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Società

Furore 2.0: l’odissea dei giovani del Sud

“Scegli un lavoro che non ami e dovrai sperare di lavorare almeno un giorno in vita tua”, sarebbe stata probabilmente questa la versione della sua massima, se Confucio avesse vissuto oggi al Sud. Viaggio nell’arte dell’arrangiarsi tra precariato, part-time a tempo pieno, parti di stipendio restituite, NEET, orari improponibili e flussi migratori che svuotano il Meridione. Benvenuti nel Paese dell’Assistenzialismo.

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A molti sarà capitato sotto mano il famoso articolo del Corriere della Sera del 1972 “Il divario tra Nord e Sud verrà colmato solo nel 2020”, ritornato in auge sul finire del 2019 proprio in occasione del traguardo ormai prossimo. L’ironia -unita ad una buona dose di rassegnazione- con la rete ha accolto la foto di questo articolo quasi fosse un meme, rende abbastanza bene l’idea della situazione che viviamo. Anni fa, prima dell’avvento della nuova narrazione di destra che ogni giorno ci propina invasioni africane che porranno fine alla nostra cultura italica giudaico-cristiana, eravamo noi meridionali il problema. La passione per il fancazzismo atavicamente radicata nel terrone.

L’immagine tipo: un uomo del Sud abbronzato in canotta che sorseggia una birra, mentre l’uomo del Nord produttivo guadagna anche per mantenere il suo cugino svogliato. Discorsi da bar che però hanno sempre fatto breccia in un certo tipo di elettorato e che ancora oggi trovano terreno fertile. D’altronde siamo in un’epoca in cui si vanno moltiplicando le convention dei terrapiattisti e dei suprematisti, per cui ci tocca sopportare questo eccessivo esercizio di democrazia. Ma come si è arrivati al cambio del bersaglio nel mirino?

Perché Salvini si è discostato da Bossi e ha aumentato così tanto i consensi anche al Sud? Il lavoro. O meglio, la mancanza del lavoro e la disparità di salario. Per intenderci: è la stessa causa dietro l’ascesa della estrema destra in Germania nei territori della ex DDR (a novembre del 2019 la maggioranza del consiglio comunale di Dresda ha approvato una delibera riguardante lo stato di emergenza per nazismo, dopo l’aggravarsi delle violenze in città a sfondo politico).

Parafrasando una famosa frase di Mitterand: “Amo talmente l’Italia che preferisco averne due”. E queste due Italie sempre più difficilmente riescono a trovare una conciliazione, con i divari che al posto di colmarsi si sono acuiti. E c’è chi ha pagato, sta pagando e pagherà maggiormente questo divario ovvero i tre anelli deboli del mercato del lavoro come li chiama il sole24ore: donne, giovani e Sud.

Uno sguardo al mondo del lavoro in Italia

Soprattutto nel corso degli ultimi due decenni è stata sbandierata da tutti i Governi che si sono succeduti la volontà cogente di mettere mano al mondo del lavoro una volta per tutte, ponendo la parola fine ad un bagno di sangue che ci vede sempre sul fondo delle classifiche occupazionali europee. Nel frattempo, fortunati come Fantozzi, siamo stati investiti da una crisi finanziaria e una crisi sanitaria (e di riflesso anche finanziaria, peggiore di quella di 10 anni fa e quanto di più vicino ci possa essere una fase del dopoguerra).

I dati ISTAT di dicembre 2019 ci raccontano di una disoccupazione nazionale intorno al 10% (per la precisione 9,8), dato che va accompagnato alla media europea, inferiore di 4 punti. La disoccupazione giovanile (15-24 anni) si attesta intorno al 25%. La differenza del tasso di disoccupazione Nord-Sud è impietoso: 5,7% al Nord, 16,2% al Sud. Di fronte a questi dati, risulta poco serio e soprattutto controproducente parlare di abolizione della povertà o della volontà di raggiungere la piena occupazione.

Agli slogan faciloni si contrappone il giudizio severo e pragmatico di chi non riesce a trovare un lavoro o non guadagna abbastanza per arrivare a fine mese. Nessuno, tanto meno me, ha in tasca la ricetta perfetta per un mondo fatto di arcobaleni e soldi che crescono sugli alberi, ma quantomeno possiamo affermare che vada rivisto l’approccio verso il mondo del lavoro. Lo scorso anno il rapporto dello Svimez (Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno) ha acceso i riflettori su un problema che da tempo si conosceva, ma si tendeva a nascondere, i veri protagonisti del fenomeno dei flussi migratori in Italia: i meridionali.

Nel Meridione dove il lavoro non c’è

Erice, Trapani

In 15 anni (2002-2017) sono stati oltre 2 milioni a lasciare la propria terra per cercare futuro altrove. Ed è questo il vero problema di migrazione che dovrebbe essere affrontato a livello nazionale, piuttosto che girare la testa e imbastire campagne strumentali e discriminatorie che non produrranno nessun effetto utile. Anzi, con lo Stato sociale in crisi, si è innescata una guerra tra poveri nel mentre i redditi delle fasce più abbienti continuano ad aumentare. Quindi chi è andato via da qui in questi 15 anni cosa cercava? Un migliore status che gli garantisse un salario più dignitoso?

