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Cittadini

L’umanità alla deriva

L’umanità delle persone è alla deriva, come la nota “zattera della Medusa” del dipinto di Gericault. Solo l’aiuto da parte di tutti può salvare l’umanità, che cerca di restare a galla, ma in un tempesta non è facile ed il pericolo di annegare è sempre dietro l’angolo.

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Come potete notare quest’articolo inizia con il celebre dipinto di Théodore Géricault, “La zattera della Medusa”. L’opera di Géricault racconta uno dei momenti successivi al naufragio della regata francese Méduse, avvenuto il 2 luglio 1816 davanti alle coste dell’attuale Mauritania.

Nel 1816 l’imbarcazione “Méduse” era in viaggio verso il Senegal quando si arenò su un banco di sabbia al largo della Mauritania.  Durante il naufragio gli ufficiali usarono le scialuppe per salvarsi e abbandonarono i passeggeri e i marinai, che decisero di costruire una zattera, nota come “zattera della Medusa”. La zattera della Medusa era un’imbarcazione di circa 20 metri di lunghezza, ma che conteneva ben 150 persone. Dopo aver vagato in mare per 13 giorni, la zattera, dove solo 15 passeggeri erano riusciti a restare in vita, fu salvata dal vascello del militare Argus. 

Dopo il salvataggio, fu scoperto che il capitano non aveva esperienza e le sue carte nautiche non erano aggiornate. Il codice penale del tempo prevedeva la pena capitale per tale reato, ma il capitano fu punito solo con tre anni di carcere e la radiazione dal corpo della Marina.

La vicenda della zattera della Medusa è stata considerata come un sopruso dei più forti verso i più i deboli. Con il suo dipinto, Géricault evidenzia i sentimenti che un uomo prova in vicende come questa, come la paura, il dolore, la speranza e la pazzia. Nel 1816 non hanno dato molta importanza a questi sentimenti, ma l’autore del dipinto sì. L’opera di Géricault è un invito ad essere umani, mettendo da parte il cinismo di cui molte volte siamo preda. Oggi è il 2020, ma “La zattera della Medusa” è ancora contemporaneo. Come nel 1816 i deboli sono abbandonati a loro destino e, come allora, si può parlare di un’umanità alla deriva.

A confermare ciò che dico, sono tre vicende dei giorni nostri, di cui sentivo il bisogno di parlarvi.

L’ex giocatore Delonte Maurice West: umano come tutti “non può permettersi di essere debole”

Come vedete bene, ci sono due persone in foto. A sinistra c’è Delonte Maurice West, ex giocatore dell’NBA, e a destra un senzatetto come tanti. Se osservate la foto, vi renderete conto che quel senzatetto è Delonte Maurice West. Sono certo che la domanda che vi starete facendo è: “Come fa a trovarsi in queste condizioni?”. Per rispondere serve conoscere la sua storia.

Delonte, da bambino, è vittima di episodi di bullismo, che lo portano a non avere fiducia in sé stesso e a doversi creare un’armatura. I suoi genitori sono poveri e, non riuscendo a pagare l’affitto, cambiano casa su casa. Diventa un autolesionista, inizia ad assumere farmaci e cresce provando invidia per i suoi amici che possono permettersi una vita diversa. Va molte volte in ospedale e, in una delle tante notti di solitudine, era sul punto di suicidarsi. Quando sembrava troppo tardi, però si fa forza e decide di diventare un cestista professionista, in modo da poter dimenticare il suo passato e aiutare la sua famiglia.  Così torna a scuola e completa il liceo. Gioca alla Saint Joseph University, mettendo a referto quasi 20 punti, e poco dopo si rende eleggibile al draft NBA.

