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La Costituzione è un “metallo plasmabile”, la cui forma dipende anche da noi

Il 20 e il 21 settembre si svolgerà il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, ma cos’è un referendum? Come si ci è arrivati?

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di Maria Cristina Frosali

Quando in Assemblea costituente si è discusso del procedimento da seguire per modificare la Costituzione, nessuno ha sollevato dubbi circa la necessità di introdurre un meccanismo che consentisse al testo costituzionale di adattarsi al passare del tempo e al mutamento della realtà sociale e politica.  

La Costituzione, infatti, non è un documento intoccabile, “non deve essere un masso di granito che non si può plasmare e che si scheggia” dice Paolo Rossi, relatore sulla revisione costituzionale in assemblea costituente. Il testo costituzionale deve essere “una specie di duttile acciaio che si riesce a riplasmare faticosamente sotto l’azione del fuoco e sotto l’azione del martello di un operaio forte e consapevole!”

Proprio per assicurare che l’artigiano che intende lavorare quel preziosissimo metallo che costituisce la legge fondamentale del nostro ordinamento, sia all’altezza del proprio ruolo, i costituenti hanno introdotto un meccanismo speciale e aggravato di revisione costituzionale.

Il procedimento di revisione costituzionale – scritto nell’art. 138 della Costituzione – si compone di due fasi: una necessaria, che si svolge in Parlamento e l’altra solo eventuale, che coinvolge il corpo elettorale.

Nel corso della prima fase, l’art. 138 Cost. impone un raddoppiamento dell’iter procedimentale: se per l’emanazione di una legge ordinaria è sufficiente che questa sia approvata una volta dalla Camera e una volta dal Senato, per modificare la Costituzione servono invece quattro approvazioni parlamentari (due per ciascuna Camera). Nella seconda deliberazione è richiesta la maggioranza assoluta anziché quella semplice: non basta la maggioranza dei voti favorevoli dei presenti ma è necessario che votino a favore della modifica il 50% + 1 degli aventi diritto al voto.

Nei casi in cui la maggioranza ottenuta, anche in un solo ramo del Parlamento, sia inferiore ai 2/3 dei componenti, il testo legislativo può essere sottoposto a referendum qualora ne facciano richiesta 1/5 dei membri di una Camera, 500.000 elettori o 5 Consigli regionali. Il referendum sospende il perfezionamento del procedimento di modifica della Costituzione e conferisce al corpo elettorale il compito di esprimersi sul contenuto della legge. A differenza del referendum abrogativo, in questo caso non è necessario alcun quorum di partecipazione: la riforma entra in vigore se si esprime in senso favorevole alla legge la metà più uno dei voti validamente espressi.

I padri costituenti

I costituenti, dunque, se da un lato hanno ritenuto che l’ampio consenso raggiunto in Parlamento (la maggioranza dei 2/3 dei componenti) potesse rappresentare una garanzia sufficiente per legittimare l’immediata entrata in vigore della riforma; hanno voluto, in caso contrario, offrire al corpo elettorale la facoltà di esprimere la propria opinione.

Per questo è importante giungere preparati all’appuntamento elettorale del prossimo 20 e 21 settembre, quando saremo chiamati a pronunciarci sul testo di legge costituzionale recante “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione dei parlamentari”, approvato in seconda deliberazione dalla Camera dei deputati l’8 ottobre 2019.

Spesso dimentichiamo – come scrive il prof. Peruzzi nel libro “Scienza per la democrazia” – che “prima di essere codici, norme e regole scritte, “democrazia” significa esercizio di ragionamento in comune, significa franco dibattito senza pregiudiziali, collaborazione e confronto in vista di un bene comune”.

È con questo spirito che, in questi giorni che ci separano dal voto, cercheremo di offrire il nostro contributo, con dirette, interviste e articoli dedicati ad un tema così complesso e delicato che coinvolge il Parlamento, cuore della nostra democrazia.

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