Si spiegherebbe come mai andate via dal Sud 2 milioni di persone, ne siano arrivate poco più della metà perdendocene per strada quasi 900mila. Ma non ci fermiamo al numero. Analizzando più a fondo questo dato, si nota che di cui 2 milioni, la metà che è andata via sono giovani (15-34 anni), di cui laureati quasi 250mila.

Solo nel 2017 abbiamo perso 66mila giovani di cui 22mila laureati

Il che si traduce in competenze che perdiamo e che continueremo a perdere di anno in anno. A fronte di questa perdita di persone qualificate, chi arriva al Sud solitamente ha una età media maggiore e una minore istruzione. Questo comporta una perdita di risorse, un innalzamento dell’età media -con conseguente calo delle nascite- e un abbassamento del livello di istruzione: nel 2018 il 46% degli adulti nel Mezzogiorno si trova al massimo con la licenza media.

Stiamo assistendo ad un vero fenomeno di desertificazione nel silenzio totale delle istituzioni. Le motivazioni che portano i nostri coetanei ad andarsene sono molteplici e tutte lecite. La voglia di misurarsi in un contesto più competitivo, magari con maggiori risorse a disposizione. La cosiddetta “fame”. Qualche anno fa Antonio Cassano (nello stesso pezzo ho inserito Mitterand e Cassano, credo di meritarmi la dannazione eterna) quando era a Genova rilasciò una delle sue tante interviste senza pretese; ma in una di queste mi rimase impressa una frase che riguardava il suo stipendio e il suo rapporto con Bari.

In buona sostanza respingeva ogni idea di tornare a casa, restando al Nord perché aveva lottato tanto per arrivare a guadagnare quei soldi come tanti meridionali emigrati. Disse qualcosa del tipo:

“Noi del sud siamo talmente abituati a lottare disarmati e sgomitando, che una volta arrivati qui riusciamo subito ad emergere e risultare i migliori della classe”

Al netto del giudizio personale, credo che Cassano avesse centrato il punto, col solito pragmatismo e la solita sincerità (anche troppa certe volte) che lo hanno sempre contraddistinto. Oggi sempre più ragazze e ragazzi sono costretti ad andar via per realizzarsi. Su un piatto della bilancia si mettono gli affetti personali, la propria terra, il proprio habitat e sull’altro la carriera, la possibilità di una vera stabilità economica e una prospettiva di sicurezza per il futuro.

Il Sud e la mancanza dei Servizi

In un Paese normale questo non dovrebbe succedere e dovrebbero essere garantite condizioni di partenza sostanzialmente paritarie. Chi rimane deve lottare con infrastrutture carenti, servizi mediamente più scadenti e una maggiore insicurezza economica che può tradursi in un abbandono prematuro della scuola per scegliere l’opzione lavorativa, magari pure in nero. L’Istat conferma questa triste realtà:

in Sicilia un ragazzo su cinque abbandona gli studi dopo la licenza media

La mano pubblica statale dovrebbe intervenire non solo con manovre assistenzialiste (vi ricorda qualcosa la mappa del voto nel 2018, con il Movimento 5 Stelle che fa il pienone al Sud dopo la promessa del reddito di Cittadinanza?) ma soprattutto con investimenti strutturali che potenzino la scuola pubblica e migliorino l’accesso al mondo del lavoro. Emigrare deve diventare una scelta non una necessità. Spesso mi trovo a discutere con un caro amico che è rimasto folgorato dalla Polonia e proprio in questo periodo si trova lì per sostenere alcuni colloqui, dopo averci già lavorato.

La frase che mi ripete più spesso quando parliamo di Bari -capoluogo di Regione e una delle città più avanzate di tutto il Meridione, quindi non esattamente la versione italiana di Monrovia- è “Ma io non voglio rimanerci, cosa faccio? Non riesco ad esprimermi, è una realtà frustrante”. E mi rendo conto che chi ha provato l’esperienza lavorativa all’estero come lui, soprattutto in grandi città, non riesce a tornare indietro. Eppure Bari offre molte opportunità: un aeroporto internazionale per cominciare, una rete ferroviaria di tutto rispetto e che collega più che discretamente la provincia al suo interno – un’altra chiave di lettura per spiegare la scelta di chi va via è la vita da pendolare, resa particolarmente difficile dalle inefficienze dei collegamenti – e un patrimonio artistico culturale notevole che si arricchisce di anno in anno di sempre maggiori eventi.

