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Dal razzismo di ieri al razzismo di oggi

In molte nazioni attualmente i leader politici sostengono apertamente politiche discriminatorie e postano affermazioni denigratorie verso le persone di un’altra nazionalità, ma quante volte avete sentito qualcuno affermare che c’è qualcosa di sbagliato nel loro DNA?

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Eccoci qua con la nuova rubrica “Cosa ci dice Harari sui nostri giorni“. Il celebre scrittore , all’interno di ” 21 lezioni per il XXI secolo”, dedica alcune pagine all’evoluzione e l’impatto odierno del razzismo tradizionale, focalizzandosi sul suo successore più (spesso inconsciamente) accreditato: il culturalismo. Il libro è stato pubblicato nel 2018, prima dell’omicidio di George Floyd e quello che ne è conseguito, prima di certe dichiarazioni di alcuni leader politici, ma dopo una breve introduzione sulla storia del razzismo e l’analisi della riflessione di Harari, vediamo insieme come quest’ultimo riesce lo stesso a dirci molto (e soprattutto cosa ha da dire) su questi eventi di stretta attualità.

Dal razzismo ante litteram al razzismo scientifico

L’etimologia del termine razza viene discussa ancora oggi: alcuni la fanno risalire dal latino radix (radice) con allusione all’origine dell’uomo; altri da da ras (sorgente) e altri ancora dal tedesco reiza (linea di sangue). Anche se quest’ultima ipotesi non è la più accreditata, certamente non possiamo negare la storica correlazione tra “razzismo” e “sangue”.

Risale al 1492 il primo atto di razzismo del sangue, quando Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia firmarono il decreto per l’espulsione degli ebrei da Spagna e Portogallo con lo statuto della “limpieza de sangre” (purezza di sangue), rifiutando di ammettere alle cariche sociali, e poi espellendo, perseguitando tutti gli ebrei (furono processati in 13000) indipendentemente dalla loro conversione al cattolicesimo perchè quest’ultima non poteva essere considerata sincera, a causa della loro discendenza di sangue ebraico, ineliminabile. Questo è solo l’inizio della dottrina che prende appunto il nome dallo statuto e che, nei secoli successivi, rese sempre più accettabile e frequente attribuire in maniera inequivocabile ad una “razza” dei comportamenti, e etichettarli come una conseguenza intrinseca della presenza del “sangue non puro” all’interno di individui.

Con il passare del tempo lo statuto della purezza di sangue fu messo in atto nella cattedrale di Toledo, nelle università, nei collegi, nelle confraternite e nelle corporazioni di artigiani, fino ad arrivare ad un punto di svolta nel settecento, a causa dello sviluppo delle scienze naturali e la nascita dell’Estetica come disciplina. Scienziati, Intellettuali e Studiosi , spesso attraverso la craniologia, fisiognomica e frenologia, elaborarono teorie pseudoscientifiche per sostenere la tesi della superiorità di un determinato gruppo di individui. Qui affonda le basi il razzismo scientifico, che si è sviluppato lungo tutto Otto-e-Novecento, fino ad arrivare all’eugenetica nazista, basata su principi allora giudicati scientifici per giustificare l’esistenza delle razze da un punto di vista genetico e naturalistico e per difendere la presunta superiorità razziale.

Per avere un’inversione di tendenza bisogna aspettare la fine della seconda guerra mondiale, quando biologi e genetisti dimostrarono, attraverso solide prove, l’infondatezza scientifica di quella visione del mondo: nessun biologo moderno si sogna di negare che le differenze genetiche tra gli essere umani siano trascurabili. Affermare l’inferiorità biologica di un gruppo di individui, oggi, viene considerato unanimamente deprorevole, ma basta una rapida occhiata alle ultime notizie per renderci conto che “una società senza discriminazioni” è ancora, purtroppo, parecchio lontana.

Ma se il razzismo ha perso definitivamente la sua legittimità morale e scientifica perchè oggi affermazioni, atti, violenze (psicologiche e non), discorsi, definiti da molti “razzisti” sono all’ordine del giorno e, ancora, come è possibile che una così alta percentuale di persone ci si rispecchi pur condannando il razzismo in sè? le persone fingono di non reputarsi razziste o veramente non si ritengono tali?

La risposta che ci fornisce Harari è che ormai quasi nessuno crede più al razzismo tradizionale definendosi orgogliosamente razzista (eccetto qualche rara spiacevole eccezione): oggi il mondo è pieno di “culturalisti”. Nessuno, nemmeno Trump, Orban o Salvini, crede più che ci siano differenze biologiche tra le persone, ma la maggior parte delle persone ammette l’esistenza di differenze significative tra le culture degli uomini. La differenza sta nel modo di rapportarsi a queste differenze.

