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Politica

Il Comitato del SÌ : “Lo statico conservatorismo del NO e lo sforzo dinamico del SI”

Morelli:”Lo statico conservatorismo del NO (per cui nulla va cambiato al di là delle chiacchere, accompagnate dalle visioni utopiche che non hanno mai seguito), contro lo sforzo dinamico del SI di innescare un po’ alla volta mutamenti concreti, con l’obiettivo di far funzionare meglio il meccanismo rappresentativo. “

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Tra pochi giorni saremo chiamati ad esprimerci sul taglio del numero dei parlamentari. Gli obiettivi che la riforma si ripropone di perseguire sono due: il risparmio economico e il miglioramento dell’efficienza del Parlamento. Il risparmio economico però – data la sua irrisorietà – può sperare di avere soltanto una valenza simbolica, di esempio nei confronti dei cittadini. Ma se l’obiettivo era quello di ridurre i costi della politica non sarebbe stato più incisivo ed esemplare ridurre il costo di ogni parlamentare anziché diminuire il numero dei parlamentari? Di questo e molto altro abbiamo avuto occasione di parlare con Raffaello Morelli, membro di Presidenza del Comitato del Sì delle libertà.

Preliminarmente debbo precisarle che la sua premessa è  inesatta, per per caso. Per noi l’obiettivo del taglio del numero dei parlamentari è solo uno, quello di migliorare l’efficienza del parlamento. In tutti i nostri documenti scritti del nostro sito, nei nostri interventi alle TV e alle radio, nei promo, spieghiamo che il  parlamento italiano è pletorico (oggi gli elettori Italiani eleggono più parlamentari di qualsiasi altro paese salvo la Spagna. 

Domani ce ne sarà uno ogni 100.666, sempre più che in Germania, 1 ogni 116.220; che in  pratica è come la Francia; nel Regno Unito 1 ogni 102.769. Ed è scandaloso che gli uffici parlamentari diffondano in proposito dati non corrispondenti al vero. Partono dal presupposto falso che in Italia non vi sia il bicameralismo paritario e di conseguenza comparano i numeri di una camera elettiva in altri paesi privi di bicameralismo paritario, con quelli di un solo ramo italiano  e dimenticandosi degli eletti dell’altro ramo indispensabile in Italia per funzionare). Eliminare tale pletoricità è l’obiettivo che consente di migliorare la rappresentanza. C’è anche un risparmio, ma è un effetto collaterale, di sicuro non quello decisivo. 

  • Tutti i progetti di riforma costituzionale che si sono susseguiti dagli anni ’80 fino ad oggi inserivano il taglio del numero dei parlamentari all’interno di un disegno più organico di revisione dell’intero sistema. Voi credete che la sola diminuzione del numero dei parlamentari porti automaticamente ad un miglioramento dell’efficienza del Parlamento o pensate che siano necessarie ulteriori riforme? In che modo il taglio promuove la qualità? 

Premesso che il paragone non regge – dato che quelle precedenti furono tentativi di riforma organica della Costituzione, tutti miseramente falliti – è invece decisivo il fatto che il taglio del numero dei parlamentari in sé è stato un punto sempre condiviso da tutti e votato 13 volte dalle Camere senza poi realizzarsi. Pretendere in partenza una riforma costituzionale compiuta nei dettagli, avrebbe impedito pure questa volta di arrivare a ridurre il numero degli eletti. 

Si sarebbe restati all’illusione  che il Parlamento funziona alla grande, mentre comprovano il contrario i dati statistici e la percezione civile. Ridurre il numero degli eletti migliora la funzionalità dei lavori e delle decisioni in Aula, li rende più comprensibili ai cittadini che osservano dall’esterno e infine spinge ad un  dibattito elettorale  molto più attento alle idee e ai conseguenti progetti rispetto alle usuali diatribe di potere. Questo concetto, lo aveva già espresso Einaudi alla Costituente. Tutto ciò rafforza non poco la qualità della rappresentanza che è la questione essenziale, non la quantità. 

  • Alcuni ritengono che questo taglio, pur non essendo la panacea di tutti i mali, sia un necessario punto di partenza in vista di una riforma più ampia del funzionamento del nostro organo legislativo. Ma chi ci garantisce che queste riforme, un giorno, arriveranno? Non si corre il rischio di ritrovarci con gli stessi malfunzionamenti di oggi in un Parlamento meno rappresentativo? 

Vede, la sua domanda, senza dirlo apertamente, cerca di suggerire che sia indispensabile fare una riforma organica della Costituzione. Infatti dice “chi ci garantisce che queste riforme arriveranno?”. La questione di metodo sta appunto qui. Finora per avere il disegno perfetto (oltretutto nella riforma del 2016 un trucco per passare ad un ordinamento oligarchico), non si è mai concluso niente e si è favorito il corporativismo degli eletti e le disfunzioni del Parlamento.

  • L’attuale inadeguatezza della funzione del Parlamento è un dato di fatto. Ma perché dovremmo accontentarci di un taglio lineare del numero dei parlamentari piuttosto che pretendere una soluzione più ampia, adeguata alla complessità del problema da risolvere

E’ sintomatico che lei utilizzi i termini “ accontentarci” e “pretendere” , che son termini estranei alla logica di una democrazia rappresentativa, ove si sceglie confrontando posizioni diverse, anche contrapposte, non  si applica un libro ideologico di prescrizioni. Ed è qui il nocciolo politico culturale di questo referendum. Lo statico conservatorismo del NO (per cui nulla va cambiato al di là delle chiacchere, accompagnate dalle visioni utopiche che non hanno mai seguito), contro lo sforzo dinamico del SI  di innescare  un po’ alla volta mutamenti concreti, con l’obiettivo di far funzionare meglio il meccanismo rappresentativo.

Perché il meccanismo rappresentativo solo rinnovandosi periodicamente mantiene la funzione di partecipazione pubblica dei cittadini in carne ed ossa, che è la maggior novità  trovata negli ultimi 4 secoli, al fine di individuare sperimentalmente le soluzioni funzionanti nella complessa convivenza. Il valore delle istituzioni non sta nella promessa utopica. Sta nell’esser capaci di assicurare ai cittadini i servizi indispensabili per realizzare la civile convivenza quotidiana.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono Maria Cristina, classe 1994. Durante il lockdown mi sono laureata in giurisprudenza all’Università di Firenze con una tesi sulla tutela dei diritti dei detenuti. Adesso sono una praticante avvocato. Mentre cerco di capire chi voglio diventare, leggo (un sacco) scrivo (ogni tanto) e gioco a pallacanestro, sport che pratico da tutta la vita. Nel frattempo tento di stare al passo con la storia, leggendo i giornali e seguendo la politica. Ho sempre l’impressione di non sapere abbastanza, ma ormai ho imparato a conviverci.

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