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Cultura

L’IA è in grado di produrre arte?

Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha fatto passi da giganti entrando in diretta competizione con l’uomo. L’unico campo in cui forse potremmo mantenere il primato è la creazione artistica. Ma ne siamo davvero sicuri?

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Il processo di automazione per quei lavori che richiedono unicamente delle abilità fisiche, non è certamente una novità. Negli ultimi decenni, però, l’intelligenza artificiale è entrata in competizione con l’uomo anche per quanto riguarda le facoltà cognitive come attenzione, memoria, orientamento e abilità visuo-spaziali. In un mondo in cui le nuove tecnologie hanno sempre più spazio, l’unico campo apparentemente esente da influenze sembra essere proprio quello della creatività, dell’intuizione, della creazione artistica. Ma siamo sicuri sia davvero così?

Se cerchiamo su wikipedia, la risposta è chiara: “L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica”. Se invece diamo un’occhiata al mondo che ci circonda, potrebbero venirci un po’ di dubbi in più.

Venduto all’asta per 432 mila dollari il primo quadro realizzato da una IA

” Edmond de Belamy”, Obvious, 2018, Inchiostro, 70 x 70 cm.

Tutto nasce dall’esperimento di Obvious: un collettivo di giovani francesi con la voglia di indagare il rapporto tra arte e tecnologia. Gazie ad un generative adversarial network (GAN), un algoritmo usato nell’apprendimento automatico non supervisionato, IObvious è riuscito a far produrre ad una IA una collezione di 11 ritratti di persone mai esistite: la famiglia De Belamy. Tra quest’ultimi troviamo “Edmond de Belamy“, il quadro che alla fine del 2018 è stato venduto per 432mila dollari all’asta Newyorkese , lasciando a bocca aperta sia programmatori che critici d’arte ( il valore stimato non superava i 10 mila dollari). Nell’angolo in basso a sinistra del dipinto possiamo notare riportata la formula dell’algoritmo che ha permesso all’IA di “inventare” l’opera, grazie allo studio e l’archiviazione di più di 15000 ritratti realizzata da artisti famosi dal XIV al XX secolo.

L’Algoritmo

E’ proprio questo insieme di lettere che porta gli esperti in questo ambito a dichiarare che la creatività NON sia una facoltà interamente umana: la digital art esiste già da mezzo secolo, ma la differenza portata dal Machine e Deep learning è che non viene più effettuata una sequenza di regole statiche, ma l’IA apprende autonomamente secondo modelli complessi, dove le decisioni non sono scomponibili in una serie definita di processi logici. Nel caso del ritratto di Edmond non possiamo spiegare perché la macchina abbia scelto di fare il naso sfocato e gli occhi nitidi o il viso chiaro e i capelli scuri.

Non è, come si potrebbe pensare, una semplice imitazione: le GAN funzionano attraverso l’interazione di due reti neuronali che giocano su informazioni di natura opposta. La prima genera immagini casuali e la seconda ha il compito di distinguere quali sembrano reali e quali no, attraverso il confronto con fotografie realmente esistenti. Pian piano che passa il tempo la prima, seguendo le valutazioni, riprodurrà casualmente immagini sempre più realistiche, fino a che per la seconda sarà impossibile distinguere quelle vere da quelle no. Questo spalanca molte preoccupazioni e nuovi scenari possibili in ambito artistico; e i pittori non sono gli unici che, prima o poi, dovranno fare i conti con gli sviluppi delle intelligenze artificiali.

AIVA: prima IA musicista registra le sue creazioni alla Sacem per tutelare i diritti d’autore

Da poco è nata AIVA (Artificial Intelligence Virtual Artist) , un’IA che produce musica originale seguendo delle semplici indicazioni dell’utente attraverso modelli di Machine e Deep Learning per finalità analoghe a quello usate da Obvious: AIVA leggendo milioni di partiture musicali scritte dai più grandi compositori (tra cui Bach, Mozart e Beethoven) ha imparato a tradurre la musica in un modello matematico e questo le permette di creare qualsiasi tipo di contenuto musicale in modo completamente originale.