Dal Razzismo Scientifico al Culturalismo


“Alla fine del XIX secolo o negli anni trenta del solo scorso era ampiamente diffusa la teoria che alcuni tratti biologici ereditari rendessero africani e cinesi per natura meno intelligenti, intraprendenti e con un senso morale meno sviluppato degli europei. Il loro problema stava nel sangue. Tale concezione godeva di rispettabilità politica e generale consenso scientifico. Oggi al contrario queste argomentazioni hanno perso qualsiasi supporto scientifico e la loro rispettabilità politica, a meno che non siano formulate in termini culturalisti.” Yuval Noah Harari

Razzista è chi crede che la sua razza sia superiore alle altre, il culturalista lo fa con la cultura. A scanso di equivoci è doveroso sottolineare che non si sta sostenendo che il razzismo non esista più in assoluto, ma si sta evidenziando un mutamento visibile e negarlo non permette quello sguardo lucido e critico che è l’unico strumento in grado di veicolare verso il fronte di battaglia giusto il doveroso sdegno per le notizie recenti e la fantastica solidarietà innalzata negli ultimi mesi dalle numerose campagne antirazziste. In molte nazioni attualmente leader politici sostengono apertamente politiche discriminatorie e postano affermazioni denigratorie verso le persone di un’altra nazionalità, ma quante volte avete sentito qualcuno affermare che c’è qualcosa di sbagliato nel loro DNA? Ne viene attaccata la cultura, le tradizioni e spesso viene generalizzato indebitamente e strumentalizzato un crimine di un singolo per discriminare la comunità a cui appartiene.

Quando Trump qualche anno fa, riferendosi agli immigrati da Haiti e paesi africani disse “Perché abbiamo tutta questa gente da Paesi di merda (“shithole) ?” non stava commentando il patrimonio genetico dei suoi abitanti quanto la loro cultura nel suo immaginario, così come quando ha affermato che i Messicani buoni restano a casa e mandano in America solo “gente con problemi che porta problemi, portando droghe, facendo crimini e stuprando” non stava denigrando il patrimonio biologico messicano quanto la loro condizione sociologica, secondo Trump non è il sangue messicano che ,a differenza delle credenze del 1492, contiene intrinsecamente l’essere stupratori, tossici o criminali, quanto più la loro cultura che spinge i messicani con più problemi ad emigrare in America. Così Salvini durante i suoi comizi non imputa agli immigrati di essere geneticamente inferiori, quanto di avere le stesse identiche caratteristiche che Trump associa ai Messicani che decidono di salire a nord del Rio Grande (e bastano poche ricerche per trovare commenti analoghi degli altri sovranisti nel resto del mondo).

Questo non vuol dire che dovremmo accettare affermazioni del genere, e tanto meno non definirle discriminatorie (lo sono eccome!) , ma significa che dobbiamo sforzarci di comprenderle a livello più profondo per riuscire a combatterle efficacemente. Non possiamo rapportarci al razzismo come avremmo fatto 75 anni fa, non possiamo definire realmente efficace contro il culturalismo una campagna informativo/scientifiche/divulgative che spiega perchè il mio dna è approssimativamente uguale a quello di un mio coetaneo con pelle diversa dall’altra parte del mondo, perchè chi fa quotidianamente e chi crede in affermazioni che vengono comunemente etichettate come “razziste” è pienamente d’accordo con questa visione, c’è una forte necessità di rapportarsi con la nuova realtà mutevole, di affrontare il tema del rapporto con le differenze culturali.

Questo non vuol dire che il colore della pelle di una persona non conti più, conta ancora tantissimo se si parla di soprusi, discriminazioni e pregiudizi, ce l’hanno dimostrano migliaia di fatti/testimonianze/video diventati virali sui social che per una persona dalla pelle scura camminare a Minneapolis (come in qualsiasi altra città americana e non solo) implica un maggiore controllo (sia chiaro, quando si parla di violenze e addirittura omicidi come il caso Floyd siamo su tutt’altro campo); ma l’importanza del colore della pelle, in generale, scrive Harari:

“è spiegato in termini culturali e storici: la polizia vede il colore della vostra pelle con sospetto non in base a qualche ragione biologica, ma in base alla storia. La frazione vicino ad Obama vi spiegherà il pregiudizio della polizia come una sfortunata eredità di crimini storici come la schiavitù mentre quella vicino a Trump vi spiegherà la criminalità dei neri come una sfortuna eredità degli errori storici commessi dai bianchi liberali e dalle comunità nere.”

Questo le rende meno gravi? assolutamente no ma in questo discorso l’attenzione era rivolta solo alle cause di certe azioni (sbagliate senza dubbio), non sulle conseguenza)

Ritornando a dove eravamo rimasti, allo stesso modo, quando si legge la notizia di qualche giorno fa di Trump che ordina alle forze federali di cancellare i corsi che spiegano cosa sia il razzismo strutturale ( che non poggia le sue radici su un terreno genetico, quanto, ancora una volta, su discriminazioni culturali, economiche e politiche), e li accusa di essere razzisti, dopo qualche risata (per non piangere) potremo affermare che secondo il presidente americano questi corsi sarebbero “razzisti” non perchè descrivono gli americani come una razza geneticamente inferiore ma perchè Trump reputa denigratorio per la cultura americana essere identificata come razzista strutturale. Inutile ripetere che siamo ancora volta su un piano sociologico e non biologico.

