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Cronaca

Carnefice della società e vittima dello Stato

Nel racconto di oggi vi riportiamo una tematica molto sensibile e attuale nella nostra società: la condizione dei detenuti nelle carceri italiane. Vi riportiamo l’esperienza vissuta da un ex detenuto che rivendica l’applicazione concreta dell’art 27 della nostra Costituzione.

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Qualche giorno fa sono stata contattata da un trentaquattrenne di Salerno, Raffaele Principe, che oggi racconterà la sua storia. Prima di iniziare come di consuetudine il nostro racconto, vi riporto le testuali parole dell’articolo 27 della nostra Costituzione che vi darà un forte indizio sulla sensibile tematica che vi verrà riportata:

“La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte.”

Seguendo le parole di questo articolo possiamo affermare che il nostro sistema dovrebbe garantire al colpevole, che diviene tale dopo condanna certa e definitiva, il rispetto della dignità umana attraverso trattamenti adeguati che, oltretutto, devono perseguire come fine il recupero, la rieducazione, la risocializzazione del soggetto in questione. Vi starete allora chiedendo perché ho utilizzato la parola “dovrebbe” di fronte a un articolo certo sancito da ciò che per noi corrisponde a una Bibbia, ossia, la Costituzione. La risposta è semplice. Come nella gran parte dei casi e delle situazioni in cui ci troviamo a vivere in quanto soggetti inseriti in un quadro sociale strutturato, ciò che viene scritto non sempre viene applicato. E in questo contesto entra in gioco il nostro giovane protagonista.

Raffaele Principe è un ragazzino come tanti altri che cresce a Salerno in una famiglia di onesti lavoratori che lo educano nel rispetto dei valori sociali senza alcuna devianza. Ma una disavventura segnerà per sempre la sua vita: i svariati fallimenti imprenditoriali di suo padre che generano una situazione pesante per un giovane ragazzo introverso che non riesce a tirare fuori le sue emozioni, trasformate in sofferenza che, giorno dopo giorno, viene ad accumularsi. Sicché a causa di tutte queste vicissitudini, Raffaele inizia a indossare una maschera che gli permette, attraverso la prevaricazione, di trovare un posto nella società e colmare quel vuoto che sentiva nella sua, ormai sconvolta, esistenza. Il ragazzo, dunque, comincia a fare scelte sbagliate e ad incanalarsi in una strada tortuosa che l’ha portato dritto alla prigione.

All’inizio del 2009 venne arrestato per la prima volta per spaccio di sostanze stupefacenti e, dopo tre anni passati tra carcere e domiciliari, nel 2012 risultò implicato per associazione di stampo mafioso, associazione a delinquere per traffico di droga e armi, per un totale di sei anni che, sommati ai tre precedenti, vengono commutati a nove anni di detenzione. Raffaele è stato così recluso nelle carceri di Salerno, Bellizzi Irpino (av) e Melfi (pz).

Le sue giornate in carcere scorrevano in modo sistematico e ripetitivo così, per ingannare il tempo, il giovane ragazzo si prefissava nella testa l’agenda giornaliera: sveglia presto per pulire la stanza, successivamente colazione seguita dalla sua attività preferita, la lettura di un buon libro. Dopodiché aveva inizio la scuola alberghiera che, insieme ai suoi professori, costituiva una boccata d’ossigeno nell’oceano buio e profondo del carcere.

Certo Raffaele non era solo dietro le sbarre, un’altra difficoltà era quella di imparare a convivere con delle persone, inizialmente del tutto estranee. Con i detenuti, volente o dolente, impari a convivere, anche se con il tempo si fa una naturale selezione in base alle esigenze, abitudini e compatibilità caratteriale. Non si può andare d’accordo con tutti e tale aspetto è vero anche nella società che sta fuori queste mura, ma l’unica differenza è che in questo contesto la miglior parola è quella che non si dice, sicché si preferisce interagire con pochissime e fidate persone.

Per quanto concerne le guardie e l’amministrazione il rapporto era imposto dai ruoli che ciascuno doveva ricoprire, vi erano persone con la divisa che facevano prevalere il buon senso all’istinto vendicativo e altre che, invece, hanno fatto vivere a Raffaele un insieme di torti che sommati divennero vere e proprie torture.