Lo scelgono i Celtics, gioca con LeBron James e guadagna quasi 15 milioni a fine carriera. Delonte vive una vita diversa e sembra aver dimenticato il suo passato, ma nel 2008 arriva un fulmine a ciel sereno. Scopre di avere un disturbo bipolare, causato da una depressione dovuta ai ricordi del passato e alla pressione dell’NBA. Delonte trascura questa ferita, pur diventando sempre più grande, ed entra in tunnel da cui ancora oggi non è uscito. Dopo aver sperperato i suoi averi, inizia vendere ogni oggetto materiale. Il disturbo bipolare porta Delonte a rendere di meno in campo e a discutere più volte con compagni di squadra e dirigenza.

La stagione 2011/12 è la sua ultima stagione in NBA e dal 2013 al 2015 giocherà solo 12 partite in D-League e 35 nel campionato cinese. Svincolato, aspetta una chiamata da una squadra NBA, ma quella chiamata non arriverà mai. Per un po’ di tempo non si parla più di lui, ma quando torna alla ribalta, le sue condizioni sono pessime. Delonte, come si vede dalla foto, è nudo in tutta la sua fragilità e abbandonato da tutti, compresa dalla famiglia, che non è in grado di trovarlo.

Le persone, che un tempo esultavano per i suoi canestri, non solo lo trascurano, ma lo criticano. Secondo loro un ex giocatore NBA non può essere depresso, perché, guadagnando un gran stipendio, può vivere una vita fantastica.

Secondo loro un ex giocatore NBA che parla di disturbi psicologici manca di rispetto a chi ad esempio ha un lavoro modesto e fa fatica ad arrivare a fine mese o a chi lotta contro un malattia.

Sembra che Delonte, pur essendo umano come tutti, non possa essere debole, solo perché ha giocato in NBA e ha guadagnato tanto. Sembra che la sua storia non abbia importanza e che le condizioni in cui vive siano le conseguenze dei suoi errori. Ma quali sono i suoi sbagli? Essere debole a causa di un passato che non ha scelto lui di vivere?

Come se le critiche fossero poco, ci sono anche persone che, in preda ad alcol o per far vedere la loro forza, hanno deciso di picchiarlo. Le critiche e i pugni non solo lo rendono più debole, ma ledono anche la sua persona. Delonte non ha più una dignità e le persone, invece di aiutarlo, lo lasciano soccombere. Questa è forse la ferita più grande per Delonte, perchè, come ricorda Gino Strada, “ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi“.

Il 1° ottobre sarebbe stato il compleanno di Stefano Cucchi

Il 1° Ottobre sarebbe stato il compleanno di Stefano Cucchi, perciò mi sembra doveroso spendere qualche parola su di lui, dato che anche qui si parla di un sopruso verso il più debole. Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi è fermato dai carabinieri dopo essere stato visto dare ad una persona delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Portato subito in caserma, viene perquisito e trovato in possesso di 12 confezioni di hashish (per un totale di 20 grammi), tre confezioni impacchettate di cocaina (di una dose ciascuna) e un medicinale per curare l’epilessia, malattia da cui Cucchi era affetto.

Per il ragazzo, che prima dell’arresto e dell’arrivo in caserma non ha alcun trauma fisico, è decisa la custodia cautelare. Il giorno dopo si tiene l’udienza per la conferma del fermo in carcere e, già durante il processo, Stefano fa fatica sia a camminare che a parlare, presentando anche evidenti ematomi agli occhi. Il ragazzo parla con suo padre pochi attimi prima dell’udienza, ma non riferisce di essere stato picchiato.

Il giudice fissa l’udienza per il processo che dovrà tenersi un mese dopo, e ordina sino a tale data, una custodia cautelare presso il carcere di Regina Coeli. Dopo l’udienza le condizioni di Cucchi peggiorano ulteriormente, perciò alle ore 23 del 16 ottobre alle ore 23, viene condotto al pronto soccorso, dove vengono refertate lesioni ed ecchimosi alle gambe, al volto (con frattura della mandibola), all’addome con ematuria, e al torace (con frattura della terza vertebra lombare e del coccige). Stefano non vuole essere ricoverato, anche se ne ha l’opportunità, e ritorna così in carcere. Le condizioni di Stefano peggiorano ancora, così viene trasferito al reparto detenuti dell’ospedale, dove muore all’alba del 22 ottobre.