Il passaggio dalla biologia alla cultura non è soltanto un cambio di gergo privo di significato

Harari spiega molto bene che questa transizione non è, come forse si può pensare, una semplice correzione lessicale, un appunto da precisini giusto per far vedere che si conosce una parola più precisa, più corretta: si tratta di una “profonda mutazione con conseguenze pratiche vi vasta portata, alcune positive altre negative, tanto per cominciare la cultura è più malleabile della biologia”. Cosa significa? che se da una parte i culturalisti di oggi potrebbero essere più tolleranti dei razzisti di ieri poichè includono la possibilità per un individuo di integrarsi e assimilare la cultura ritenuta superiore, dall’altro potrebbe essere ancora più pericolo; non puoi accusare una persona di non voler cambiare colore delle pelle, ma di fatto è più facile accusare (e la gente lo fa) qualcuno di non aderire ai valori e le norme di una determinata cultura.

Questo non vuoldire siano accuse giustificate (spesso non ce ne è bisogno e altre volte è lo stesso posto che rende l’integrazione impossibile), ma che a volte alcune argomentazioni culturaliste potrebbero sembrarci di buon senso a differenza di quelle razziste.Ad esempio se consideriamo una buona cosa tollerare gli stranieri e i migranti non dovremmo anche pensare che, sotto questo aspetto, una cultura con una buona politica migratoria sia migliore di una che ne è priva o intollerante ? E che dire tra di chi pratica la schiavitù e chi no? E il rapporto tra uomo e donna, i pari diritti, la libertà di espressione? da un lato tutto sembra pericolosamente vicino a razzismo, dall’altro il culturalismo ha una base scientifica assai più solida del razzismo e i sociologi e antropologici non possono negare l’esistenza e l’importanza delle differenze culturali.

Di certo, anche se accettiamo la validità di alcune posizione teoriche culturaliste, non bisogna mai accoglierle in maniera acritica, e anzi è necessario, oggi come non mai, evidenziare quanto non abbia fondamento usarle per discriminare individui, come spesso fanno Trump, Salvini, Orban ecc. Perchè è vero che, mentre affermare che un gruppo di persone tende a commettere crimini perchè i componenti hanno meno geni di altri è assurdo,dire che hanno più probabilità di farlo se provengono da subculture disfunzionali è del tutto accettabile; Il problema è che da lì a dire che il singolo componente della cultura x ruba, commette crimini e stupro c’è un passaggio enorme, oltre che un ragionamento fallace se pretendiamo di farlo discendere dialetticamente.

Questo passaggio si chiama contatto di realtà, perchè possiamo parlare di tendenze sociologiche probabili di una comunità quanto vogliamo, ma quando si parla di un singolo individuo, nonostante sia innegabile l’importanza dell’influenza culturale, bisogna analizzare storia personale, patrimonio genetico, esperienza personale e tanti altri prima parametri di poter , ammesso che si possa, affermare qualcosa di certo (o anche solo altamente probabile) sui suoi comportamenti futuri. E’ proprio nell’esatto momento in cui si passa dalla base statistica/ipotetica di un gruppo vasto di persone alla lente di ingrandimento su un singolo, o un numero limitato di persone che le affermazioni culturaliste diventano oltre che infondate, potenzialmente pericolosissime, e bisogna imparare a riconoscerle e combatterle.

Per combattere il nuovo razzismo non possiamo continuare sul dibattito parallelo che prescinde la realtà tra chi non considera delle affermazioni razziste e chi invece si, bisogna parlare di contenuti e non di forma; e allo stesso modo oggi non è più efficace insistere sul ricordare che il sangue non determina chi siano e che sotto la pelle siamo tutti uguali, la quasi totalità delle persone questo lo sa già, c’è invece un forte bisogno di battaglie culturali serie, di politiche di integrazione efficaci, di generare consapevolezza, di insegnare che la differenza esiste ed è innegabile ma che non è sinonimo di gerarchia e , cito Elly Schlein nel suo intervento di qualche giorno fa ad “Otto e Mezzo“, “abbiamo un forte bisogno di educare alle differenze, prima che queste, diventino disuguaglianze”. Ci vediamo venerdì prossimo!

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Mi chiamo Debora Striani e nella vita studio, leggo, viaggio, penso, scrivo e condivido. Tra le mie passioni spiccano politica, attualità, economia, letteratura, cultura e comunicazione. Nel corso degli anni attraverso attività di rappresentanza studentesca, organizzazione di eventi culturali (conferenze, mostre, dibattiti) e pubblicazione di materiale informativo (articoli, podcast e interviste) ho sempre cercato di incentivare la partecipazione giovanile, il sano confronto e la corretta informazione. Scrivo per non smettere di farlo.

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