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Cronaca

Non si piange sul latte versato

Latte di pecora e capra sottopagato, emergenza Xylella, guerre per il grano locale. I piccoli produttori del Mezzogiorno, si alzano ogni mattina con la consapevolezza di non dover lottare solo con la difficoltà di fare impresa, ma anche contro qualcosa di molto più grande di loro.

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Febbraio 2019: le immagini scorrono potenti come scorre potente il latte versato sull’asfalto dalle migliaia di produttori sardi, ormai arrivati al limite. 55 centesimi per un litro di latte di pecora, 44 per un litro di latte di capra. Dopo non essere stati ascoltati per molto tempo, decidono di fare a modo loro e le strade della Sardegna si trasformano in piccoli fiumi di color bianco.

I sardi sono un popolo forte e molto orgoglioso. I pastori volevano urlare quello che stava succedendo, ma non ci riuscivano. Volevano che tutta l’Italia si accorgesse di loro e dei loro sacrifici sottopagati. Poi l’idea. Dolorosissima, ma funzionale. Sacrificare il loro bene più prezioso e usare questo gesto come “megafono”. Vi assicuro che per un agricoltore e un allevatore, veder buttato il frutto del duro lavoro è qualcosa che va molto vicino a perdere un figlio. Una cosa che mi ha insegnato mio nonno è che in campagna non si butta davvero via niente, tutto può tornare utile. Come una specie di patto sacro e nobile con la terra che coltivi e dove magari fai pascolare le tue mucche e le tue pecore.

Nei servizi di quei giorni, facilmente reperibili in rete, sicuramente ci troverete la rabbia. Un senso di impotenza dovuta all’indifferenza di uno Stato troppo spesso distante da certi problemi. E ci troverete anche tante lacrime. Com’è possibile pagare poco meno di 60 centesimi al litro (nemmeno in grado di pareggiare i costi) e poi vendere un prodotto come il pecorino romano (che di regola è composto almeno all’80% da latte sardo) tra gli 8 e i 12 euro al chilo?

Una sorta di cappio intorno al collo posto dalle grandi aziende produttrici che per aumentare i ricavi hanno continuato a speculare sui prezzi.

Ma torniamo al quel febbraio 2019. Perché c’è un particolare da aggiungere di non poco conto. I pastori sardi non scelsero a caso il mese. Dato che il loro latte doveva essere buttato, che almeno questo gesto non fosse invano. E così cerchiarono in rosso il mese dove erano sicuri di avere la maggiore possibilità di visibilità in assoluto: febbraio. Esatto, perché a fine febbraio 2019 la Sardegna era chiamata alle elezioni regionali. Al Governo con i 5 Stelle c’era la Lega e il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali è il buon Gianmarco Centinaio, un ometto dalla dubbia affidabilità, qualità per ricoprire quella carica ancora oggi ignote e con una mail personale che nel 2018 risultava essere ancora terronsgohome@yahoo.it. Alla fine a casa c’è andato lui.

Comunque diciamo che i presupposti per la supercazzola prematurata con scappellamento a destra c’erano tutti. Salvini non si lascia scappare l’occasione, e anche un po’ impaurito dalle minacce di boicottare il voto da parte dei pastori (Solinas, il candidato di cdx, era dato in vantaggio di poco nei sondaggi), vola in Sardegna proprio col fido Centinaio. Cerca di strappare delle promesse sul prezzo minimo garantito e arriva fino a 75-80 centesimi, ben distante dalle richieste di oltre un euro al litro. Salvini decide così di giocarsi la solita carta che usa nei casi disperati: voi intanto votateci, una volta alla guida della Sardegna vi ridaremo tutto quello che vi è stato rubato da questi cialtroni. Risultato: Solinas vince in carrozza, ma l’astensione arriva vicino al 50%.

