Connect with us

Sport

Enes Kanter: il cestista dell’NBA che si oppone alla dittatura di Erdogan

Nonostante le continue minacce di morte, la cittadinanza revocata e le condanne, il cestista combatte ogni giorno contro ogni forma di ingiustizia.

Published

on

C’è un motivo preciso per cui in Turchia alcune partite di NBA non vengono trasmesse, e la ragione è da ricondurre al giocatore dei Boston Celtics che indossa la maglia biancoverde numero 11. Solitamente, se in uno stato non americano vi è un atleta che milita nel massimo campionato di basket al mondo, si è immensamente orgogliosi e si erge tale giocatore a eroe sportivo nazionale. Questo meccanismo esiste in realtà democratiche e libere, dunque non nella Turchia “dell’Hitler del nostro secolo” Erdogan. 

In questi giorni si stanno giocando le finali di Eastern Conference tra i Celtics e i Miami Heat e i telecronisti turchi, nonostante sia una delle serie più seguite al mondo, si “dimenticano” di pronunciare per tutto il corso della gara il nome del connazionale Enes Kanter.  Scopriamo perché. 

Gli inizi e i primi screzi con la Nazionale turca

Enes nasce a Zurigo, in Svizzera, da genitori turchi. Dopo un breve periodo nella capitale europea, il padre, professore universitario, decide di fare ritorno nella madrepatria, dove Enes cresce e inizia ad appassionarsi al basket divenendo da subito un grande talento. 

Una volta adolescente, il giocatore decide di trasferirsi negli USA per fare la high school abbandonando la squadra turca che non accetta la dipartita del suo miglior talento. La carriera di Kanter inizia a decollare e in NBA molte squadre iniziano a parlare di lui, tanto che gli Utah Jazz lo scelgono come terzo al Draft del 2011.  Nonostante fosse il miglior giocatore della sua nazionale in circolazione, la convocazione non arrivò mai.

Le scelte politiche e il golpe del 2016

Il cestista fin da giovane rende nota la sua ammirazione per il predicatore e politico Fethullah Gülen, al punto da frequentare le sue scuole e prendere parte al movimento Gülen. Il rapporto tra il predicatore e il leader turco Erdogan è puro e sincero fino al 2013, anno in cui l’alleanza tra i due si rompe per via delle accuse di corruzione mosse dal presidente a Gülen.

La data storica che segna formalmente l’inizio della sanguinosa dittatura di Erdogan è il 15 luglio 2016, il giorno del tentato colpo di stato poi fallito che non fece altro che rafforzare i poteri del leader, il quale affermò che il mandante del golpe fosse proprio Gülen. Ebbe inizio così una sanguinosa repressione di chiunque osasse ribellarsi al regime turco e di chi mostrasse vicinanza alle idee del nemico numero uno, proprio come fece Enes Kanter

L’inizio dell’incubo

L’8 agosto 2016 la polizia entra nella casa del giocatore e bandisce ogni mezzo tecnologico in loro possesso, a tutti i familiari viene requisito il passaporto e il padre viene costretto a disconoscere pubblicamente il figlio. 

“Con profonda vergogna mi scuso con il nostro presidente e con tutto il popolo turco per avere un figlio del genere”

Nel 2017 Kanter perde la cittadinanza turca ma non rinuncia neanche per un giorno a esprimere la propria opinione e far luce sui crimini commessi dal governo, definendo su Twitter Erdogan “lunatico, maniaco, dittatore”, parole che gli costeranno una condanna di 4 anni.

«Come posso restare in silenzio? Ci sono decine di migliaia di persone in prigione in Turchia solo perché hanno detto di non essere d’accordo con Erdoğan. Centinaia di bambini stanno crescendo in celle strette e anguste al fianco delle loro madri. Democrazia vuol dire avere la libertà di parlare, non dover essere rinchiusi in galera per questo»

I pericoli nel basket 

Nonostante la vita di Kanter in America non sia in pericolo, ogni occasione che prevede la sua presenza al di fuori dei confini statunitensi è altamente rischiosa.  Mentre era in Indonesia per aiutare i bambini in difficoltà con la sua associazione benefica viene emesso un mandato di arresto per lui: il cestista tenta di fuggire nella notte ma i suoi passaporti non sono più validi e solo l’intervento del senatore dell’Oklahoma gli permette di tornare negli States. 

Nel 2019 è costretto a rinunciare ad una partita in Canada con i Raptors e a una trasferta a Londra con i Knicks, dove lo attendeva l’Interpol per fermarlo in quanto terrorista internazionale.

“Non andrò con la mia squadra a Londra, perché se lo facessi correrei il rischio di essere assassinato. Non potrò svolgere il mio lavoro a causa di quel maniaco lunatico del presidente. Se andassi a Londra, per lui sarebbe facile farmi uccidere, lì è pieno di spie e per me la situazione sarebbe terribile.”

Continue battaglie per l’uguaglianza e i diritti civili

L’intelligenza e il coraggio di Enes Kanter  gli hanno permesso di essere tra i pochi turchi a ribellarsi quotidianamente alle oppressioni del regime di Erdogan, ma il cestista non si limita a combattere contro un’unica forma di repressione e ingiustizia, le combatte tutte.

Il suo apporto al movimento BLM, black lives matter, è stato prezioso e di esempio per molti altri giocatori di NBA. È sceso in piazza con gli altri manifestanti per pretendere giustizia, in ginocchio con il pugno chiuso alzato. Ha coniato lo slogan “SILENCE IS VIOLENCE” per sottolineare la necessità di dover prendere parte al cambiamento: chi sta a guardare si rende complice dei continui abusi e violazioni dei diritti. 

Enes Kanter è l’esempio di come un singolo possa fare la differenza, di come lo sport possa veicolare messaggi fondamentali e di come sia dovere di tutti noi prendere parte al cambiamento. 

Tapparsi gli occhi davanti alle ingiustizie ci rende colpevoli tanto quanto chi le attua.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Trending