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La sfida del secolo: la partita di scacchi simbolo della Guerra Fredda

La sfida tra l’americano Bobby Fischer e il sovietico Spassky diviene metafora del periodo di tensioni tra i due grandi imperi economici del dopoguerra.

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Gli scacchi sono una guerra condotta sopra la scacchiera. L’obiettivo è schiacciare la mente dell’avversario.

bobby fischer

Se alla battaglia su un campo a quadri bianchi e neri abbiniamo un contesto storico diviso in due grandi sfere in perenne conflitto tra loro, la partita sulla scacchiera non può che essere definita il match del secolo.  Stiamo parlando della storica partita di scacchi tra l’americano Robert Bobby Fischer e il sovietico Boris Spassky, due leggende del gioco da tavolo pronti a contendersi il gradino più alto del podio al campionato del mondo di scacchi. 

Il contesto storico 

Il match si svolse nel 1972 ed è proprio il periodo che contribuì a rendere questo avvenimento ancor più memorabile. L’occidente era infatti tediato dalla costante paura che la bolla di rivalità tra Usa e Urss scoppiasse e ogni paese, a seconda della posizione geografica e di quella politica, era risucchiato dall’influenza di uno dei due grandi colossi di quella che passò alla storia come Guerra Fredda. 

L’equilibrio di terrore che regnava sovrano nel mondo si ergeva su una linea tanto sottile da dare l’impressione di potersi infrangere in qualsiasi momento. Le manifestazioni sportive che vedevano contrapporsi Usa e Urss in quel periodo erano davvero poche e per questo l’evento scacchistico fu trasmesso in diretta tv per la prima volta nella storia e le attenzioni mediatiche sulla partita erano triplicate rispetto alle precedenti. 

I protagonisti: Bobby Fischer 

Lo scacchista americano, considerato oggi tra i più forti della storia, impara le regole del gioco a 8 anni leggendo un libro di istruzioni trovato nella propria abitazione. In pochi anni il suo talento sboccia e, allenato dal grande Jack Collins, a soli 15 anni ottiene il titolo di Grande Maestro. Abbandona presto la scuola dove lo classificarono come ragazzo difficile per concentrarsi sul gioco degli scacchi, con l’obiettivo ultimo di diventare campione del mondo.

Bobby Fischer viene però ricordato anche per il suo carattere eccentrico e pieno di controversie: nonostante le sue origini ebraiche, ha sempre dichiarato di essere antisemita e misogino, diviene apertamente antiamericano e trascorre gran parte della sua vita in solitudine, con la costante ossessione di essere seguito e spiato. 

I protagonisti: Boris Spassky

BERLIN, GERMANY – OCTOBER 09: Boris Spassky (L) attends the opening ceremony of the World Chess Rapid and Blitz Championship and the special screening of ‘Pawn Sacrifice’ (german title: Bauernopfer – Spiel der Koenige) at Kino International on October 9, 2015 in Berlin, Germany. (Photo by Sebastian Reuter/Getty Images for World Chess by Agon Limited) *** Local Caption *** Boris Spassky

Spassky nasce a Leningrado nel 1937, in una Unione Sovietica in cui gli scacchi rappresentavano molto più che un semplice gioco da tavolo. Dopo la Grande Rivoluzione infatti, Lenin si appassiona tanto da porre gli scacchi come attività di massa, parte integrante della cultura proletaria. La stessa propaganda politica fa tesoro della popolarità di questa arte e la utilizza per fini propri.

“Tre erano i pilastri della propaganda all’epoca: il circo, il balletto e gli scacchi. In questi tre rami non avevamo rivali e chiunque fosse impegnato in queste attività era considerato un ambasciatore dell’Unione Sovietica nel mondo. La vetrina del comunismo.”

Spassky, al pari dei suoi connazionali, non tarda a farsi valere: a 18 anni diviene Grande Maestro vincendo i campionati del mondo juniores e mantiene la prima posizione della classifica mondiale di scacchi dal 1969 al 1972, anno in cui affronta “Bobby, il moccioso di Brooklyn”.

