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Sport

Leonardi, fondatore degli Insuperabili: “La vera integrazione è permettere ai ragazzi di esprimere le proprie qualità al pari degli altri”

L’intervista al fondatore degli Insuperabili, realtà unica in Italia che permette a ragazzi con disabilità di ogni tipo di divertirsi giocando a calcio.

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Lo sport, nei suoi tratti più essenziali, è sinonimo di coesione, inclusione e divertimento. L’associazione Insuperabili Onlus si è fatta carico di questi principi e ha dato vita ad un meraviglioso progetto che permette ai ragazzi con disabilità di emozionarsi e divertirsi con il pallone tra i piedi, facendo brillare ancor di più lo sport più amato d’Italia. Abbiamo intervistato Davide Leonardi, fondatore del progetto, per analizzare le tappe che hanno portato Insuperabili ad essere una realtà fondamentale per il nostro paese con aspirazioni internazionali. 

  • Com’è nata l’idea alla base del progetto e da chi?

È nato tutto da me, Ezio Grosso e Attila Malfatti a Torino nel lontano 2012, per puro caso: stavamo cercando una scuola calcio per una amica affetta da Sindrome di Down e, nonostante le ricerche, non abbiamo trovato nessuna struttura in Italia pronta ad accoglierla. Cercando online però, abbiamo notato come in Europa ci fossero realtà già affermate, specie in Russia, Ucraina e Inghilterra, e abbiamo iniziato a studiarle, prima leggendo articoli e interviste poi andando là di persona. 

Spinti dalla voglia di portare queste idee anche in Italia, abbiamo creato il primo team composto da un coach di calcio, uno psicologo dello sport, un educatore e quattro ragazzi con disabilità. 

  • Quali ragazzi ospitate nelle vostre strutture?

Il nostro punto di forza è stato da sempre quello di accogliere ragazzi con ogni tipo di disabilità, mentale, relazionale, motoria. L’unica caratteristica che devono avere è quella di voler giocare a calcio e farlo con entusiasmo e passione. Insegniamo lo sport in un modo trasversale adatto a tutti, ragioniamo in termini di singolo ma soprattutto di squadra, favorendo la socializzazione. I nostri allenamenti non differiscono in nulla dagli allenamenti di calcio per normodotati.

  • Che tipo di rapporto avete instaurato con i vostri ragazzi?

È un rapporto speciale, molto umano. Cerchiamo di impegnare sempre i nostri calciatori non abbandonandoli mai, e proprio per questo abbiamo creato gli InsuperCamp, campi estivi in cui si praticano diversi sport, per mantenere il rapporto vivo anche nei mesi in cui gli allenamenti classici sono sospesi e le scuole sono chiuse.

Il nostro progetto si è allargato su diversi fronti e ogni novità vede i ragazzi protagonisti: abbiamo creato diversi percorsi lavorativi in modo da permettere ad ognuno di loro di esprimere al meglio le proprie possibilità, come l’inaugurazione del nostro shop in cui alcuni di loro lavorano.

  • Quali sono stati gli ostacoli maggiori che avete trovato nel vostro cammino? 

La prima grande difficoltà è stata l’accettazione del nostro progetto innovativo: quando inizialmente andavamo a promuovere la nostra attività venivamo accusati di ghettizzare le disabilità, mentre noi volevamo semplicemente allenare gli atleti in base alle loro esigenze. La vera integrazione non è la semplice accettazione del ragazzo, ma fare in modo che lui possa esprimere le sue qualità al pari degli altri. Il tempo ci ha dato ragione e da due anni la Ficg ha creato un settore specifico per le disabilità. 

Un’altra grande difficoltà è stata a livello puramente economico: per insegnare calcio non ci si può improvvisare, ma bisogna collaborare con professionisti del settore e avere strutture adeguate. Parlando in termini numerici, ogni iscritto ha per noi un costo annuo che varia dai 1200€ ai 1500€, ma il nostro obiettivo è da sempre quello di aprire scuole calcio per tutti e con una tassa d’iscrizione così alta avremmo limitato le possibilità per molte famiglie. Le nostre scuole calcio sono gratuite, con una tassa di iscrizione di 100€. Cerchiamo di sopperire a questo deficit economico con sponsorizzazioni, raccolte fondi, merchandising e soprattutto grazie ai nostri testimonial. 

