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Cittadini

Il binario unico che collega il mezzogiorno all’Europa

Da anni la promessa che il Mezzogiorno sarà finalmente al centro di investimenti importanti per ammodernarne le infrastrutture viene puntualmente disattesa. Questa potrebbe essere l’ultima buona occasione per evitare il definitivo collasso dell’economia del Paese.

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Dalla Treccani: infrastruttura s. f. [comp. di infra– e struttura]. –In senso più ampio, nel linguaggio economico, tutto quell’insieme di opere pubbliche, cui si dà anche il nome di capitale fisso sociale (per es., strade, acquedotti, fognature, opere igieniche e sanitarie), che costituiscono la base dello sviluppo economico-sociale di un paese e, per analogia, anche quelle attività che si traducono in formazione di capitale personale (per es., l’istruzione pubblica, soprattutto professionale, o la ricerca scientifica intesa come supporto per le innovazioni tecnologiche).

Partiamo da un assioma: nessuno ha la bacchetta magica. Quando parliamo di infrastrutture in Italia, scatta immediatamente l’associazione con le parole “inefficienza” “inadeguatezza” “tangente”. Sono vivissime nelle nostre menti le immagini del crollo del Ponte Morandi. E ancora più recente -24 agosto, data del triste anniversario- è la notizia che ad Amatrice la ricostruzione procede a ritmi imbarazzanti: le opere pubbliche finanziate sono 1.405, delle quali concluse solo 86 ed i cantieri aperti attualmente sono 85 . Il 2016 è stato un anno particolarmente nefasto, che ha visto la tragedia di Amatrice accompagnarsi a quella dello scontro di due treni sulla tratta Bari-Barletta tra Corato e Andria dove persero la vita 23 persone e 50 sono rimaste ferite.

Una delle cause è sicuramente la propaganda politica. Appena due mesi fa Salvini in Calabria, durante il suo tour permanente lontano dal Parlamento, parlava del ponte sullo Stretto come: “Una priorità, al di là delle merci, anche turisticamente parlando dà l’idea dell’Italia che corre quindi per me si deve fare”. In un Paese dove per rimettere a posto l’edilizia scolastica servono 200 miliardi di euro, si parla ancora di ponte sullo Stretto come priorità. L’anagrafe dell’edilizia scolastica del Miur grida vendetta: dei 40000 edifici scolastici presenti in Italia, due terzi sono stati costruiti oltre 40 anni fa con tutto ciò che ne consegue in termine di sicurezza e di salute.

Le infrastrutture costituiscono la base per lo sviluppo economico-sociale di un Paese. Questa è la definizione data dalla Treccani. Laddove potrebbero creare coesione territoriale e sociale, oggi finiscono irrimediabilmente per dividere l’Italia e ne aumentano disparità e disservizi. E pensare che c’era persino chi voleva propinarci l’idea che l’autonomia differenziata fosse una cosa positiva. Un dato su tutti evidenzia la situazione di squilibrio: lo Stato spende per ogni cittadino meridionale meno di quanto spende per ogni cittadino centrosettentrionale.

Una spesa pro capite di 13.400 euro per il Centro-Nord contro i 10.900 euro del Sud.

Un altro esempio potrebbe essere quello sanitario: a parità di popolazione, la Puglia riceve dallo Stato 800 milioni in meno rispetto all’Emilia-Romagna. Ed è ovvio, generalizzando dal punto di vista territoriale, che quanto meno si investe equamente nella sanità pubblica tanto più saranno i meridionali che andranno negli ospedali settentrionali a curarsi. Un circolo vizioso che non aiuta di certo a ridurre il gap regionale.

Negli ultimi anni tutti parlano del Sud ma…

A ferragosto di quest’anno la Ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli è stata solo l’ultima delle voci in ordine di tempo a ribadire una volontà troppe volte espressa solo a parole: «Avere un Paese sostenibile, che punta a far crescere gli investimenti, il Sud, la dotazione delle infrastrutture, perché il gap sul fronte delle opere, piccole e grandi, tra Nord e Sud deve essere colmato».

Se si cercano queste parole sui motori di ricerca, si troveranno -virgola più virgola meno- pronunciate nel corso di questi anni da svariati esponenti di ogni schieramento politico. Fabio Panetta, dg di Bankitalia, ha avanzato una proposta a Conte meritevole di essere considerata: uno “statuto speciale” per il Sud che consenta duraturi e significativi sgravi fiscali e lavorativi che aiutino il comparto lavoro in genere, ma in maggior modo le categorie più deboli e diano un po’ di ossigeno ad una zona europea che “vanta” i salari tra i più bassi in circolazione.

Qui al Sud c’è difficoltà nel fare impresa non solo per la tassazione, ma per il binomio tassa pagata-servizio erogato. Un esempio chiaro e semplice è costituito dalla Germania, dove la pressione fiscale è più o meno simile alla nostra eppure ci si lamenta meno perché lo Stato riesce a garantire meglio la tenuta complessiva dei vari Land con investimenti strutturali importanti (e le autostrade sono gratuite). In Italia invece si combatte l’inefficienza come peggio non si potrebbe, ovvero prediligendo un approccio assistenzialista a discapito di uno interventista. Il Sud avrebbe tutte le carte in regola per essere una macchina, magari non una Ferrari ok, che viaggia ad alte velocità e in piena autonomia.

