Connect with us

Mondo

Dalla proclamazione segreta di Lukashenko al silenzio dell’Europa: come va in Bielorussia?

Nonostante settimane di forti manifestazioni, Alexander Lukashenko si è proclamato segretamente Presidente della Bielorussia per la sesta volta consecutiva, sotto lo sguardo tacito dell’Unione Europea, incapace di agire a causa delle sue debolezze istituzionali.

Published

on

Mercoledì scorso Alexander Lukashenko ha prestato giuramento per un sesto mandato come Presidente della Bielorussia, in una cerimonia segreta svoltasi davanti a pochi suoi collaboratori. Il dittatore bielorusso non ha poi perso l’occasione per dichiarare la sua vittoria sui manifestanti che da più di un mese si riuniscono in gran numero per contestare la sua rielezione. “Questo è il giorno della nostra convincente e fatidica vittoria”, ha detto Lukashenko. “Non abbiamo solo eletto il presidente del paese. Abbiamo difeso i nostri valori, la nostra vita pacifica, la nostra sovranità e indipendenza”.

Un leader dell’opposizione, Pavel Latushko, ha denunciato la mossa del presidente e ha invitato il popolo ad avviare immediatamente una campagna di disobbedienza civile. E Svetlana Tikhanovskaya, il principale avversario di Lukashenko alle elezioni, ha etichettato la cerimonia come una farsa e ha dichiarato di essere l’unico leader eletto dal popolo bielorusso.

Belarusian President Alexander Lukashenko, center, gives a speech during a military parade that marked the 75th anniversary of the allied victory over Nazi Germany, in Minsk, Belarus, Saturday, May 9, 2020. (Sergei Gapon/Pool Photo via AP)

La proclamazione, che normalmente dovrebbe essere annunciata in anticipo come un’importante occasione statale, e per legge deve essere trasmessa in diretta televisiva, è stata condotta sotto copertura al Palazzo dell’Indipendenza, la grande residenza di Lukashenko nella capitale bielorussa, Minsk. La decisione di tenere segreta la cerimonia è stata chiaramente presa per evitare di dare il via a nuove manifestazioni di massa.

Nonostante la proclamazione, Lukashenko deve ancora affrontare la crisi più profonda della sua carriera politica. Non più riconosciuto come legittimo presidente dalle nazioni occidentali e da molti bielorussi, il suo destino è ora in gran parte nelle mani del presidente russo Vladimir Putin. La Russia e la Cina sono state infatti le uniche grandi potenze a riconoscere i risultati delle elezioni di agosto. Durante una recente visita in Russia, Lukashenko si è assicurato un prestito da più di 1 miliardo di euro da Putin, che in precedenza aveva promesso di inviare rinforzi russi se le cose fossero andate fuori controllo.

Oltre alle pressioni internazionali, Lukashenko deve affrontare i manifestanti, i quali continuano ad essere talmente numerosi che gli agenti di polizia non sono in grado di disperderli. In tutto più di 10.000 persone sono state arrestate durante le proteste. Secondo le Nazioni Unite altre centinaia sono state torturate, in particolare nei primi giorni delle manifestazioni. Domenica scorsa decine di migliaia di persone hanno marciato attraverso le principali strade di Minsk, sventolando la tradizionale bandiera bianca e rossa che è diventata un simbolo dell’opposizione al governo, dopo che Lukashenko l’aveva sostituita con una bandiera dall’aspetto più sovietico, subito dopo essere salito al potere.

Le persone sono pronte a combattere“, ha detto Alexei Chumakin, un giovane manifestante ed ingegnere elettronico. “Per la prima volta, posso dire di essere orgoglioso di vivere in Bielorussia”.

Le battaglie dei cittadini bielorussi non sono soltanto rivolte a Lukashenko, ma anche agli stati europei confinanti, all’intera Unione Europea. I bielorussi sperano che portando avanti le rivolte, l’Unione Europea e il mondo occidentale in generale, si faccia carico della loro battaglia, condannando duramente la leadership di Lukashenko. Ma l’UE per ora si è dimostrata incapace nell’imporre sanzioni alla Bielorussia.

