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Cultura

Il Controcampo: Perché un film non è un “one-man show”

Quando guardiamo un film oltre agli attori che vi recitano, pensiamo subito al regista. In realtà però lui non si muove da solo: un film senza scenografi, il direttore di fotografia, montatori… rimarrebbe solo una visione nella testa del regista.

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Fin dai tempi della Politique des auteurs dei critici e cineasti dei Cahiers du cinéma, il ruolo del regista cinematografico viene identificato con quello di unico creatore e responsabile dell’opera. La figura del regista, il “nome sopra il titolo” di cui parlava Frank Capra, è vista come il demiurgo che manipola i vari elementi e, alla fine di questo processo, ci riconsegna un film che possiamo capire ed apprezzare.

Il cinema, in realtà, è un’arte collaborativa. Senza ruoli come il direttore di produzione, lo scenografo, i costumisti, truccatori, il montatore, gli attori e il direttore di fotografia, un film rimarrebbe quello che è all’inizio: una visione nella testa del regista. In particolare, vorrei soffermarmi sul direttore di fotografia, sicuramente uno dei ruoli artistici più importanti nella composizione dell’opera, nonché uno dei più sottovalutati da chi apprezza il cinema senza conoscere troppo il mestiere.

Tra i ruoli del direttore di fotografia vi è sicuramente, insieme al regista, la scelta delle riprese, delle durate, della messa in scena. Ma ecco alcuni aspetti che forse non vengono considerati spesso. Consideriamo questa scena tratta da The Hurt Locker (Bigelow 2008), e vediamo subito come nessuna linea di dialogo o espressione facciale potrebbe mai descrivere a pieno questo momento come invece fa il direttore di fotografia Barry Ackroyd. La decisione delle lenti e della profondità di campo restituisce l’immagine di un’infinita schiera di cereali tra cui scegliere, una scelta davanti alla quale percepiamo il senso di smarrimento del nostro protagonista.

La scelta delle lenti, tranne alcune rare eccezioni, è opera del direttore della fotografia, e gioca un ruolo fondamentale nella comunicazione delle sensazioni attraverso l’immagine. Un’altra macro-area in cui l’apporto del DoP (“Director of Photography”, all’americana) è fondamentale è la scelta delle luci. Devi girare la scena del cowboy che osserva fuori dalla finestra la città nello squarciante sole di mezzogiorno? Ops, sta piovendo. Ops, non si possono girare altre scene, perché questa è l’ultima. Ops, non è nemmeno mezzogiorno, sono le sei del pomeriggio. Eppure, sul grande schermo, uno potrebbe giurare che si tratti proprio di quelle ombre taglienti che solo il sole di mezzogiorno può proiettare. Ecco, quella è la firma di un buon direttore di fotografia. Forse Clint Eastwood sembrerebbe meno tosto se le ombre sul suo volto fossero le soffici ombre di un pomeriggio nuvoloso.

“Scrivere con la luce” è uno degli aspetti che possono determinare l’assoluta riuscita o il fallimento di un film, insieme con la qualità della recitazione, del montaggio e del suono. Se uno di quelli manca, il film è da buttare, oppure un altro degli aspetti dovrà compensare al di sopra dell’ordinario per portare allo stesso risultato. Non mi sto qui scagliando contro la figura del regista, sia chiaro, ma diamo a Cesare quel che è di Cesare, e a Roger Deakins quello che è di Roger Deakins.

Il cinema è un’arte frammentaria, in cui è possibile che la scena del climax, per ragioni di convenienza, sia girata prima degli eventi che portano a essa. L’assenza di un regista renderebbe il set una serie di persone molto impegnate che vagano senza meta, la maggior parte delle quali senza una visione d’insieme. Nella testa del regista, il film deve avere già una forma nei suoi primordi dalla prima riga della sceneggiatura. Il suo ruolo è principalmente quello di dirigere gli attori (i quali hanno comunque uno stile e uno studio personalissimi nella costruzione del loro personaggio), e di concordare con i grandi ruoli artistici della produzione una visione unica a cui tutti possano riferirsi.

Ecco quindi una mia ragione (sicuramente semplificata) per cui bisognerebbe prestare attenzione a una squadra di persone dietro il nome di un regista. Squadra che vince non si cambia: quindi, se un film è particolarmente riuscito (indipendentemente dal successo economico), il produttore e il regista tenderanno a scegliere gli stessi aiuto registi, costumisti, fonici, montatori, scenografi, segretari di edizione, ma anche sceneggiatori, direttori di produzione, ecc. per il prossimo film. Quando una pellicola vi colpisce, invece di riconoscere unicamente il genio (sicuramente presente) del regista, vi invito a ricercare le altre persone che lavorano nonostante il fatto che il loro nome probabilmente non raggiungerà mai le bocche dei cinefili.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Margaret Duggan, studentessa italoamericana classe '96, proveniente da Lecce. Laureata in Cinema e Televisione alla California State University Northridge a Los Angeles e studentessa magistrale di Cinema, Televisione e Produzione Multimediale a Bologna, ho lavorato a produzioni cinematografiche sia studentesche che professionali. Nel tempo libero mi piace andare in campeggio, nuotare, leggere, e ovviamente guardare film! Con la mia rubrica "Il Controcampo" vorrei mostrare ai miei lettori i lati meno conosciuti dell'industria del cinema. Insieme possiamo proiettarci nei teatri di posa, negli uffici di produzione, nei camerini degli attori, ed esplorare tutte le stanze della "fabbrica dei sogni"!

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