Ciò che ne consegue è un rapporto detenuto-istituzioni molto distaccato quasi automatico come delle macchine alla guida di altre macchine. Cosicché questo giovane ragazzo si trova a espiare la sua colpa all’interno di una struttura stracolma di persone ma priva di umanità, di dialogo tra i diversi substrati culturali. I suoi occhi hanno dovuto vedere le guardie negare l’evidenza pur di difendersi a discapito del detenuto facendo prevalere in questo modo l’omertà. Si proprio lei, la grande nemica di Raffaele che, non solo l’ha condotto in carcere, ma ha continuato a palesarsi in ogni persona che lo circondava per tutti gli anni di detenzione.

Per quanto concerne gli assistenti sociali e gli psicologi, il nostro ex detenuto preferisce stendere un velo pietoso, data la totale assenza di dialogo. Queste figure sono rilevanti all’interno del sistema penitenziario perché sono gli strumenti di applicazione delle famose parole riportate nell’art. 27 della Costituzione. Ricordate? “Le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato” eppure, invece di recuperare il reo sono i primi a pronunciare una condanna perpetua senza redenzione.

Ma per evitare di cadere in una generalizzazione che sarebbe contraria dello spirito di questo articolo, dobbiamo anche citare chi si differenzia all’interno di un sistema che fatica a funzionare. Infatti, Raffaele ha avuto la fortuna di incontrare una psicologia che è riuscita a tirar fuori tutte le sue emozioni, anche quelle più nascoste e sepolte da strati e strati di sofferenza, antecedenti al passato delinquenziale. In questo modo, Raffaele ha iniziato a conoscersi e a capire l’origine di ogni scelta e azione fatta nella sua vita.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Ebbene, vi faccio queste domande: potersi fare solamente 3 docce alla settimana, senza acqua calda e con un bagno dove a stento si riesce ad entrare lo ritenete un trattamento degno nei confronti di una persona? Stare in stanza – Raffaele la chiama “buco” – con altre otto persone costretto, spesso ma non volentieri, a starci rinchiuso anche per 20 ore consecutive lo ritenete un trattamento degno nei confronti di una persona? E ancora, avere un muro divisorio durante il colloquio con un familiare, che tra l’altro costituisce il momento più entusiasmante e sereno per un detenuto, lo ritenete rispettoso per la dignità di una persona?

La condizione di detenzione afflittiva determina un grado di sofferenza ulteriore per i detenuti e che quindi è tale da configurare un’ipotesi di trattamento inumano e degradante che determina la violazione anche dell’articolo 3 CEDU. Le crepe all’interno di questo sistema sono tante e, prima o poi, determinano un collasso che difficilmente si riuscirà a rattoppare. Occorrerebbe intervenire su diversi punti: creare lavoro all’interno; svolgere corsi formativi; garantire una scuola funzionante e funzionale e far prevalere le misure alternative che rappresentano quel piccolo ma significativo dettaglio che abbatte la recidiva. Insomma, la figura principale per un detenuto non è una e non è la stessa per tutti, dipende se il reo sarà fortunato nel trovare “quell’angelo” che sarà capace di cogliere il suo meglio. Gli angeli di Raffaele sono i suoi professori di scuola che lo portarono a desiderare di vivere quelle preziose ore discutendo di tantissime tematiche interessanti.

Raffaele però non vuole stare in silenzio, non si copre più dietro il velo dell’omertà. Non intende nascondere più a nessuno i suoi sentimenti, e quelli che si porta fuori dal carcere sono di immensa solitudine. Non si sentiva ascoltato tanto meno tutelato, non veniva trattato come una persona che nella vita ha fatto degli errori e che deve essere “recuperata” come sancisce l’articolo che abbiamo citato. Si sentiva esclusivamente un condannato che non aveva alcuna possibilità di redenzione.

Solamente in alcuni momenti della giornata riusciva a uscire con la mente dalle sbarre e vivere un altro milione di vita. Quando leggeva un buon libro la sua testa si proiettava in viaggi e mondi lontani, si trovava ad essere un coraggioso guerriero nella Roma conquistatrice e, subito dopo, un curioso esploratore di un mondo ancora intatto dalla malvagità dell’uomo, e poi eccolo là in trincea per difendere la sua patria e ancora di qua mentre si appresta a votare per far nascere una nuova Repubblica e ancora catapultato in diverse epoche, mondi e situazioni.

Insomma come dice nella sua celebre citazione Mason Cooley :

“Leggere ci dà un posto dove andare anche quando dobbiamo rimanere dove siamo”

Il detenuto si rivolge a due figure fondamentali: la società e le istituzioni.