Le folli richieste di Fischer 

La sfida, ancor prima di iniziare, diviene affare di stato: Fischer critica duramente i sovietici accusandoli di concordare pareggi veloci nei tornei per avere più energie nella fase finale, e la tensione sale da subito alle stelle.  L’americano avanza richieste impossibili: si rifiuta dapprima di giocare la finale a Reykjavík, pretende che il premio sia raddoppiato, si lamenta delle riprese televisive e del rumore che non gli permetteva di concentrarsi, richiede di giocare senza pubblico per via della confusione, fa controllare ogni sua stanza temendo di essere controllato, e infine pretende il 30% degli incassi del torneo. 

La federazione non poteva ovviamente soddisfare ogni sua richiesta e dovette intervenire addirittura Henry Kissinger, allora vice presidente degli Stati Uniti, per convincerlo a giocare per la propria bandiera.  Spassky non si oppose mai ad alcuna folle pretesa del suo rivale, mantenendo la calma che lo ha sempre contraddistinto. Nonostante ciò, ad oggi sono molti i critici che sostengono che le mosse di Fischer fossero fatte apposta per innervosire l’avversario.

La sfida

Una volta trovato l’accordo con Bobby, la partita del secolo inizia.  Per la vittoria si sarebbero dovuti giocare 24 match: 1 punto per la vittoria, 0 per la sconfitta, 0.5 in caso di pareggio. Ogni partita sarebbe potuta durare un massimo di 5 ore e la durata totale non avrebbe dovuto superare i due mesi. Una lotta mentalmente estenuante.

Le prime due gare si svolgono con il pubblico e le televisioni e Fischer sbaglia tutto, trovandosi subito sotto di due punti con tutto il mondo in diretta a darlo già per sconfitto. 

Dal terzo match in poi combattono in una angusta sala da ping pong e l’americano sprigiona tutto il suo genio: con un’apertura insolita e inaspettata raggiunge Spassky 2.5 a 2.5 poi arriva il sorpasso, sei pareggi di fila e l’ultima partita. È la ventunesima e i giocatori sono stremati, per via dell’orario la partita viene sospesa in netto vantaggio per Fischer. Il giorno seguente il sovietico chiama l’organizzazione e si ritira dal torneo, distrutto. 

Il ribelle americano non accetta la vittoria in questo modo, appellandosi al regolamento, ma era diritto di Spakksy ritirarsi. Fischer viene così incoronato Campione del mondo di scacchi con un punteggio di 12.5 a 8.5

Il rapporto tra i due campioni dopo la grande sfida 

A seguito della vittoria ai Campionati del mondo nel ’72, Bobby Fischer si ritira da ogni competizione, inseguendo quell’isolamento che tanto sognava. La sua prima comparsa pubblica avvenne nel 1992, in occasione della “Rivincita del XX secolo”, un nuovo incontro tra Fischer e Spassky vent’anni dopo il match del secolo. 

La partita si giocò in Jugoslavia, che all’epoca era sottoposta a un duro embargo da parte dell’ONU. A causa di ciò formalmente l’americano non poteva disputare alcun incontro sportivo in quella terra, ma il giocatore si fece come suo solito beffe del regolamento, sputando addirittura su documenti ufficiali degli Stati Uniti.

Dopo la sfida, che non si concluse per via dei problemi di salute del sovietico, Bobby Fischer fu arrestato per passaporto irregolare, e Spassky scrisse una lettera a Bush chiedendogli di riconoscere il ruolo del suo rivale nella storia degli scacchi e dell’America:

“Vorrei chiederle soltanto una cosa: la grazia, la clemenza. Ma se per caso non è possibile, vorrei chiederle questo: Bobby ed io ci siamo macchiati dello stesso crimine, applichi quindi le sanzioni anche contro di me: mi arresti, mi metta in cella con Bobby Fischer e ci faccia avere una scacchiera.»

Queste le parole di un Campione vero, leale e umano, in grado di accantonare le rivalità in onore del genio ribelle avversario.

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Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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