Invece oggi l’idea che passa è che qui campiamo solo di turismo e belle spiagge, come se fossimo il dopolavoro di qualcun altro.

Eppure modelli eccellenti di impresa ci sono anche qui e vengono esportati nel resto d’Italia. Uno che conoscerete tutti: Pescaria (non mentite, so che almeno una volta vi siete fatti due ore di coda per mangiare un loro panino). Ma allora perché non intervenire nonostante i numeri impietosi? Ad oggi per ogni 1000 km quadrati di superficie al Sud ci sono 18 chilometri di rete autostradale, contro i 30 del Nord ed i 20 del Centro-Italia; la dotazione ferroviaria è di 45 km al sud, 63 km al nord e 59 km al centro; avete mai fatto un giro in Sicilia e Sardegna?

Uno dei panini di Pescaria

Ci sono zone completamente in mezzo al nulla, abbandonate a loro stesse e prive di collegamento degno di essere chiamato con questo nome nel 2020. Ed io ho la fortuna di abitare a Bari, che praticamente sembra New York se confrontata con altre realtà meridionali per la mole di collegamenti interni alla provincia, verso le altre Regioni e verso l’estero. Eppure, più su ho menzionato il disastro ferroviario della Ferrotramviaria (che ancora oggi non conosce colpevoli, ma questa è un’altra storia meritevole di essere trattata a parte). Quel disastro ferroviario ha avuto il “merito” di aver acceso la luce sull’obsolescenza della rete ferrovia al Sud: binario unico pressochè in tutte le Regioni, sistemi di sicurezza opinabili, carrozze che sembrano uscite da un film western, zone poco servite per usare un eufemismo.

Vi sta scrivendo uno che praticamente passa metà della sua vita in treno: quasi ogni mattina mi alzo già bestemmiando al solo pensiero di quante corse saranno soppresse per motivi non ben precisati. Oggi un Bari Lecce (151 km) in treno dura mediamente tra l’ora e mezza abbondante e le due ore; Bari-Bitonto (18km) prende una mezz’ora. E i collegamenti con un altro capoluogo di Regione relativamente vicino come Napoli (270km) non vanno meglio: oggi ci vogliono quattro ore per arrivare alle pendici del Vesuvio per mangiarsi un’ottima pizza e far morire di invidia gli amici su instagram. Per fortuna l’alta velocità toccherà Bari e raggiungeremo Napoli nella metà del tempo e Roma in tre ore.

In realtà questo tipo di investimento è previsto anche in Sicilia, intervenendo pesantemente con quasi 10 miliardi di euro, sull’asse Messina-Catania-Palermo; tutto bellissimo se non fosse che i tempi stimati per vedere tutto questo si aggirano intorno ai dieci anni. Quindi per il 2028-29 se si basassero sui calendari convenzionali, 2048-49 se seguissero il calendario usato per ultimare (?) la Salerno-Reggio Calabria. Nel ranking regionale infrastrutturale della Ue, la regione del Mezzogiorno più competitiva è la Campania (134° su 263), seguono Abruzzo (161°), Molise (163°), Puglia (171°), Calabria (194°), Basilicata (201°), Sicilia (207°) e Sardegna (225°). Guardiamo com’è divisa l’Alta Velocità: rispetto alla rete nazionale di 1583 km, abbiamo una fetta dell’11, 4% pari a soli 181 chilometri di linee; nel Centro-Nord la rete è di 1.402 chilometri, pari all’88,6% del totale.

Al Sud un futuro senza infrastrutture

Ospedale abbandonato in Campania

Come possono competere le imprese nostrane, già di dimensione medio-piccola di loro, se il sistema non consente loro un adeguato sbocco verso il mercato europeo? Come possiamo garantire alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi un futuro qui, se già dalle scuole elementari si segue il principio centralizzatore verso i grandi centri urbani a discapito delle frazioni? Vanno invece tutelate le nostre comunità e favorire il loro sviluppo autopropulsivo a livello locale, garantendo una rete stradale migliore e più capillare e un sistema di trasporto pubblico più efficiente.

Chiudere i presidi ospedalieri locali, in un’ottica prettamente di risparmio a discapito della salute pubblica, è una follia. Come lo è quella di chiudere le scuole delle frazioni e delle periferie non molto abitate, con l’ovvia conseguenza di una disgregazione culturale e sociale con un aumento delle percentuali di abbandono scolastico (non a caso il Sud in queste classifiche primeggia sempre). Integriamo maggiormente le province tra loro, rendendole poli culturali ed economici, invece di metterle tra loro in una competizione autodistruttiva (interessantissima una puntata di Report del dicembre scorso, che mostrava un possibile asse Bari-Taranto.Vi consiglio di recuperarla).

Se si vuole far ripartire l’ascensore sociale, servono investimenti ingenti al Sud. Serve rimettere al centro dei progetti politici le persone. Alla sinistra italiana si chiede meno cerchiobottismo e più socialismo.

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Nella vita ho abbracciato il masochismo: socialista e tifoso del Bari. Precario a tempo pieno; ho scelto di rimanere al Sud (con tutte le difficoltá che ne conseguono), perché credo fortemente nella rinascita meridionale. Appassionato di politica fin da piccolo, cercherò di affrontare le disuguaglianze sociali trasversalmente parlando di welfare, lavoro, infrastrutture, giovani. “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”

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