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La lunga crisi del SSN: in corsia mancano specialisti non medici

La paura del Coronavirus è tornata prepotentemente: i contagi siano in crescita e nulla è stato fatto per sanare il problema degli operatori sanitari.

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Dopo la pausa estiva, la paura del Coronavirus è tornata prepotentemente a fare da padrone. E nonostante i contagi siano in ascesa, così come annunciato nei mesi passati, ancora nulla o quasi è stato fatto per sanare il problema della carenza di operatori sanitari. Impegnati in prima linea nelle lunghe settimane della pandemia, a più riprese i rappresentanti di categoria hanno sollevato perplessità e per le condizioni di lavoro che sono stati costretti a dover affrontare e per l’insufficienza degli organici di cui disporre.

Nelle scorse settimane è stato annunciato dal Ministro dell’Università Manfredi il raddoppio delle borse di specializzazione di area medica, così da poter dar seguito a quella richiesta di turnover che in corsia non si vede dai tempi della crisi del 2008. Annuncio a cui non è seguito nei fatti il raddoppio, ma un sostanziale aumento figlio degli stanziamenti promossi con i decreti Covid. La questione della carenza strutturale di medici, emersa solo con la pandemia, è infatti una questione annosa. Spesso finita nelle retrovie tra le esigenze della politica, probabilmente per via dell’ingente distrazione di fondi che la risoluzione di questo vulnus causerebbe.

GAETANO MANFREDI RETTORE UNIVERSITA FEDERICO II

Già nel 2016, dunque quattro anni fa e altrettanti esecutivi, erano noti i dati secondo cui l’età media dei camici bianchi era in netto aumento. Complice la legge Fornero che aveva stoppato i pensionamenti del 2011. Inoltre, il bilancio previsionale sul successivo decennio 2016-25 denunciava già un calo di circa 7mila medici, considerati i 4728 pensionamenti annui a fronte dei 4000 ingressi. Dati che si completavano con le richieste per esercitare la professione all’estero, cresciute dalle 396 del 2009 a 2363 del 2014 facendo registrare un + 596%.

In questi anni, quelli tra la crisi del 2008 e la pandemia del 2020, la politica ha abdicato al ruolo di responsabilità che le compete, affrontando marginalmente il problema con soluzioni tutt’altro che sostanziali. Per molti anni è stata individuata nell’accesso universitario la soluzione, evidenziando come il problema della carenza dei medici fosse ascrivibile al test di accesso alla Scuola di Medicina e Chirurgia. Valutazione evidentemente errata, dato che l’imbuto formativo e lavorativo si realizza nel momento in cui professionisti con titolo non posso svolgere la professione per via del numero inferiore di borse di specializzazione rispetto ai laureati.

Davide Lobascio, coordinatore Segretariato Italiano Giovani Medici Bari Puglia

“La carenza di medici specialisti é una questione ormai nota, che la recente emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19 ha messo in evidenza in tutta la sua tragicità.
Da anni il SIGM si batte perché l’imbuto formativo, che attanaglia migliaia di giovani medici, venga superato attraverso opportune politiche di programmazione che tengano conto delle esigenze del Sistema Sanitario Nazionale – Spiega Davide Lobascio, coordinatore SIGM Bari Puglia. Ogni anno, infatti, sono migliaia i laureati in medicina e chirurgia che non hanno accesso al percorso di formazione specialistica, di fatto rimanendo in una sorta di ”limbo” professionale; mentre, dall’altra parte il numero di medici specialisti operanti nel Sistema Sanitario Nazionale non é sufficiente a soddisfare le necessità della popolazione in termini di assistenza sanitaria. Basti pensare che durante l’ultima edizione del concorso di accesso alle scuole di specializzazione medica si contavano circa ventimila candidati a fronte di un numero di posti disponibili pari a circa la metà.”.

I giorni del Covid hanno poi messo a nudo il vulnus legati alla conoscenza della materia. Gli specializzandi di area medica sono contrattualizzati come studenti, ragion per cui il loro è un qualificato come un percorso di studi a tutti gli effetti. Negli ultimi mesi invece questo non è accaduto, molti specializzandi sono stati chiamati a lavorare dopo aver firmato un contratto di collaborazione (i cosiddetti co.co.co.). Una soluzione quasi di sfruttamento per la categoria, costretta a dover rinunciare a tfr, indennità di rischio e nessuna parità di trattamento economico con i medici strutturati. Un pacchetto di diritti mancati che si completa con l’assenza di ferie, infatti mancare a lavoro comporterà il mancato pagamento e se l’assenza avverrà per più di 10 giorni il contratto sarà rescisso.

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