A febbraio 2020 la ministra Bellanova rettifica

Foto Alessandro Tocco/ LaPresse 11-02-2019, Oristano OR Cronaca Protesta per il Prezzo del Latte in Sardegna nella foto: Protesta degli Allevatori e Pastori, blocco delle strade per svuotare le cisterne del latte che dovrebbero arrivare in uno deo caseifici più importanti della Regione Sardegna

«Ho incontrato al Ministero i #pastorisardi, obiettivo: risolvere il problema entro 48 ore» questo fu il magico tweet risolutorio del Ministro dei Social Network. Febbraio 2020. Salvini non è più al Governo, è passato un anno dalle proteste e il coronavirus inizia a bussare alle porte dell’Italia. Viene convocato nell’incertezza totale un tavolo dall’assessore all’agricoltura della Regione Sardegna Gabriella Murgia. Risultato? Diverse assenze e la stragrande maggioranza degli altri convocati va via prima del dovuto perché si rende conto che si tratta di una farsa. Rimane solo la promessa di un ipotetico disegno di legge. Niente più. Nel frattempo però una cosa concreta è arrivata per i pastori sardi: gli avvisi di garanzia per gli allevatori accusati a vario titolo del reato di blocco stradale. 

Una prima mazzata era già arrivata ad ottobre del 2019, quando la Ministra Bellanova chiarì che la promessa di “aggiustare” il prezzo del latte con un decreto non fosse praticabile. Tutto questo mentre Salvini si guardava bene dal tornare sull’argomento e passava le giornate ad abbracciare ulivi in Umbria. Si dice che un bicchiere di latte al giorno faccia bene e faccia crescere sani e forti. Evidentemente quelli della Lega non la pensano così, risultando storicamente per loro un alimento indigesto.

Cosa sono le quote latte?

Se parlate ad un leghista di “quote latte” è come se gli ricordaste dei 49 milioni. Ma facciamo un passo indietro: cosa sono le quote latte? Un sistema(non più in vigore dal 2015) della Unione Europea per contingentare la produzione di latte e concordato Paese per Paese. L’obiettivo è mantenere la produzione entro certi limiti per sostenere i prezzi (per scongiurare situazioni come quelle viste in Sardegna) ed evitare che eccessive fluttuazioni dei prezzi portino al fallimento numerosi piccoli produttori. Per l’allevatore è possibile sforare, ma sarà obbligato a pagare un extra su quel surplus. In Italia questo sistema fu introdotto nel 1984, con alcuni ricalcoli ogni tanto sulle quantità consentite. Nel corso degli anni l’ammontare delle multe è arrivato a 4 miliardi. E indovinate dov’era situata la maggior parte degli allevatori con questo “problema” di surplus? Esatto proprio nella Pianura Padana. E non poteva che esserci la Lega a guidare la rivolta incoraggiando a non pagare, con le solite promesse -portate via dal vento delle elezioni finite- che si sarebbe trovato un modo per non far pagare le multe.

In tutto questo, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza a riguardo: sancendo che il nostro Paese dal 1995 al 2009 non ha rispettato le regole non facendo pagare direttamente ai produttori le multe per i prelievi supplementari. Queste scelte politiche dei governi di centrodestra (sotto la forte spinta locale della Lega) hanno penalizzato gli allevatori che avevano operato onestamente ed hanno di fatto obbligato tutti i cittadini italiani (compresi i terroni sanguisughe dell’efficentissimo e perfettissimo Nord, cari xenofobi leghisti) a farsi carico di quelle scelte politiche sbagliate.

E la questione delle multe per le quote latte arrivò nel 2009 persino in un rapporto della Corte dei Conti. Qui però la questione era più ampia e grave: distrazione di una parte dei fondi FAS (Fondo per aree sottoutilizzate, oggi Fondo per Sviluppo e Coesione). Sostanzialmente il Governo Berlusconi decise di utilizzare una parte di quel bel tesoretto (quasi 60 miliardi il totale) che era destinato a rimettere in piedi il Sud con investimenti ad hoc per fare tutt’altro tipo coprire ammanchi o opere già programmate altrove: privatizzazione Tirrenia, trasporto nei laghi Maggiore-Garda-Como, alta velocità Milano-Verona e Milano-Genova, metro Bologna, terremoto dell’Aquila, fondi per far partire la società Stretto di Messina (proprio quella del famoso ponte; un miliardo e mezzo di euro, incredibile) e anche per coprire le multe delle quote latte.