Dopo le elezioni illecite, la repressione dei leader dell’opposizione, i pestaggi e gli arresti di pacifici manifestanti, l’Unione Europea sembrava pronta a rispondere rapidamente con sanzioni economiche, non limitandosi alle semplici parole di condanna. D’altronde i massimi funzionari dell’UE, tra cui Josep Borrell Fontelles, il capo della politica estera, hanno definito illegittima la rielezione di Lukashenko, chiedendo nuove elezioni.

Ma le nuove sanzioni contro Lukashenko e i suoi collaboratori, a quasi due mesi dalle elezioni del 9 agosto, sono ancora sospese. Il loro rilascio richiede il sostegno unanime delle 27 nazioni dell’Unione, e per ora un paese ha posto il suo diritto di veto sulla questione: Cipro.

Belarus opposition supporters attend a rally to protest against the disputed August 9 presidential elections results in Minsk on September 6, 2020. – Tens of thousands of Belarusians staged a peaceful new march on September 6, keeping the pressure on strongman Alexander Lukashenko who has refused to quit after his disputed re-election and turned to Russia for help to stay in power. (Photo by – / TUT.BY / AFP) (Photo by -/TUT.BY/AFP via Getty Images)

Il governo cipriota non è contrario alle sanzioni nei confronti della Bielorussia, come dichiarato dal ministro degli esteri Nikos Christodoulides, ma il suo veto è un atto di ricatto verso l’intera Unione. Cipro vuole mettere pressione agli altri stati europei affinché vengano emesse sanzioni anche per la Turchia, colpevole di aggredire le risorse economiche del piccolo paese europeo. La Germania, che attualmente detiene la presidenza dell’UE, sta spingendo per il rilascio delle sanzioni, ma allo stesso tempo sta cercando di mediare la disputa tra la Turchia e Cipro. A tal fine i tedeschi vedono ulteriori sanzioni contro i funzionari turchi come controproducenti.

L’incapacità di agire è più di un imbarazzo: mina i desideri europei di essere un attore forte e credibile sul panorama internazionale, alla pari delle altre superpotenze. Mina gli obiettivi europei di autonomia strategica e indipendenza dagli Stati Uniti, e sottolinea le tesi russe e cinesi secondo cui l’Unione Europea è debole, divisa e incapace di un’azione strategica efficace e rapida. Sebbene molti abbiano chiesto l’abbandono della regola dell’unanimità per le decisioni di politica estera, è altamente improbabile che ciò accada, perché anche questo richiederebbe un voto unanime. E i paesi più piccoli come Cipro non hanno alcun interesse a perdere il loro potere.

Svetlana Tikhanovskaya, la leader dell’opposizione bielorussa costretta a fuggire in Lituania, lunedì mattina è andata a Bruxelles per chiedere sanzioni e coraggio. Ma l’UE non gli ha garantito nessuna risposta efficace.

Ci si chiede dunque se sia giusto che paesi così piccoli possano produrre e frenare una politica estera che si rivolge a problematiche importanti, e che potrebbe essere paragonata alle politiche estere delle grandi superpotenze come Russia, Cina e Stati Uniti.

Gli stati baltici e dell’Europa centrale sono stati i più espliciti nel sollecitare un’azione contro Lukashenko. Alla fine del mese scorso Lituania, Lettonia ed Estonia hanno imposto congiuntamente divieti di viaggio a Lukashenko e ad altri 29 funzionari bielorussi. La loro impazienza è stata sottolineata questa settimana dal ministro degli esteri lettone, Edgars Rinkevicsche ha scritto su Twitter : “È deplorevole che oggi non abbiamo potuto rilasciare sanzioni sulle violazioni dei diritti umani a causa dei ricatti di uno stato membro. Tutto ciò invia un segnale sbagliato ai bielorussi, alle nostre società e al mondo intero“.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nato nel 2001 in provincia di Monza, ho frequentato il Liceo Scientifico Banfi a Vimercate e ora studio Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l'Università degli Studi di Milano. Con i miei articoli cerco di stimolare le persone a formare un proprio pensiero critico, così che sappiano muoversi nel caos del presente in modo sicuro e consapevole.

Trending