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L’odissea dei trentenni italiani su un divano vista mare

L’odissea dei trentenni alla ricerca di un lavoro: questo settembre dovranno continuare instancabilmente a perfezionare i profili LinkedIn e ad inviare candidature spontanee che di spontaneo hanno solo il nome.

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di Francesco Colonnese

La prova costume non è andata granchè bene per tanti, ma per una volta, non abbiamo avuto bisogno di ricorrere ai soliti alibi visto che il sovrappeso post-quarantena sembrerebbe esser stata condizione assai diffusa. Uno degli indiscutibili effetti del Sars-Cov-2 è stato infatti quello di costringere molti di noi alla sedentarietà, che per alcuni si è tramutata in auto-segregazione. Nella tragedia, non è però mancato un tocco di ironia. Fino a qualche mese fa, in tutti i talk imperversava la narrazione dei giovani pagati per stare sul divano; esplosa la pandemia, coloro che abitualmente vegetavano sul sofà, diventano magicamente l’esempio sociale da seguire.


Per i trentenni italiani, tuttavia, la prova costume è stata forse l’ultima delle sfide perché nel mare del mercato del lavoro si sta consumando una tempesta perfetta (la seconda in pochi anni) e la sensazione è che stiamo attraversando la tormenta su un catamarano più che su una portaerei. Da Colombo in poi, qualunque italiano abbia solcato l’Atlantico lo ha fatto con la speranza e, a volte, la consapevolezza di andare incontro (quantomeno sulla carta) a nuovi business.

Nel 2008 questa certezza viene annientata: i navigatori dei mercati, assuefatti dal sogno americano, invece di imbattersi nella El Dorado del terzo millennio, impattano violentemente su Lehman Brothers e (nonostante le avvisaglie già palesatesi nella crisi dei mutui subprime del 2007) il collasso del gigante finanziario newyorchese segna lo spartiacque definitivo con un “Nuovo Mondo” che improvvisamente perde tutto il suo appeal, quantomeno sulla East Coast. Se ti chiami Russia o India questa cosa può anche farti piacere ma se vivi in Italia, un Paese che fonda la propria esistenza internazionale sulla propria (ormai ex) inscalfibile collocazione atlantica, il destino appare segnato.


Ricordiamo bene quegli anni: la grande recessione, il disastro libico, il Governo Monti 2011-2013 con il perentorio “fate presto” del Sole24Ore e l’immagine icastica della Ministra Fornero in lacrime. Con il passare del tempo, l’encefalogramma sembra dare qualche flebile segno di ripresa: tra il 2016 e il 2018 arriva la crescita ma è una vittoria di Pirro perché il segno positivo è tra i più bassi d’Europa. A novembre del 2019 l’OCSE ipotizza uno +0,4 (questa volta, in triste condivisione con i tedeschi) ma non c’è neanche il tempo di confutare le previsioni perché arriva uno tsunami da Wuhan che, tradotto in termini numerici, ha causato una perdita del 12,8% del Pil nel secondo semestre del 2020 (il più forte calo dal 1995).


Si è materializzato una sorta di “effetto farfalla”, richiamando gli studi del matematico Edward Lorenz degli anni ’60; ma, questa volta, a provocare un uragano dall’altra parte del mondo non sembrerebbe essere stata una farfalla, ma un pipistrello e non si tratta di una metafora. In un contesto del genere, il tanto vituperato divano appare come l’ultimo eroico baluardo dell’immaginario collettivo, un porto sicuro, né aperto e né chiuso. Una comfort zone da cui osservare, di tanto in tanto e con passione voyeur, i flash mob degli altri; mettendo bene a fuoco, più che una comfort zone sembra essere una panic room, una stanza vista mare con i pixels al posto della zanzariera e rimane il dubbio che ai vetri non ci siano zanzariere ma sbarre.

Gli aspiranti hikikomori italiani si stanno chiedendo a cosa serva cercare lavoro se lavoro non ce n’è.

A cosa serve aggiornare il profilo LinkedIn se il contratto a tempo indeterminato lo hanno già firmato i padri al posto loro negli anni ‘70 con la grande azienda della precarietà? Perché schiodarsi proprio ora dall’anedonia professionale se abbiamo imparato a conviverci? Probabilmente era fisiologico, ma l’impressione è che, nel lock-down cerebrale, abbiamo perso ulteriormente di vista il senso del lavoro. Non siamo migliorati come persone, non siamo peggiorati come anime, ma di certo negli ultimi 6 mesi abbiamo riscoperto il valore del tempo e soprattutto del tempo libero, un concetto che esiste in quanto contraltare del lavoro. L’eredità meno truce che ci ha lasciato l’isolamento è l’inception del dubbio che trovare un’occupazione implichi un’autentica forma di libertà.

Il lavoro ci costringe a svegliarci presto la mattina, azione banale che tuttavia comporta una serie di incalcolabili effetti positivi sul nostro benessere mentale e fisico. Lavorare coadiuva la regolarità del sonno, favorisce la nostra esposizione alla luce del sole, quindi il nostro corpo aumenta la produzione di vitamina D e di serotonina (l’ormone del buonumore) che ci fanno sentire più produttivi, più energici. Secondo una ricerca della Roehampton University di Londra pubblicata sul “Daily Mail”, in genere chi si alza presto la mattina non solo è più incline a conservare una forma fisica più adeguata ma tende anche a mostrare meno segni di ansia e depressione.

È demotivante costatarlo, ma anche un impiego mal retribuito può restituirci la percezione della nostra utilità sociale ed un po’ di quel riconoscimento che cerchiamo per natura. Anche un lavoro di serie Z può aiutarci ad intravedere una prospettiva e, con un po’ di fortuna, può rappresentare un buon antidoto alla paura della morte, come lo sono anche l’arte, la bellezza e, per alcuni, la procreazione. I plurilaureati italiani impiegati nei fast-food questo lo hanno capito bene: l’alternativa all’accredito mensile ed alla puzza di fritto sulle divise brandizzate rimane la “panic room” ed un divano che si trasforma in set erotico solo nella nostra testa.


È vero, i trentenni hanno alibi da vendere. È vero, i figli del boom economico prima li hanno messi al mondo e poi li hanno traditi. È vero, i politici hanno sfamato senza ritegno il mostro del debito pubblico che, a sua volta, li ha sfamati, si sono tenuti la loro provvidenza e si sono mangiati la nostra previdenza. Tuttavia, non c’è alternativa. Questo settembre dovranno continuare instancabilmente a perfezionare i profili LinkedIn, ad inviare candidature spontanee che di spontaneo hanno solo il nome, a segnalare i curricula alle agenzie interinali, continuando a chiamare i loro santi in paradiso (se hanno la fortuna di averne) con più sete e più rabbia del solito fino a quando non riusciranno a farsi firmare un foglio, uno qualsiasi.

Ma soprattutto, anche se glielo impediranno, anche da soli, anche se nel frattempo avranno compiuto 40 anni, anche senza le università, dovranno ricominciare a studiare continuando a farlo per il resto della vita, fregandosene di tutto quello che gli diranno perché Trump gli ha rubato anche il sogno di scappare oltre oceano. Non esistono acque sicure e,alla fine, ci accontenteremo tutti del nostro divano vista mare.

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