Le giravolte di Raffaele Fitto

TERLIZZI – FITTO ALL OSPEDALE DI TERLIZZI

Le regioni del Mezzogiorno non risparmiarono dalle accuse l’allora Ministro dei Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, reo di avere rapporti solo con le regioni del Nord, dimenticando soprattutto il suo Salento. D’altronde Fitto è abituato a certe défaillance mnemoniche. L’ultima in ordine di tempo è aver criticato la gestione della agricoltura e della xylella in Puglia per poi “dimenticarsi” chi fosse stato l’assessore all’agricoltura per 4 anni su 5 della tanto criticata giunta Emiliano e candidarlo in una delle liste a suo sostegno. Giravolte a cui ci ha abituato Fitto, un politico in cerca di una casa stabile da almeno vent’anni. Nato democristiano, dopo innumerevoli cambi di casacca ora si è riscoperto figlio del Movimento Sociale e ha abbracciato la causa della Meloni.

Tralasciando le cure di fosforo che consiglierei a qualcuno, mi concentrerei sulle cure economiche a cui andrebbe sottoposto il comparto agricolo meridionale. Anche tenendo conto dei cambiamenti. In Puglia, ad esempio, stiamo assistendo ad una progressiva tropicalizzazione del clima – ho sempre sognato di vivere alle Seychelles; tra qualche anno buttandomi nel porto di Bari potrò fare escursioni subacquee per ammirare la barriera corallina barese – e di conseguenza dei prodotti; ormai abbiamo coltivazioni nostrane di mango, avocado, banane. Fermo restando che il core business agricolo pugliese è intatto, infatti rimaniamo i primi produttori in Italia di grano duro con quasi 10 milioni di quintali annui, forse sarebbe il caso di rivedere gli interventi pubblici anche verso queste “coltivazioni innovative”. Soprattutto se teniamo in considerazione in primis l’importanza del settore agricolo per indotto generato rispetto al totale. In secondo luogo va preso in considerazione un dato concreto: la superficie di coltivazione di grano si sta riducendo di anno in anno.

Olive trees affected by the disease in the province of Lecce in 2015

Secondo la Coldiretti, in Puglia gli agricoltori sono disposti ad aumentare la produzione a patto di essere ben remunerati: infatti oggi la quotazione del prezzo di grano duro pugliese va sui 25-30 centesimi al chilo; peggio va i siciliani sotto i 25 centesimi. Come al solito la GDO penalizza i piccoli produttori locali, che ancora non riescono a fare rete come si dovrebbe per spezzare questo cartello di prezzi imposti. E non va dimenticato che influisce su questa situazione il “costo Paese”: maggiori costi rispetto ai competitor europei per l’energia e maggior costo del lavoro. Non è a rischio la competitività dei nostri prodotti, quanto la convenienza nel destinare le nostre ottime materie al mercato interno rispetto invece a quanto convenga destinarle all’export. E la soluzione non possono essere gli incentivi europei, che vengono elargiti per ettaro anche a chi non semina: in questo modo, con la presenza prepotente di grani esteri, è ovvio che gli agricoltori locali preferiscano stare a braccia conserte piuttosto che andarci a rimettere. Un ultimo intervento andrebbe fatto per arginare il sistema delle royalty: le hanno imposte Israele e USA su tutti, depositando numerosi brevetti su nuovi innesti. Sia per la coltivazione che per la vendita, bisogna pagare i diritti.