Dopo la prima udienza, i familiari di Stefano cercano più volte di vedere o conoscere le sue condizioni fisiche, ma senza successo. La famiglia Cucchi sarà informata su Stefano solo sul punto di morte, quando un ufficiale giudiziario si reca presso la loro abitazione per notificare l’autorizzazione del magistrato ad eseguire una autopsia.

Sono trascorsi 11 anni dalla morte di Stefano e ci sono ancora persone che hanno il coraggio di dire frasi come “Meritava una punizione esemplare, perché spacciava” o “Non è giusto difendere tanto un ragazzo che vendeva la morte”. Avete ragione, Stefano ha commesso un reato e per tale reato doveva essere punito, ma non potete giustificare il comportamento degli agenti di polizia. Si parla di un’azione alla deriva dell’umanità, perché anche qui, come nel caso di Delonte West, la dignità umana è stata calpestata.

Pensare, anche solo per un momento, che Stefano dovesse pagare con la vita per un reato, vuol dire essere rimasti indietro di qualche secolo, perciò invito queste persone ad aprire gli occhi e a capire che il Medioevo è terminato da un po’.

Basta pensare agli sbarchi: pensiamo a come integrarli

Ho pensato trovare un po’ di spazio in questo articolo anche per loro, persone che sfidano le onde del mare per poter vivere. Alcuni pensano che loro vivano anche nel loro Paese d’origine, quando, a dir il vero, possono solo esistere, non vivere. Faccio fatica a chiamare “vita” un’esistenza con la perenne paura di essere ucciso da una bomba o da un sparo, con la costante incertezza di tornare a casa e non trovare cibo o acqua e con la deprimente consapevolezza di non poter realizzare i miei sogni.

Non esiste un giornale o un telegiornale che non parli di immigrazione. Possono essere clandestini o non clandestini, ma tutti abbandonano il loro paese e i loro cari per avere un futuro. Possono viaggiare su una nave o su barcone, ma ad ognuno di loro importa solo giungere a destinazione. Arrivati in Italia, pensano che le persone provino un briciolo di umanità, ma non sempre così. Per alcuni sono persone che rubano il lavoro e non rispettano le regole del nostro Paese o persone che spacciano e stuprano. Esiste una parte di loro che non rispetta le regole o che spaccia e stupra per carità, ma non vuol dire che bisogna fare di tutta un’erba un fascio.

Secondo me più che al numero di sbarchi, bisogna pensare a come gestirli. Avete mai pensato che il loro comportamento sia il risultato di un’integrazione parziale? Secondo alcuni l’integrazione è totale, perché lo Stato fa tanto per loro. E’ vero, lo Stato fa tanto per loro, ma le persone no. Alcune persone hanno dei pregiudizi su di loro e non provano a conoscerli per ciò che sono realmente. Esistono anche persone che, pur non avendo pregiudizi, non li considerano parte del paese o città in cui vivono. Ecco perché l’integrazione è parziale, perché c’è ancora una parte della società che o non li considera o che prova sentimenti vicini al disprezzo. Secondo voi questa si può definire integrazione? Adesso pensate di essere uno di loro e rispondete questa domanda: è questa l’umanità che speravate di trovare?

Sono tante le persone che pensano di cambiare il mondo, ma sono in poche quelle che pensano di cambiare se’ stesse. Oggi, più che mai, serve capire cosa possiamo cambiare in noi stessi per poter cambiare il mondo. In questo momento penso che se ognuno di noi diventasse più umano sarebbe, come direbbe il buon Neil Armstrong, “un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per l’umanità”.

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Studente di professioni sanitarie, ma con un occhio di riguardo verso tutto ciò che mi circonda. Durante il mio percorso ho notato che, secondo molti, pochi cittadini impegnati non sono in grado di poter cambiare qualcosa all'interno della società. Sono qui, in collaborazione con la Politica del Popolo, per far capire che vive non chi resta in silenzio, ma solo chi lotta per far sentire la propria voce.

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