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Sport

Betty Robinson: la donna che corse e vinse contro il maschilismo e la morte

La prima vera pioniera dello sport femminile americano. Un inconsapevole talento alla conquista del tetto del mondo.

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In inglese l’espressione Sliding Doors, letteralmente “porte scorrevoli”, ha assunto il significato metaforico di un evento imprevedibile che cambia la vita di qualcuno in modo incredibile. Per Betty detta Bebe Robinson, ragazzina americana appassionata di musica e teatro, lo sliding Doors fu una corsa forsennata verso la fermata del treno che l’avrebbe condotta da scuola a casa. 

Lei non lo sapeva ancora, ma la velocità a cui corse quei pochi metri cambiò per sempre la sua vita. Tra incredibili successi, tragedie da togliere il fiato, rinascite e drammi, questa è la storia di Bebe Robinson, pioniera dell’atletica femminile.

L’inconsapevole nascita di un talento 

Betty nasce a Riverdale il 23 agosto 1911 e viene da subito soprannominata Bebe. Inizia a frequentare la Thornton High School di Harvey e fin dal principio non nasconde a nessuno la sua principale peculiarità: essere una ritardataria. 

È proprio uno dei suoi ritardi che quel pomeriggio la costrinse a inseguire il treno sotto gli occhi di Charles Price, insegnante di biologia della ragazza, che assistette al suo slancio dapprima con simpatia, poi con crescente stupore, data l’assurda velocità alla quale le gambe di Bebe si muovevano. 

Il giorno seguente il professore invita la Robinson a correre lungo il corridoio della scuola, cronometrando il tempo. Il risultato lasciò tutto sbalorditi: Bebe correva molto più veloce dei suoi coetanei, uomini e donne che fossero. 

“Non avevo idea che anche le donne corressero. Sono cresciuta come una campagnola”.

I primi passi nell’atletica 

Price, ex atleta, la convinse ad allenarsi con una squadra maschile, dato che quella femminile non esisteva nella cittadina in cui abitava.

Il 30 marzo 1928 esordì nei 100 metri e si piazzò dietro la campionessa in carica Helen Filkey, mentre nella sua seconda competizione assoluta eguagliò il record mondiale di velocità con un tempo di 12 secondi. Il risultato non le venne riconosciuto perché quel giorno il vento era molto forte e, secondo i giudici di gara, l’atleta era stata avvantaggiata. Resta comunque un risultato storico.

La sua terza apparizione sui campi di atletica fu ai Trials Olimpici nel New Jersey, dove si selezionavano gli atleti che avrebbero rappresentato gli Stati Uniti alle Olimpiadi. La Robinson si classificò seconda e staccò il pass per i Giochi di Amsterdam del 1928

La consacrazione definitiva 

Le Olimpiadi del 1928 conquistarono diversi primati: furono le prime che videro correre le donne, le prime dove si accese la torcia olimpica e le prime dove una ragazzina inesperta scrisse la storia.

La Robinson arrivò nei Paesi Bassi dopo un viaggio di nove giorni su un transatlantico in compagnia degli altri 240 atleti americani, talentosa, coraggiosa e inesauribile. Solo lei si qualificò per la finalissima dei 100 metri, a 16 anni, la sua quarta gara in assoluto. 

Sulla linea, dopo alcune false partenze, c’erano la tedesca Steinberg, le canadesi Smith e Rosenfeld e infine Babe. L’intensità e il silenzio ansioso dello stadio accompagnarono due atlete al traguardo con le braccia al cielo: la Robinson e la Rosenfeld assaporarono la vittoria insieme, anche se per la canadese quella gioia durò poco.

A vincere la medaglia d’oro infatti fu la giovanissima Bebe, arrivata davanti alla rivale di un soffio. Le polemiche furono innumerevoli ma, ancora oggi, nello scatto finale della gara sono gli sguardi delle due a parlare: la Rosenfeld con la coda dell’occhio controlla preoccupata l’avversaria che, al contrario, ha occhi solo per il traguardo, con un mix di spensieratezza e felicità. 

Non ero sicura di aver vinto. Eravamo così vicine. I miei amici saltarono oltre la ringhiera e mi abbracciarono, allora seppi di aver vinto. Poi, sul podio, quando alzarono la bandiera americana, piansi.

L’incubo improvviso 

La giovane star tornò in America da eroina, celebrata e osannata dai connazionali. Non perse tempo e ricominciò subito ad allenarsi: in testa aveva solamente le Olimpiadi del 1932 che si sarebbero tenute a Los Angeles, in casa sua. 

Nulla poteva fermarla, se non un tragico incidente. 

Il 28 giugno 1931 era una giornata afosa e Babe aveva l’esigenza si rinfrescarsi tra un allenamento e l’altro. Suo cugino possedeva un piccolo aeroplano e si offrì di farle fare un giro nei cieli torridi di quell’estate. 

Pochi minuti dopo la scena che i testimoni raccontarono è ancora oggi indicibile: tra le macerie si intravedeva un corpo mutilato di un ragazzo che invocava invano il nome della cugina e, poco distante, quello che restava della campionessa americana. Uno dei passanti, facendosi più volte il segno della croce, caricò il suo corpo distrutto nel bagagliaio e lo portò all’obitorio della cittadina. 

I titolari delle pompe funebri, non certi della morte effettiva di quella ragazza, la portarono per precauzione all’ospedale. Bebe era infatti ancora viva, in coma con una gamba distrutta e diverse fratture, ma ancora viva. 

La rinascita 

I medici davano come vana la speranza che la ragazza si risvegliasse dal coma ma sette settimane dopo furono smentiti.  La Robinson si risvegliò con una gamba più corta dell’altra ma determinata come sempre. 

“Certo che proverò a correre di nuovo”

La sua ripresa fu lenta ma costante e riuscì nell’impresa di entrare nella squadra olimpica che sarebbe partita per Berlino nel 1936.  A causa dei problemi al ginocchio non poteva accovacciarsi a terra e dovette rinunciare alla sua gara dei 100 metri, che sostituì però con la staffetta 4×100.

Nella finale le tedesche erano date per vincitrici da tutti ma il destino decise di aiutare Bebe: la frazionista Dorffeldt lasciò cadere il testimone ottenendo così una squalifica per la sua squadra, spianando così la strada per la vittoria alle americane. Dopo l’oro di Berlino la Robinson si ritirò a 25 anni, iniziando una carriera da oratrice a favore dell’emancipazione femminile nello sport.

Bebe morì a 87 anni, inconsapevole del fatto che la sua storia l’avrebbe resa la prima, vera e indimenticabile pioniera dello sport femminile. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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