Anche qui, come per il ritratto di Edmond De Belamy, non si tratta di imitazione, ma di vere e proprie creazioni. E’ l’utente stesso che , addirittura, comunica ad AIVA il suo stato emotivo, il genere musicale, lo stile, l’emozione che vuole provare ascoltando il brano e l’IA procede a creare musica personalizzata. Oggi solo sulla piattaforma Spotify sono più di 200 milioni gli utenti che ascoltano soddisfatti musica “scelta per loro” o la selezionano in base a categorie preimpostate.

Analizzando questi dati si comprendere facilmente perché sempre più intellettuali, informatici e studiosi si dedicano allo studio dei possibili scenari aperti dalle IA come AIVA. Tra questi vi è Yuval Noah Harari, storico e saggista israeliano considerato uno degli intellettuali contemporanei più riconosciuti, che nel suo libro “21 lezioni per il xxi secolo” scrive:

Siamo portati a pensare che gli artisti siano in grado di incanalare certe tensioni psicologiche e che lo scopo dell’arte sia connetterci con le nostre emozioni, di conseguenza quando valutiamo l’arte, la giudichiamo in base all’impatto emotivo che ha prodotto nel pubblico. Tuttavia, se l’arte è definita dalle emozioni umane, che cosa potrebbe accadere una volta che algoritmi esterni a noi siano capaci di comprendere e stimolare le nostre emozioni umane meglio di Shakespare, Frida Kahlo o Beyoncè?

Infatti il prossimo obbiettivo in campo musicale di alcuni sviluppatori di intelligenza artificiale sembra essere un’IA che studi i suoni musicali che si ripetono nelle “hit” di scala mondiale, e riesca a produrne lei stessa qualcuna. Se ci pensiamo, non è niente di diverso da quello che già fanno milioni di studiosi, produttori musicali e artisti.

Un’IA in grado di fare arte però non è sinonimo di un’IA in grado di sostituire degli artisti (e tanto meno tutti): se consideriamo arte come qualcosa che ha l’obbiettivo di accontentare più persone possibili allora l’IA, con i dati con cui può entrare in possesso, potrebbe essere in netto vantaggio sugli esseri umani, se invece la nostra concezione è diversa, potrebbe perdere in partenza. Insomma, una cosa è certa, i generi potenzialmente più in “pericolo”, in caso di un’ascesa dell’intelligenza artificiale nell’ambito della produzione musicale, sarebbero sicuramente quelli della musica elettronica e di quella commerciale.

Ma quindi è arte?

Fontana, Duchamp, 1917 Merda d’artista, P. Manzoni, 1961
Banana sul muro, Cattelan 2019

Prima di rispondere alla domanda dovremmo chiederci: che cos’è arte ?

Reduci dalla rivoluzione estetica umanistica, non abbiamo un parametro oggettivo per valutare l’arte: comunemente riteniamo arte tutto quello che le persone ritengono essere arte. Oggi davanti ad un quadro o ad un’istallazione ha poco senso discutere se sia bello, brutto, se chiunque sia in grado di farlo, se è stato sviluppato per mandare un messaggio o se è stato creato da un essere umano: se procura interesse ed emozioni in chi lo osserva, allora anche un quadro fatto da un’IA ( così come la banana attaccata al muro da Cattelan) non può che essere considerato arte, e mai come in questo caso “l’arte è specchio della società”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Mi chiamo Debora Striani e nella vita studio, leggo, viaggio, penso, scrivo e condivido. Tra le mie passioni spiccano politica, attualità, economia, letteratura, cultura e comunicazione. Nel corso degli anni attraverso attività di rappresentanza studentesca, organizzazione di eventi culturali (conferenze, mostre, dibattiti) e pubblicazione di materiale informativo (articoli, podcast e interviste) ho sempre cercato di incentivare la partecipazione giovanile, il sano confronto e la corretta informazione. Scrivo per non smettere di farlo.

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