  • La società deve essere in grado di superare ogni pregiudizio e preconcetto. Si è portati a credere quasi d’istinto che il reo è una persona inaffidabile, dato l’errore che nella sua vita ha commesso e che lo ha portato alla detenzione. Ma se l’ormai ex detenuto, una volta espiata la sua colpa, viene ricollocato in una società che non è pronta ad accoglierlo come si può sperare che quel soggetto possa condurre una vita serena e lontana da ogni forma di criminalità? Se la società non gli offre una seconda possibilità, mostrando fiducia nelle sue capacità e dandogli la possibilità di svolgere un’attività lavorativa – che secondo un altro articolo della nostra Costituzione è fondamentale per la dignità di una persona – , gli anni passati dietro le sbarre non sono serviti a nulla.
  • Le istituzioni non si devono limitare a trattare i detenuti come se fossero dei cittadini di classe B o, addirittura, come macchine senza anima e dignità. Se effettivamente si vuole applicare alla lettera l’art.27 della costituzione allora si deve seriamente puntare sull’opera fondamentale di rieducazione e di recupero di una persona che nella vita ha sbagliato ma che può sempre ritrovare la strada perduta.

Riportando le testuali parole di Raffaele: Un detenuto in passività totale, chiuso in una stanza, sarà soltanto una bomba ad orologeria pronta a scoppiare una volta fuori. Insomma, c’è bisogno di più inserimento e di meno giustizialismo, altrimenti il detenuto diventa carnefice della società e una vittima dello Stato. E per garantire un maggiore inserimento, occorre che le due figure qui sopra citate collaborino nel rispetto della nostra Costituzione e, prima di tutto, della dignità umana.

Per Raffaele non è facile trovare un lavoro e per il momento lavora presso una cooperativa sociale che si occupa di verde pubblico ma che sicuramente non gli può garantire un futuro migliore. Oggi non è più un giovane ragazzo chiuso nelle sue emozioni, è diventato un uomo di trentaquattro anni consapevole di aver bruciato gli anni migliori della sua vita e per questo desidera una stabilità e tranquillità che gli possa permettere di creare una famiglia tutta sua.

Oggi Raffaele è una persona totalmente nuova, più riflessiva e meno istintiva. Il suo “grazie” principale va alla letteratura, che gli ha fatto scoprire altri mondi e orizzonti fisici e umani, e alla sua anima gemella che l’ha accettato con il suo passato e mai l’ha giudicato abbattendo il muro invisibile del pregiudizio e creando, invece, un ponte di confronto e di comprensione. Per il suo futuro si augura, dunque, di trovare un lavoro stabile che gli permetta di vivere dignitosamente e crearsi una famiglia con la sua dolce metà.

Alle istituzioni chiede maggiori investimenti sul lavoro interno e all’esterno delle carceri; sulle scuole e sui corsi di formazione. Mentre alla società chiede maggiore fiducia nei confronti di una persona che può sempre riscattarsi dai propri errori. Chiede di abbandonare l’odio in quanto sentimento accecante che non porterà mai nulla di buono.

Per attuare ciò che dice la Costituzione nell’art. 27 occorre “uccidere” l’idea che la punizione, la tortura, la vendetta sia la soluzione di ogni problema.

La pena nella sua concreta esecuzione si caratterizza nel limitare la libertà di movimento di una persona, riducendo così lo spazio entro cui può trovare sviluppo la sua personalità, per questo motivo il residuo di libertà che rimane deve essere garantito ai detenuti. Un vero e proprio caposaldo è il divieto di prevedere ed eseguire delle pene che offendano la dignità della persona altrimenti non possiamo pretendere un recupero della stessa che, invece, verrà annientata nel suo essere.

Le pene devono sempre tendere alla rieducazione del condannato non essere disumane. Se lo Stato italiano, e di conseguenza la società, non è in grado di garantire il rispetto di questo principio fondamentale allora siamo dinnanzi a un problema molto grande e fin troppo sottovalutato.

Ringrazio Raffaele Principe per aver raccontato la sua esperienza di vita riportando, di fatto, una tematica molto attuale nella nostra società che, ahimé, non si può riassumere in qualche riga. Auguro a Raffaele un futuro migliori di quello che ha passato e che le sue azioni e decisioni siano, d’ora in avanti, alimentate dal frutto dei suoi avventurosi viaggi letterari.

Grazie Stefania

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Sono una ragazza sarda che ama la cultura, la politica e la corretta informazione. Mi sono laureata nella triennale di scienze politiche dell’amministrazione presso l’Ateneo di Sassari (SS), attualmente frequento la specialistica in Politiche Pubbliche e Governance sempre presso l’Ateneo di Sassari (SS). Il mio obiettivo è darvi le informazioni il più corrette possibili e unire a questa tecnicità informativa un pò di emozioni suscitate da racconti che rispecchiano la nostra realtà.

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