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Politica

Ma chi l’ha detto che in meno si decide meglio?

I motivi per il No: un risparmio esiguo, nessun miglioramento dell’efficienza, nessuna diminuzione della corruzione…

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Nella relazione di accompagnamento al disegno di legge di riduzione del numero dei parlamentari si legge che il taglio persegue un duplice obiettivo: “Favorire un miglioramento del processo decisionale delle Camere per renderle più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini e ottenere concreti risultati in termini di spesa pubblica”.

Obiettivi indubbiamente condivisibili: nessuno, infatti, nega che i costi della politica possano e debbano essere razionalizzati e non ci sono dubbi sulla necessità di ridisegnare il processo decisionale delle Camere, in vista di una loro maggiore efficienza.  

Quello che bisogna capire è se questi risultati, oltre ad essere auspicabili, siano anche concretamente conseguibili per mezzo della riforma in esame, che si limita a prevedere un taglio netto e lineare del numero dei parlamentari (da 945 a 600). Ebbene, quanto al risparmio economico, può darsi ormai per assodata la sua valenza solo simbolica. Non è infatti ragionevole pensare che un così drastico ridimensionamento del Parlamento, possa trovare giustificazione in un risparmio stimato intorno allo 0,007% della spesa pubblica.

Su questo punto sembrano peraltro concordare anche i più strenui promotori della riforma che, da qualche tempo, hanno accantonato l’argomento della riduzione dei costi spostando i riflettori del dibattito pubblico sul tema della maggiore efficienza del parlamento. Il punto è che, però, nessuno spiega in che modo una riforma che incide soltanto sul numero dei parlamentari, possa automaticamente tradursi in un incremento della qualità del loro lavoro. In altre parole, chi l’ha detto che in meno si decide meglio?

«Meno si è, più è facile decidere» non credo sia un motto che si possa applicare a un’assemblea parlamentare”afferma il costituzionalista Valerio Onida, Presidente emerito della Corte costituzionale, durante la sua audizione in prima Commissione alla Camera nel marzo 2019.

“In un’assemblea di individui, certo, uno decide più rapidamente di due o di tre, e tre decidono più rapidamente di quindici, ma in un’assemblea parlamentare – che non è un’assemblea di individui ma di appartenenze, gruppi politici – il problema non è mettere d’accordo le teste di 630 o di 400 individui, ma mettere d’accordo prospettive, idee collettive che sono state selezionate e portate all’esame dell’assemblea dai gruppi“.

Piuttosto che limitarsi a tagliare in modo lineare il numero dei parlamentari – prosegue Onida – bisognerebbe quindi “lavorare sui modi in cui il Parlamento esercita le sue funzioni, e quindi sui regolamenti e sulle prassi”.

Del resto, ci deve pur essere un motivo se tutti i progetti di riforma costituzionale che si sono susseguiti dagli anni ’80 fino ad oggi (e a cui i fautori del sì si aggrappano con le unghie per legittimare la propria battaglia), inseriscono il taglio dei parlamentari all’interno di un disegno più organico di revisione dell’intero sistema.

Isolata da una riforma complessiva, la riduzione dei parlamentari assume i tratti di un’operazione di demagogia populista che insegue la logica di chi vuole convincerci che la questioni complesse possano essere ridotte a pochi tratti e risolte senza troppa fatica. Nella voce di chi si sforza di trovare argomentazioni plausibili a sostegno del taglio si avvertire l’eco di quel sentimento grottesco e radicato di ostilità nei confronti delle istituzioni… sentimento che è il germoglio da cui si è diramato il populismo e che ha ormai assunto le sembianze di una gigantesca pianta carnivora che fagocita tutto ciò che la circonda e a cui (quasi) più nessuno ha la forza e il coraggio di opporsi.

Lo dimostra lo spettacolo avvilente dei partiti che in questi giorni temporeggiano e invocano la libertà di coscienza per evitare di prendere decisioni coraggiose, per evitare di fare l’unica cosa che dovrebbero fare: avversare le improvvide scorciatoie e proporre soluzioni adeguate alla complessità dei problemi da risolvere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono Maria Cristina, classe 1994. Durante il lockdown mi sono laureata in giurisprudenza all’Università di Firenze con una tesi sulla tutela dei diritti dei detenuti. Adesso sono una praticante avvocato. Mentre cerco di capire chi voglio diventare, leggo (un sacco) scrivo (ogni tanto) e gioco a pallacanestro, sport che pratico da tutta la vita. Nel frattempo tento di stare al passo con la storia, leggendo i giornali e seguendo la politica. Ho sempre l’impressione di non sapere abbastanza, ma ormai ho imparato a conviverci.

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