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Il pendolo di Schopenhauer

“La vita è un pendolo che oscilla incessantemente tra noia e dolore” E qui direi che possiamo anche fermarci. Sono le 8.24 di sera, quale modo migliore per finire la giornata con un po’ di sano pessimismo in compagnia di uno dei miei filosofi preferiti in assoluto?

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Al piccolo pubblico che spero di non avere,

quest’oggi si parla di vita, dolore e piacere. Ci addentriamo in un clima di pieno romanticismo, dove la sete di ignoto e l’esasperata voglia di infinito travolgono gli animi degli intellettuali come un fiume in piena che scorre in un letto di sterile indagine sul sé.

Proprio questo periodo ispirò, in vari ambiti e diversi paesi, alcuni tra gli intellettuali che in assoluto preferisco, come Giacomo Leopardi e Arthur Schopenhauer. Essendo questa una rubrica di filosofia ci concentreremo su quest’ultimo.

Schopenhauer era tedesco, amante delle filosofie orientali e decisamente pessimista. Tanti aspetti del suo pensiero si ricollegano ai suoi studi sulle arti orientali, ma non ci concentreremo su quelli, quest’oggi. Piuttosto, andremo ad accennare la sua visione della vita come ce la presenta nel più noto dei suoi scritti: “Il mondo come volontà e rappresentazione”.

Il principio fondamentale, senza approfondire la risoluzione del dilemma dell’inconoscibilità del noumeno -che tratteremo dopo aver parlato di Kant, la settimana prossima- era basato sul fatto che ogni cosa c’è e si muove perché ha una volontà alla base che spinge quella cosa a farlo. Quello che va specificato, però, è il fine ultimo dell’esistenza, che per l’uomo è la felicità, il benessere, il piacere. Non è difficile da immaginare, no? Viviamo per essere felici, per godere di quel senso di pace e spensieratezza che ci coglie nei momenti in cui il dolore sembra non appartenerci. In particolare, Schopenhauer considerava l’aspetto del piacere con accezione stoica, inteso quindi come assenza di dolore e turbamento (in greco a-taraxìa).

Un’ambizione estrema

Ricapitolando, abbiamo una causa prima (volontà), che genera vita, e un fine ultimo (piacere) che è ciò a cui tutto tende. La volontà è inarrestabile e infinita poiché esiste di pari passo con la vita, ed è legata indissolubilmente ai concetti di mancanza e necessità: è il desiderio irrefrenabile di ciò che non ci appartiene e che potrebbe renderci felici. In questo senso, lo stato di pienezza e perfezione, tema dell’articolo della settimana scorsa (che potete ritrovare qui) coincide con il piacere stesso: la perfezione è raggiunta dall’uomo nel momento in cui prova piacere.

Tutto bellissimo, ma stiamo parlando di un romantico. Un pessimista, per giunta.

E noi pessimisti abbiamo un po’ questa tendenza a vedere il lato peggiore delle cose, come se non potessimo ammettere che forse, ogni tanto, qualcosa di giusto capita lo stesso. Come se invece di vedere l’acqua rimasta nel bicchiere “mezzo vuoto” come l’opportunità di un po’ di positività guardassimo la crepa che è sul fondo, causa del lento svanire del liquido rimasto in un baratro di dolore.

Per questo l’animo umano è carico di un’insaziabile desiderio di qualcosa, qualunque cosa ancora non ci appartenga. Potremmo scegliere di considerare tutto ciò che ci ha resi felici, ma non accade, perché il dolore causato da quell’unica mancanza è più forte di tutto ciò che ci fa sentire pieni e perfetti.

E quel piacere, tanto bramato e infine raggiunto, non è che un mero istante di assenza di dolore, di tensione, di desiderio. In quel momento il piacere vive già nel passato: si trova nell’attesa e nel desiderio del piacere stesso. Così l’animo rimane sospeso in uno stato di totale indifferenza alla vita, riempito dalla noia di un’esistenza senza scopo:

“La vita è un pendolo che oscilla incessantemente tra noia e dolore”

La sorte della felicità

È questa la sua visione: finché un uomo avrà un obiettivo patirà nell’attesa di vederlo realizzato, ma al suo compimento il vuoto sarà tale da aver bisogno di riempirlo con altrettanta sofferenza.

Che dire, semplicemente geniale. Per quanto sia uno dei miei filosofi preferiti, però, ci sono periodi della mia vita in cui sento di stare davvero bene, in cui non potrebbe mancare nulla, per quanto non abbia ancora visto tutti i miei sogni realizzati. Ma sapete che c’è? Di questo ne parleremo tra due settimane, analizzando il testo di una delle più belle canzoni del cantautore italiano Niccolò Fabi: Costruire.

Ci sentiamo martedì prossimo con la visione dualistica del mondo kantiano.

Buona settimana,

Gaia

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nata a Viterbo, studio e approfondisco le questioni linguistiche più dibattute. Appassionata di letteratura e filosofia, cerco di rendere la cultura semplice, divertente e alla portata di tutti.

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