E chi rimane? Lotta

A cominciare dalle forme contrattuali, sempre più a tempo determinato. Una incertezza crescente che si traduce in sfiducia e a mettere in dubbio anche le proprie competenze. Si arriva ai 30 anni con un curriculum costellato da lavoretti part-time, contratti a chiamata, tirocini. Sempre che possano essere inseriti nel cv, perché non è difficile che il tutto non sia regolarizzato. E ok che siamo la generazione che si è rassegnata a non vedere mai la pensione, ma l’idea di non aver versato mezzo euro di contributo raggiunta la stessa età in cui i nostri genitori avevano magari già una casa e un figlio non è proprio il massimo.

Poi arriva la chiamata, non è quella della vita però dai non siamo così choosy. Ti fanno un bel contrattino e sei contento, arrivi a casa e stappi lo spumante: “Mamma, papà sono stato assunto!”. Ma non hai visto la storia fino alla fine. E capitano situazioni dove il datore di lavoro ti chiede di restituire parte dello stipendio, pena il licenziamento . E questo se ti va bene e sei assunto nel ruolo che ti hanno proposto, perché ti possono capitare anche annunci-truffa dove vai a fare un colloquio per un ruolo in amministrazione e ti ritrovi a fare il porta a porta cercando di piazzare un depuratore in qualche landa desolata e sperduta sulla Murgia. A questo aggiungiamo il dato Istat sul lavoro irregolare che al Mezzogiorno si attesta intorno al 18-19%.Il senso di soffocamento dato da un ambiente non sempre stimolante fa il resto.

La fascia che dovrebbe rappresentare il futuro del Paese si ritrova senza futuro e disillusa

A questo punto non sorprende il dato sui NEET (giovani che non studiano né lavorano) che nel 2019 nella fascia di popolazione 15-29 anni rappresentano il 22,2%. Questa è la percentuale più elevata tra i Paesi dell’Unione, di circa 10 punti superiore al valore medio del 12,5%. Questo significa che due milioni di giovani non danno contributo alcuno alla società. E cosa ancora più grave, si isolano; con conseguenze devastanti a livello psicologico. Parliamo della fascia che dovrebbe rappresentare il futuro del Paese e che si ritrova senza futuro e disillusa.

Almeno un tempo potevamo dare la colpa alle bolle speculative a ai rampanti anni 80 vissuti al di sopra delle proprie possibilità. Oggi si cresce già nella disillusione e il benessere puoi percepirlo solo riguardandoti Yuppies con la classica nostalgia dei tempi mai vissuti. Anche sui neet è stata attuata una campagna diffamatoria ai limiti della ghettizzazione, definendoli viziati con la propensione al cazzeggio puro e dall’aperitivo facile. In realtà abbiamo visto come questa situazione è figlia, soprattutto al Sud, di condizioni di partenza parecchio complesse dove magari anche un percorso di studi importante non ti porta al lavoro desiderato o non ti porta affatto al lavoro.

Oppure la situazione ti porta ad accettare lavori estenuanti da 12 ore al giorno, come può essere quello dei riders o quello di corriere, quasi sempre per mancanza di alternative. Praticamente un patto col diavolo che ti porta a rinunciare alla tua salute in cambio di un guadagno decente. Si dirà: la vita è fatta di compromessi. Eppure io questa non la chiamerei vita. Meglio di ogni trattato sull’argomento, consiglio il recentissimo Sorry We Missed You del sempre straordinario e lucidissimo Ken Loach. Quale che sia lo status (neet o bestia da soma) è ora di parlare delle conseguenze in modo concreto e medico: il possibile sopraggiungere della depressione.

E la depressione è un forte elemento che porta a stabilizzarsi in questo limbo dove non si può essere giudicati se non si fa. Non bisogna nascondersi, se è la società in cui viviamo a porci obiettivi sempre più complessi in tempi sempre più risicati. E chi non ha le risorse cosa fa? Ma soprattutto anche qui il silenzio della politica è assordante. A maggior ragione dopo i mesi che abbiamo vissuto di lockdown che non hanno fatto altro che esacerbare la situazione del mercato del lavoro italiano già precaria di suo. Credo che la politica abbia una grande occasione per invertire il trend e ridare fiducia a migliaia di giovani.

E la prima cosa che dovrebbe fare in controtendenza con il passato è ascoltare. Solo dopo aver ritrovato la capacità di ascolto, si potranno prendere tutte le misure adeguate a risollevare una generazione senza sogni e un territorio martoriato che da decenni chiede investimenti per farcela da solo. Ma il tempo sta scadendo e migliaia di Tom Joad sono pronti a mettersi in viaggio verso la California.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nella vita ho abbracciato il masochismo: socialista e tifoso del Bari. Precario a tempo pieno; ho scelto di rimanere al Sud (con tutte le difficoltá che ne conseguono), perché credo fortemente nella rinascita meridionale. Appassionato di politica fin da piccolo, cercherò di affrontare le disuguaglianze sociali trasversalmente parlando di welfare, lavoro, infrastrutture, giovani. “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”

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