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Paralimpiadi: la storia della competizione sportiva più inclusiva al mondo

Lo sport può essere fonte di rinascita, rivincita e resilienza per questi eroi dei giorni nostri capaci di imprese sensazionali.

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“Alle Olimpiadi si creano gli eroi, alle Paralimpiadi arrivano gli eroi” 

Eroe è per la nostra cultura chi decide di compiere un atto estremamente coraggioso per libera scelta, chi diviene fonte d’ispirazione per gli altri in modo completamente disinteressato. 

Gli Avangers, i più noti eroi del grande schermo, non sono altro che persone con una storia da raccontare e un obiettivo da perseguire, caratterizzati da accessori che ne amplificano la forza. Gli atleti Paralimpici sono i supereroi della realtà, le loro battaglie sono anche nostre e ogni loro successo, indipendentemente dalla nazione a cui appartengono, ci fa emozionare. Anche loro, così come Thor e Captain America, hanno accessori che li rendono ancora più forti: protesi, carrozzine e altri ausili sono per loro scudi e martelli. 

La storia delle Paralimpiadi è una storia di speranza, determinazione e soprattuto rinascita, che parte dalla Germania e prosegue per un viaggio tanto tortuoso quanto emozionante. 

Ludwig Guttmann: il padre dello sport per disabili 

Guttmann nasce in Germania da un famiglia ebrea ortodossa e intraprende giovanissimo la carriera da medico neurologo, divenendo in pochi anni una delle figure di spicco nell’ambiente medico tedesco.  La seconda guerra mondiale infrange parzialmente i suoi sogni, l’antisemitismo ormai dilagante costringe il medico ad abbandonare l’ospedale ebraico di Breslavia per approdare in Inghilterra. 

Nel 1944 il Dr Guttmann prese, a detta sua, la decisione migliore della sua carriera: accettò l’incarico di direttore del “Centro Nazionale di ricerca sulle lesioni del midollo spinale” a Stoke Mandeville. I medici tendevano a non accettare offerte in questo centro poiché il tasso di mortalità dei pazienti, quasi tutti soldati feriti, era altissimo. Guttmann salvò la vita a molti di loro adottando la tecnica di girare i reduci di guerra ogni due ore per evitare le piaghe da decubito, e soprattutto introdusse lo sport come attività quotidiana.

“La paraplegia è una nuova vita e lo sport il segreto per riemergere dall’abisso” 

I giochi di Stoke Mandeville 

Nel centro medico lo sport veniva inizialmente utilizzato ai fini della riabilitazione fisica e psichica, ma dopo pochi anni dall’arrivo di Guttmann, più precisamente nel 1944, furono indetti i primi “Giochi di Stoke Mandeville”, parallelamente allo svolgimento delle Olimpiadi di Londra.

Nella prima edizione ci fu solamente la gara di tiro con l’arco su sedia a rotelle, ma col passare degli anni la fama di tale competizione aumentò fino ad ospitare anche soldati olandesi disabili nel 1952. L’evento mutò il suo nome in “Giochi internazionale di Stoke Mandeville”.

Le prime Paralimpiadi di Roma 

La prima edizione di quelli che vennero poi chiamati Giochi Paralimpici si tenne a Roma nel 1960, subito dopo la fine delle tradizionali Olimpiadi, e vi parteciparono 400 atleti disabili provenienti da 23 paesi diversi. Dell’organizzazione si occupò Antonio Maglio, direttore del centro paraplegici dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, con il prezioso aiuto del lungimirante Dr Guttmann, basandosi sull’esempio di Stoke Mandeville. 

Gli atleti si sfidarono in diverse discipline quali biliardo, atletica leggera, nuoto, lancio del giavellotto, tiro con l’arco, scherma, basket e tennistavolo. L’Italia, nazione con il più alto numero di atleti partecipanti, conquistò 28 medaglie d’oro, 30 d’argento e 24 di bronzo.

L’origine del nome Paralimpiadi e lo stemma 

Essendo questa l’era delle polemiche sterili, anche sul nome Paralimpiadi si è dibattuto. Alcuni consideravano infatti il prefisso para come discriminatorio, senza analizzare la sua etimologia. Si è infatti scelto tale nome per indicare dei giochi olimpici paralleli a quelli più tradizionali, non superiori né tantomeno inferiori. Semplicemente due competizioni che viaggiano su binari paralleli alla medesima velocità, in questo caso ogni quattro anni.

Le Olimpiadi classiche vengono rappresentate dagli iconici cinque cerchi che vediamo sempre tatuati sulla pelle degli atleti che vi partecipano, a simboleggiare l’unione dei cinque continenti abitati all’insegna dello sport. Le Paralimpiadi, d’altra parte, hanno scelto come colori del logo il rosso, il verde e il blu, i tre colori più utilizzati nelle bandiere di tutto il mondo. Per quanto riguarda il simbolo invece, vediamo tre pa, figura tipicamente coreana che ricorda una goccia, che rappresentano la mente, lo spirito e il corpo. La loro figura circolare incarna l’ideale dell’unione e della coesione tra atleti che caratterizza la competizione. 

Orgoglio italiano 

La strada delle Paralimpiadi verso l’affermazione e l’accettazione universale è stata tutt’altro che semplice: alcuni paesi hanno fatto di tutto pur di ostacolarle e l’Unione Sovietica nel 1980 si rifiutò addirittura di ospitarle, impedendo ai propri atleti disabili il successo che avrebbero meritato. 

Ancora oggi ci sono paesi in cui le disabilità vengono viste come ostacoli insormontabili e chi ne è affetto viene spesso dimenticato, basta pensare che negli USA la legge che permette ai ragazzi disabili di partecipare alle competizioni sportive del college risale al recentissimo governo Obama. 

In Italia, prima culla delle Paralimpiadi, vantiamo numerosi atleti che ci rappresentano, grazie a centri sportivi idonei, personale qualificato e grande volontà di abbattere gli stereotipi. Negli ultimi anni l’età media degli atleti disabili che si avvicinano allo sport è drasticamente diminuita e si sta facendo il possibile per coinvolgere anche ragazzi affetti da patologie più gravi. 

Dal 2018 ad oggi, l’Italia ha raggiunto risultati tanto importanti da essere considerata tra le migliori 10 nazioni al mondo.

Alex Zanardi, Bebe Vio, Maria Scutti, Paola Protopapa sono solo alcuni degli eroi che fanno risplendere la nostra bandiera, ognuno con la propria storia da raccontare e una vita davanti da costruire all’insegna dello sport, della determinazione e della lotta contro i pregiudizi. 

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Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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