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Bulli e bulletti: sordi alla responsabilità e solidali nelle tragedie

I social sono un terreno felice o per lo meno dovrebbero esserlo. Dovrebbero anche essere dei luoghi di apertura e invece no.

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“Le forze della penna son troppo maggiori che coloro non estimano che quelle con conoscimento provate non hanno”

Citare Boccaccio, il Decameron, di questi tempi fa quasi culturale. Ma, per una volta, si parla di altro e non di pandemia. I social sono un terreno felice o per lo meno dovrebbero esserlo. Nella testa di persone felici, Facebook, Instagram, Tik Tok, Tinder e Grinder, Twitter, Snapchat and family, dovrebbero essere dei luoghi di apertura, espressione, informazione e formazione, confronto e contatto. E invece no. Nella pratica non sono più nulla di tutto questo da quando un utente ha deciso di commentare un post di un altro utente offendendolo, per poi rendersi conto che dopo non gli sarebbe accaduto nulla.

Hanno perso il significato di coinvolgimento propositivo che ha permesso a grandi pensieri di questo millennio di spopolare in poche ore da New York a Milano, passando per Catanzaro e Sydney. Iconica sarà negli anni la viralità garantita a iniziative come il Friday for Future, il movimento Me too o il recentissimo Black Lives Matter. Battaglie sociali che grazie alla viralità dei canali social sono diventate oggetto di interesse per il mondo intero.

Atteggiamento tipico di istigazione all’odio
sui social network nei confronti di un soggetto terzo

Poi rovescio della medaglia. Ci sono quelli, non pochi, che continuano indefessi a perpetrare violenza a mezzo social. A riprodurre lo squadrismo da quinta elementare sulle piattaforme digitali, dove senza timore di replica vomitano violenza verbale. Succede spesso sotto le bacheche dei politici, vittime designate dello shitstorm, ma non solo. Cantanti, giornalisti, calciatori ed influencer, sono solo parte dei destinatari di questo balletto della codardia. E sebbene possa risultare un problema è spesso vero che questi personaggi, usualmente pubblici, riescono ad ignorare quanto accade. Un po’ perché a loro volta difesi dai fan, e un po’ perché consolati dagli Iban che aiutano agevolmente a pensare ad altro.

Il problema, questo sì, è quando lo schema non cambia ma la vittima sì. Il problema è la vittima ‘normale’. Il problema è quando l’hater diventa bullo, quando lo shitstorm diventa offesa personale e quando i fan diventano meri utenti che per non finire nel calderone ricaricano la pagina e vanno avanti. Ci si rincontra, insomma, al prossimo post. Il problema, ancora, è quando le istituzioni si disinteressano. Il problema, allora, è dover ricorrere alle autorità garanti per ottenere giustizia, perché gli operatori della cosa pubblica non hanno il potere di far sentire un cittadino tutelato. O per lo meno così pare. O forse, il problema, aimé, è quando il bullo è anche parte della cosa pubblica. E allora dimenticandoci di Michele Ruffino e Carolina Picchio, minorenni e vittime del cyber bullismo, facciamo finta di niente.

Facciamo finta di essere sconvolti dalle aggressioni di Willy e dall’intolleranza che ha portato alla morte di Maria Paola Gaglione. Facciamo finta che queste cose non accadano, sperando, sempre, che chi si trovi ad essere vittima abbia le spalle abbastanza larghe da poter andare avanti da solo. Perché si sa, se vuoi una mano, in certe cose, è bene cercarla alla fine del proprio braccio.

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