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Il diritto di abortire: a che punto siamo in Italia a 42 anni dalla 194?

Speranza ha annunciato la modifica delle linee guida per l’aborto che non venivano aggiornate da 10 anni. In Italia tra obiettori di coscienza e associazioni pro life a che punto siamo?

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L’8 agosto 2020 il Ministro Speranza ha dato una notizia importante sui suoi account social: verranno modificate le linee guida riguardanti l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) per via farmacologica. Un passo in avanti per i diritti delle donne per niente scontato. Le linee di indirizzo, infatti, non venivano aggiornate da 10 anni e a loro volta sono state il frutto di un lungo e tortuoso percorso in netto ritardo rispetto ad altri Paesi Europei. L’emanazione porterà due cambiamenti: la somministrazione del farmaco RU486 in combinazione con il misoprostol sarà permessa fino alla nona settimana di gestazione, prorogando il termine previsto finora delle sette settimane, e sotto controllo medico ma senza ricovero (quindi si potrà effettuare in day hospital).

Se vogliamo dirla tutta, questa decisione servirà anche ad uniformare il Paese nella procedura: come avviene spesso solo in Italia, ogni Regione aveva la facoltà di decidere diversamente, creando disparità (vedi il caso dell’Umbria). Si dirà meglio tardi che mai, ma tant’è. Tutto ciò con buona pace di chi in questi anni aveva gridato allo scandalo, millantando un maggiore numero di aborti correlato ad un maggiore rischio per le donne: i dati del ministero della Salute parlano di un numero di aborti in costante diminuzione e di una percentuale molto alta (il 97%) di donne che hanno assunto il farmaco abortivo senza complicazioni.

Eppure la percentuale di donne che propende per l’aborto farmacologico rispetto al totale delle interruzioni volontarie di gravidanza si ferma intorno al 18%, nettamente inferiore rispetto ai Paesi scandinavi dove si supera il 90% e comunque meno di Francia e Germania dove oltre una donna su due sceglie questa pratica. Analizziamo le cause. Sicuramente non hanno aiutato le linee guida usate finora: tempi decisamente risicati dalla scoperta della gravidanza -interruzione farmacologica entro 49 giorni dal concepimento a fronte del termine massimo di 90 giorni per l’aborto chirurgico- e l’obbligo di ricovero a cui si aggiungono altri accessi ospedalieri per la somministrazione del misoprostol e per la verifica dell’efficacia della somministrazione. Ostacoli che hanno reso la pratica meno preferibile, nonostante ci sia una riduzione dei rischi legati in primo luogo a infezioni o anestesia.

Bisogna prendere atto di una evidenza: una certa ideologia nel nostro Paese, frena alcune svolte nel campo etico. Oggi praticare l’aborto è sicuramente più semplice, ma non facile: secondo i dati del Ministero della Salute (2017) in Italia il 70% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza, con il Molise che detiene questo primato col 97%, appena dietro la Basilicata con l’88%. In Francia e Germania a malapena superano il 5%. A 42 anni dalla 194/78, ci si chiede se con queste percentuali di obiettori si possa assicurare una corretta e piena applicazione della legge. Per quanto la 194 tuteli gli obiettori di coscienza, va ricordato che l’aborto in Italia rientra nei livelli essenziali di assistenza e che quindi il SSN deve garantire la prestazione SEMPRE.

E a quanto pare non va esattamente così: nel 2016 il Consiglio d’Europa aveva riscontrato una violazione del diritto delle donne e del diritto alla salute da parte del nostro Paese, accogliendo un ricorso presentato dalla Cgil. Insomma, nonostante le disposizioni legislative lo prevedano e lo tutelino, oggi in Italia c’è ancora difficoltà nel riconoscere il diritto ad abortire. Andrebbe garantita quantomeno una parità nelle strutture pubbliche di medici obiettori e non obiettori, per cominciare. In questo senso, un aiuto può arrivare dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che a marzo di quest’anno si è pronunciata, rigettando il ricorso di una ostetrica svedese che lamentava discriminazione per non essere stata assunta in diversi ospedali a causa del suo essere obiettrice.

Dunque, secondo la CEDU, la tutela del diritto alla salute garantisce che la mancata tutela dell’obiezione di coscienza non costituisca una forma discriminatoria. In parole povere: legittima la decisione di non assumere obiettori di coscienza. Ed è già un passo avanti, ma serve altro. In Italia la “filiera del pro-vita” si arricchisce di altri protagonisti, magari spesso non di primo piano ma non per questo meno importanti: dai farmacisti agli psicologici, passando per gli infermieri. Per una donna la scelta di abortire non è sicuramente facile di suo, aggiungiamoci la pressione psicologica di chi paragona l’aborto ad omicidio e abbiamo un quadro della situazione.

Alla tensione si aggiunge paura e una certa opera di convincimento che spesso si basa più sul credo religioso che su reali fondamenti di medicina. E questo succede nel 2020, non nell’epoca in cui si vendevano le indulgenze. Sarebbe il momento di potenziare i consultori, garantendo un adeguato supporto medico e psicologico per le donne che scelgono di abortire (o quantomeno guidarle serenamente, senza pregiudizi). Sarebbe il momento di potenziare il sistema welfare, garantendo maggiore tutela economica per le donne (non per forza legate con un vincolo familiare) che desiderano portare a termine la gravidanza e non siano costrette alla pratica dell’aborto perché “non posso permettermi un figlio ora, dove li trovo i soldi?”.

Sarebbe questo il dovere di uno Stato democratico che tratta tutte e tutti nello stesso modo: garanzia di libertà di scelta e giustizia sociale. Sarebbe, ma non è. Ed è lecito chiedersi come mai. Per uno Stato laico come L’Italia, garantire il diritto a prescindere dal credo religioso e della morale individuale è imprescindibile. Non si può vivere indietro di 30 anni. Per questo è arrivato il momento di pensare ad una legge epocale, come lo è stata la 194 40 anni fa, che garantisca alle donne finalmente una vera libertà di scelta.

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Nella vita ho abbracciato il masochismo: socialista e tifoso del Bari. Precario a tempo pieno; ho scelto di rimanere al Sud (con tutte le difficoltá che ne conseguono), perché credo fortemente nella rinascita meridionale. Appassionato di politica fin da piccolo, cercherò di affrontare le disuguaglianze sociali trasversalmente parlando di welfare, lavoro, infrastrutture, giovani. “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”

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