E la vendita, in questo caso dell’uva, avviene solo tramite uffici preposti della stessa società che ha depositato il brevetto vegetale. L’ennesimo cappio al collo di multinazionali che a migliaia di chilometri di distanza vorrebbero imporre cosa e come produrre. Un altro capolavoro della globalizzazione. Potremmo seguire l’esempio spagnolo: società statale che si occupa di brevetti vegetali, così da non soffocare i produttori con richieste fuori mercato. Questa situazione potrebbe fungere finalmente da innesco per favorire un intervento sull’eccessivo nanismo delle nostre imprese, cercando quantomeno un coordinamento regionale che possa dar loro maggiore forza contrattuale. 

La Guerra del grano

Al Sud poi sta andando in scena contemporaneamente una “guerra del grano” in salsa tutta nostrana: la varietà Senatore Cappelli. Nel 2016 fece molto discutere l’accordo in esclusiva tra Sis (società italiana sementi) e il Crea (il Consiglio per la ricerca in agricoltura controllato dal ministero delle Politiche agricole), che da molto produttori locali è stato definito come un vero e proprio scippo (la Sis per 15 anni avràl’esclusiva di riproduzione e certificazione del grano duro Senatore Cappelli).

La varietà Senatore Cappelli nasce un secolo fa e per decenni è stata dimenticata per via degli alti costi e della bassa resa, preferendole altre varietà meno pregiate ma con un rapporto prezzo/resa decisamente più conveniente. Negli ultimi decenni, con l’attenzione sempre maggiore alla qualità del prodotto, la varietà Senatore Cappelli è tornata alla luce come una delle migliori varietà di grano duro al mondo e da produzione di nicchia è andata moltiplicandosi grazie ai produttori locali sparsi tra Sardegna, Puglia e Sicilia. Dopo l’accordo tra Sis e Crea è successo di tutto: la Sis ha subordinato la fornitura delle sementi alla riconsegna da parte dei coltivatori del grano prodotto, imponendo alle controparti un rapporto cosiddetto di filiera; ritardato o addirittura rifiutato in maniera ingiustificatamente selettiva la fornitura delle sementi ai coltivatori; aumentato in maniera significativa e ingiustificata i prezzi delle sementi. 

Tutto questo fino al 2019, quando finalmente l’Antitrust ha deciso di esprimersi in merito, multando Sis riconoscendo un certo abuso di potere verso i produttori locali. Dopo la sentenza, alla luce degli abusi acclarati e denunciati da anni, la CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) ha chiesto alla Ministra Bellanova un intervento diretto per revocare questa concessione di esclusività e ha invitato la Crea ad aprire il mercato ad altri soggetti idonei. Sicuramente questa incresciosa vicenda non può dirsi conclusa, ma è stata riconosciuto un importantissimo diritto a tutti quei piccoli produttori che preferiscono la qualità del prodotto garantendo il benessere della terra a discapito del business e dei criteri di economicità tipici delle economie di larga scala. 

L’Italia è composta per lo più da piccole realtà produttive, che costituiscono le fondamenta di questo Paese. Il Mezzogiorno tanto bistrattato ha innumerevoli risorse, soprattutto nel settore agro-alimentare. La presenza dello Stato deve farsi sentire in questo senso: garantire un’indipendenza produttiva (per evitare abusi di potere da parte delle GDO), uno sviluppo di cooperative che consentano una maggiore forza contrattuale in tutte le fasi della filiera. La crescita dell’Italia passa anche e soprattutto dalla tutela e dalla salvaguardia del lavoro di centinaia di migliaia di persone che ogni mattina si alza quando è ancora notte per portare avanti una passione che va indietro di generazioni.

Qui al Sud siamo abituati a rimboccarci sempre le maniche e a non piangere sul latte versato.

Chiediamo allo Stato di non disperdere il nostro, il vostro, patrimonio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nella vita ho abbracciato il masochismo: socialista e tifoso del Bari. Precario a tempo pieno; ho scelto di rimanere al Sud (con tutte le difficoltá che ne conseguono), perché credo fortemente nella rinascita meridionale. Appassionato di politica fin da piccolo, cercherò di affrontare le disuguaglianze sociali trasversalmente parlando di welfare, lavoro, infrastrutture, giovani. “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”

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