  • A proposito di testimonial, diversi giocatori e giocatrici di Serie A collaborano con il vostro progetto da tempo. Com’è nato questo rapporto?

Il primo giocatore che ci ha permesso di far conoscere la nostra attività è stato Giorgio Chiellini, amico di Attila (uno dei tre fondatori del progetto). Ad oggi collaboriamo con più di 40 professionisti come Gomez, Petagna, Buffon, Spinazzola, Cristina Girelli, Sara Gama…

Questi testimonial dimostrano di credere nel nostro progetto, dandoci la loro immagine ma soprattutto il loro tempo: per i nostri ragazzi fare allenamenti con i loro idoli è un’emozione che non ha eguali. 

  • Chiellini è il capitano della squadra dei testimonial, che rapporto avete con lui?

Il suo aiuto è da sempre molto prezioso. Ha da poco pubblicato la sua biografia (“Io, Giorgio”) e ha deciso di devolvere l’intero ricavato alla nostra associazione, ma soprattutto ci ha dedicato un capitolo del libro ed è stata una emozione indescrivibile, sottolineando l’importanza che gli Insuperabili hanno all’interno della sua vita. La sua presenza è per noi un sigillo di garanzia, un professionista com lui che crede così tanto nel nostro progetto dimostra che ciò che facciamo è una realtà affermata e concreta. 

  • Siete partiti da un piccolo team nel torinese, oggi avete 17 sedi nel territorio nazionale. Quando è avvenuta una svolta, ammesso che ci sia stata?

Fin da subito l’obiettivo era quello di creare un vero e proprio movimento che abbracciasse quante più città possibili, in Italia c’era un vuoto e sentivamo l’esigenza di colmarlo.  Una tappa per noi fondamentale è stata nel 2016 quando abbiamo iniziato a collaborare con Reset Academy, la scuola calcio di Reset Group (agenzia di comunicazione che gestisce l’immagine di sportivi come lo stesso Chiellini), dando vita alla Insuperabili Reset Academy. 

  • Quali sono gli obiettivi futuri? 

Consolidare e rendere ancor più efficiente quanto fatto finora è lo scopo principale. Vogliamo poi cercare di aumentare il numero di iscritti nelle nostre sedi e soprattuto cercare di espanderci all’estero, dove abbiamo già avuto modo di farci conoscere. Siamo stati invitati dalla federazione araba per tenere un corso di 15 giorni che aveva l’obiettivo di formare allenatori che avrebbero poi insegnato calcio a ragazzi con disabilità, vogliamo portare il nostro metodo a quante più federazioni possibili. 

  • Ci sono giocatrici donne? Se sì, sono in aumento rispetto agli anni precedenti?

Il numero di iscritte è aumentato con gli anni, ad oggi la maggioranza è ancora maschile ma le nostre ragazze sono il 10-15%. Sono giocatrici molto forti e siamo orgogliosi di averle con noi. Il supporto di professioniste come Sara Gama è stato importantissimo: il movimento del calcio femminile è in ascesa e sono da esempio per tutti noi. 

  • Perché avete scelto proprio il nome “Insuperabili”?

È nato circa 6 mesi dopo la nascita del progetto, eravamo stanchi di presentarci come “scuola calcio per ragazzi disabili”. Stava diventando un peso, eravamo una squadra di calcio come tutte le altre e per questo è nata l’esigenza di trovare un nome all’altezza. Ci siamo accorti da subito di quanto i nostri ragazzi fossero effettivamente insuperabili, sia che lo si legga per intero sia che lo si divida in tre parti: IN, perché sono tutti molto “fighi”, SUPER, perché sono unici, e ABILI, perché ci dimostrano sempre di avere mille abilità. 

Se vuoi sostenere questo ambizioso e unico progetto: https://insuperabili.eu/donazione-insuperabili/

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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