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L’essenza irraggiungibile delle cose

Essere o apparire? La distinzione tra queste due viene espressa dal binomio fenomeno-noumeno in Kant, posto alla base di tutta la filosofia contemporanea.

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Cari filosofi, buonasera e bentornati all’appuntamento filosofico del martedì; quest’oggi faremo un tuffo nello schematico mondo di un tale abitudinario e molto rigido: Kant.

Per analizzare un filosofo complesso e centrale come Immanuel Kant è opportuno fare una digressione sul periodo storico dal quale proviene: l’Illuminismo. Quando si parla di Illuminismo, infatti, ci si riferisce a quella corrente culturale che seguì il razionalismo, segnò le sorti dell’assetto geopolitico del tempo e pose le basi per la struttura sociale tipica dell’età contemporanea. Centrato sull’ideale di uomo, proponeva una visione egualitaria dei cittadini, accomunati dall’essere tutti possessori di una Ragione che permettesse loro di scegliere la cosa giusta.

A questo incremento di fiducia nella ragione, però, seguì una svalutazione di quanto apparisse irrazionale e incontrollabile, come la stessa Natura, che venne minimizzata al punto di farla aderire agli schemi mentali dell’uomo.

In quest’ottica, il ragionamento di Kant produsse una visione del mondo che egli stesso considerò distorta e inattendibile. Essendo la mente umana l’unico strumento a nostra disposizione per poter conoscere il mondo non può che proporci una versione di esso, che rimane comunque diversa dalla vera essenza delle cose in sé. La distinzione tra ciò che appare e ciò che è viene espressa dal binomio fenomenonoumeno, concetto posto alla base di tutta la filosofia contemporanea.

Come nel relativismo, infatti, la conoscenza effettiva della Natura rappresenta un’incognita, una verità irraggiungibile perché indagata con strumenti interni all’uomo, che non possono quindi comprendere ciò che vi è all’esterno.

Ciò che conosciamo è quindi il fenomeno, letteralmente “ciò che appare”, ovvero una versione della realtà “filtrata” dalla mente. L’ordine mentale delle conoscenze viene affidato a tre facoltà:

  • Sensibilità: ogni cosa viene percepita dai sensi, che ordinano la materia secondo spazio e tempo, definite forme a priori della sensibilità. La sensibilità riceve quindi i dati dall’esperienza e li colloca in un tempo e in uno spazio, lasciando l’indagine sulla natura degli oggetti all’intelletto;
  • Intelletto: è responsabile delle associazioni mentali che riconoscono gli oggetti come raggruppati in delle categorie. L’intelletto ordina quindi i dati sensibili in 12 gruppi, che sono unità, totalità, pluralità, realtà, negazione, limitazione, inerzia e sussistenza, causa ed effetto, esistenza e inesistenza, necessità e contingenza;
  • Ragione: indaga i concetti trascendentali di anima, Dio e mondo.

Tutto il resto è noumeno.

A tal proposito si potrebbe riprendere il discorso della settimana scorsa su Schopenhauer, che risolse il fenomeno nel noumeno utilizzando una metafora proveniente direttamente dalla filosofia orientale: l’espediente del velo di Maya. Secondo Schopenhauer, per svelare il noumeno bastava togliere il velo per poter vedere la realtà non più come rappresentazione, ma come volontà, ovvero l’essenza noumenica delle cose (ne parlo in modo più approfondito nello scorso articolo, lascio il link qui).

Tornando a Kant, esiste quindi un modo per scoprire il noumeno? Malgrado lo sforzo dei filosofi posteriori nel dimostrarlo, per Kant non esiste. In un clima di massima fiducia della ragione fu il primo a dimostrarne anche i limiti, indagandoli nella dottrina chiamata da lui criticismo.

Per oggi la nostra riflessione finisce qui, ci ritroveremo martedì prossimo con un articolo un po’ particolare: l’analisi del testo di “Costruire”, canzone di Niccolò Fabi pubblicata nel 2006.

Buona settimana,

Gaia

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono nata nel 2001, ho frequentato il liceo scientifico a Viterbo e ora studio Lettere moderne a Bologna. Ho iniziato a lavorare per La Politica del Popolo come correttrice di bozze e ora gestisco la rubrica di filosofia del martedì.

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