in cui è inserita, i movimenti artistici nascono da necessità dei loro autori dettate dalle sensazioni che un certo periodo suscita in loro. Ad ogni epoca, dunque, la sua arte. 

Personalmente, non mi trovo d’accordo con tale considerazione.  I protagonisti del mondo dello sport non possono estraniarsi dal contesto in cui vivono: la politica, la cultura, i dibattiti attuali condizionano direttamente i più sensibili e, in un modo o nell’altro, anche i meno.  Data la loro enorme visibilità, figlia delle ingenti attenzioni che rivolgiamo allo sport, alcuni atleti si fanno portavoce di messaggi rilevanti, rivolgendo il focus mediatico su elementi che non lo avrebbero mai.

Proprio per questo, considerare lo sport immutabile e indipendente dal contesto è a mio avviso una convinzione errata. Il principale e più semplice modo che gli atleti hanno per comunicare un messaggio è l’esultanza dopo un gol segnato, sul podio durante la premiazione, nel discorso post-celebrazione

Il pugno chiuso: la storia in breve 

Un gesto spesso ricorrente è il pugno chiuso.  Questo simbolo, aldilà dei dibattiti politici, nasce in alcune manifestazioni operaie e diviene celebre con le forze repubblicane che sfidavano Fidel Castro nella Guerra Civile spagnola a fine anni trenta. 

Viene poi “emulato” da chi si opponeva al nazismo di Hitler in Germania e da movimenti socialisti di diverse nazioni.  Il pugno chiuso ha attraversato decenni, visto contesti e popoli differenti e, nonostante le eccezioni come l’autore di estrema destra della strage di Utøya, viene ancora oggi avvicinato alla sinistra. Ma vediamo ora come il simbolo è stato utilizzato nel mondo dello sport con diversi esempi.

Tommie Smith e John Carlos: Olimpiadi di Città del Messico 1968

Impossibile non iniziare da loro, i black panthers.

È tra le foto più famose del Novecento, ma la loro storia rimane ancora oggi una delle più vere e umane. 

Siamo alle Olimpiadi del 68’ e il contesto è tutto fuorché tranquillo: il 4 aprile dello stesso anno Martin Luther King veniva assassinato e molti atleti neri decisero, per protesta, di non partecipare alla manifestazione sportiva. 

Nella gara dei 200 metri si qualificano primo, stabilendo in nuovo record mondiale, Tommie Smith, secondo l’australiano Peter Norman e terzo Carlos. 

Smith e Carlos portavano il distintivo dell’Ophr, Olympic program for human rights, un progetto concretizzato da un sociologo di Berkeley con lo scopo di far boicottare i Giochi agli atleti neri, i quali aderendo potevano decidere come meglio protestare a favore dei diritti civili. 

Smith è figlio di uno schiavo del cotone, Carlos è nato e cresciuto ad Harlem mentre Norman è membro di una famiglia benestante e molto credente. L’australiano assiste alle preparazioni della premiazione: i due compagni sono scalzi, simbolo di povertà e indossano una collana di pietre nere, in memoria dei neri uccisi mentre si battevano per i diritti. 

C’è un problema però, i due hanno un solo paio di guanti neri e Norman suggerisce di metterne uno a testa e aggiunge:

“Datemi uno dei distintivi, sono solidale con voi. Si nasce tutti uguali e con gli stessi diritti.”

Salgono sul podio, tutto il mondo in silenzio a guardare. Due pugni chiusi alzati in cielo. “Se ne pentiranno per tutta la vita”. La loro carriera infatti terminò lì, furono cacciati dal villaggio, uno divenne scaricatore di porto e l’altro campò lavando vetri. La moglie di Carlos all’ennesima minaccia si suicidò. 

Al funerale di Norman a sorreggere la bara c’erano proprio loro, uniti da un invisibile ma potentissimo legame.  Forse si pentirono di quel gesto, ma la storia li ha ringraziati, continua e continuerà a farlo. 

Socrates, calciatore-filosofo leggenda del Corinthians

Socrates nasce da una coltissima famiglia brasiliana, il padre amante della filosofia onora il figlio del nome del suo ispiratore.  Grande mente e amante dei piaceri terreni: fumo, alcol, donne.

Considera da sempre il calcio come un ottimo hobby, tanto che decide di laurearsi in medicina e avvicinarsi alle cause civili del paese, meritandosi il soprannome “Dottore del pallone”. Con una visione di gioco senza eguali, nonostante il suo fisico esile, diventa capocannoniere del campionato Paulista nel 1976.

“Ma chi diavolo è quello? Quell’uomo è un genio!”

Dirà un certo Pelè di lui.

Una volta passato al Corinthians è duramente contestato dalla tifoseria locale, che preferiva giocatori fisici piuttosto che tecnici e leziosi.  Socrates, supportato da alcuni compagni, fonda la Democrazia Corinthiana: movimento progressista con l’autogestione dei calciatori che mise insieme persone diverse, un ex leader studentesco come direttore sportivo, uno psicoterapeuta, un terzino sindacalista. Prendevano insieme le decisioni, dagli acquisti alle questioni organizzative. 

Il dottore guida la sua strana Democrazia Corinthiana a battersi per ogni lotta sindacale, diventano portavoce di manifestazioni per i diritti e protagonisti del progressismo dell’epoca. Ad ogni gol, e ne segnerà circa 300 in carriera, Socrates alza il pugno chiuso al cielo.

La sua esultanza divenne tanto celebre che alla sua morte, nel 2011, i giocatori del suo Corinthians festeggiarono con il suo simbolo, il pugno chiuso, per omaggiare Il Dottore che ha scritto pagine memorabili della storia del club. 

Romelu Lukaku

E con questo torniamo ai giorni nostri.  Nella prima giornata delle serie A post-lockdown va in onda Inter-Sampdoria, giocata nel teatro San Siro. Il risultato sarà 2-1 e il primo marcatore proprio lui, Romelu Lukaku

Dopo che la palla entra in rete, l’attaccante non esulta, si mette in ginocchio, testa bassa e braccio verso il cielo, pugno chiuso. 

Rimane lì fermo per qualche istante ma di eterna importanza.

Il suo gesto non è stato un omaggio né a Smith&Carlos né a Socrates, ma un messaggio di vicinanza al movimento BLM, black lives matter, recentemente nato nella nazione dell’American dream a seguito dell’ennesima morte di un ragazzo nordafricano, George Floyd, soffocato dal razzismo e dalla violenza della polizia statunitense.

“Questo è per tutte le persone che lottano contro le ingiustizie. Sono con voi”

Scrive Lukaku sui propri profili social.

Abbiamo attraversato generazioni accompagnati dal medesimo simbolo e abbiamo visto come esso è stato applicato a differenti messaggi in successione quasi circolare tra loro: dalle marce per i diritti degli afroamericani nell’America di Martin Luther King, alle manifestazioni partite dagli USA ed estese in tutto il mondo per i medesimi diritti. 

Lo sport ha preso per mano questa lotta, si è caricato sulle spalle il fardello che in un mondo apparentemente libero continua a divorarci da dentro e lo ha posto davanti alle telecamere. 

La strada da percorrere è ancora lunga, ma finché ci sarà chi lotta per gli invisibili a pugno chiuso come hanno fatto a loro modo Smith, Carlos, Socrates e Lukaku, io mi sento meno sola. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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