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Caucaso in guerra: interessi antichi in un conflitto ancora attuale

Dopo 30 anni di conflitto irrisolto, le proteste sono rinate da entrambi i lati: più di 30 persone accertate per ora sono morte.

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Nagorno Karabakh è in guerra, di nuovo. La regione si trova legalmente in Azerbaigian ma dal 1991 si è proclamata Repubblica autonoma e indipendente dalla giurisdizione di Baku. Nel 1994 dopo l’accordo di Bishkek, armeni e azeri decisero di iniziare dei trattati di pace, mai rispettati. La regione è popolata da cristiani armeni e turchi che alla caduta dell’URSS, si videro integrati in un territorio di un’appartenenza etnica fortemente differente dalla propria.

L’ URSS dopo, l’impero russo e i bolscevichi prima, nella grande famiglia avevano integrato senza distinzioni sia gli azeri che gli armeni come d’altronde tante altre etnie e culture diverse. La fatica della convivenza territoriale forzata si è intensificata quando il territorio di Nagorno venne internazionalmente ceduto all’Azerbaigian.

La Russia riconobbe agli armeni la prevalenza territoriale senza però concludere tra le parti un vero e proprio trattato di pace. Nel 2006 Nagorno Karabakh con una nuova carta costituzionale si autoproclamò Stato sovrano.

Umana degradazione

Durante il conflitto degli anni ’90 circa un milione di persone scapparono alla ricerca di un luogo di pace e di quieto vivere, più di 30 mila persone perirono a causa degli attacchi mirati sulla popolazione locale da parte dell’Azerbaijan.

Dopo 30 anni di conflitto irrisolto, le proteste sono rinate da entrambi i lati: gli azeri hanno manifestato in modo acceso a Baku per diversi giorni quest’estate con l’intenzione di richiedere al governo azero una reconquista del territorio conteso. Gli armeni dall’altro lato hanno reagito proclamando la legge marziale e una mobilitazione generale. Più di 30 persone accertate per ora sono morte: separatisti della regione.

Gli interessi internazionali in gioco

Oleodotti Baku-Tbilisi-Ceyan

Come sempre durante gli scontri interni tra diverse etnie e Stati, la comunità internazionale tende a lasciare libero arbitrio ai contendenti, cercando, ogni Paese, in base ai rapporti diplomatici ed economici che ha, di suggerire delle operazioni al ”preferito” oppure fare pressione per un ”cessate il fuoco”.

Gli interessi internazionali in corso nel Caucaso meridionale sono legati agli oleodotti Baku-Tbilisi-Ceyan, al gasdotto che collega Baku-Erzerum ed il Tanap/Tap che arriva da noi, in Italia a Brindisi. I co-protagonisti dello scontro tra Armenia e Azerbaijian sono rispettivamente la Turchia di Erdogan (che parteggia per gli azeri) e la Russia di Putin ( in rapporti ottimi con gli armeni da sempre). Una contesa che attraversa diversi sottosuoli internazionali, arrivando anche in Egitto, Siria e Libia.

Il gruppo di Minsk, incaricato da trent’anni a sanare il conflitto dall’OCSE, non solo non è riuscito a concludere tramite dei trattati veritieri una pace ma anche durante questo nuovo conflitto non sta dimostrando un reale interesse per spegnere la miccia.

Un fuoco rischioso

Lasciare la crisi del Caucaso a sè diventa un problema che se non colto in tempo e risolto può scatenare un pericoloso sistema e un blocco di determinate risorse, fondamentali per il nostro mondo quotidiano. Una possibile guerra di grande portata potrebbe causare un blocco dei gasdotti e degli oleodotti coinvolgendo gran parte dell’Euroasia. I trasporti ferroviari che collegano Baku-Kars, potrebbero venire all’improvviso chiusi e con loro un importante snodo per il commercio internazionale tra Europa e Asia.

Gli interessi dei singoli Paesi non devono essere però dati solo da motivi e interessi strettamente economici. Questo conflitto avviene in un territorio abbastanza vicino a noi, già in passato gli abitanti avevano sofferto la guerra ed erano sfollati. Non risolvere il conflitto significa di certo, come successo in Siria, non solo permettere una distruzione completa di luoghi abitati, dunque di una vita normale per i civili, ma anche una naturale emigrazione e ricerca di soccorso e protezione internazionale.

La comunità internazionale dovrebbe prestare più attenzione e cercare di coinvolgere le proprie forze per un patto pacifico storico che possa mettere fine a una contesa dolorosa e duratura. Prima ciò avverrà, meno morti ci saranno, meno sfollati e meno città intere da ricostruire. Adesso si è ancora in tempo a dare una speranza alle future generazioni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nata nel 1999, studio Scienze Politiche per lo Sviluppo e la Cooperazione internazionale. Amante dei diritti umani e della Costituzione, sono attivista e volontaria in diverse ONG nazionali e internazionali. Mi piace promuovere l'incontro e la collaborazione per un fine comune positivo. ''Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi e impegnati possa cambiare il mondo. In fondo, è così che è sempre andata.'' M. Mead

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