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Jimmy Butler: come perseveranza e determinazione ti trasformano da senzatetto a campione assoluto

Abbandonato in strada dalla madre, Butler ha lottato giorno dopo giorno per raggiungere i suoi obiettivi e diventare un campione.

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Scoppiata definitivamente la “bolla” che aveva protetto al suo interno i cestisti, ciò che rimane di questa stagione di NBA sono vincitori e vinti. I primi fanno ritorno a casa con il tradizionale anello, un simbolo non propriamente minimal che sottolinea l’impresa di chi lo indossa, mentre i secondi, sconfitti, rientrano in patria con l’amaro in bocca.

L’ondata di delusione che ha travolto i giocatori dei Miami Heat, sconfitti solo dai grandi Lakers dell’eterno LeBron James, dovrebbe risparmiare la sua punta di diamante, Jimmy Butler. Se a quest’ultimo qualche anno fa avessero detto che sarebbe diventato un campione assoluto, lui, da sotto al ponte in cui viveva, gli avrebbe riso in faccia. 

La storia di Butler è la storia di un ragazzo di più di due metri a cui la vita ha tolto tanto, ma lui piano piano si è riconquistato tutto. 

La terribile infanzia 

Jimmy Butler nasce il 14 settembre 1989 a Tomball, il quartiere più malfamato di Houston. Il padre fugge ancor prima di vedere il piccolo e lascia la madre sola a crescere il figlio. Complice forse l’essere l’unica figura genitoriale del bimbo, non appena Jimmy compie 13 anni lei impazzisce:

I don’t like the look of you. You gotta go.”

(non mi piace il tuo aspetto, devi andartene)

Il ragazzino all’epoca era però uno dei pochi suoi coetanei a non essersi immischiato in reti criminali che nel suo quartiere sembravano l’unico futuro possibile. Nonostante i comportamenti del figlio, la madre biologica è inamovibile: il tredicenne deve lasciare la casa.

Jimmy si ritrova improvvisamente solo, lanciato nel mondo dei grandi senza nessuna istruzione, in balia degli eventi senza cibo né un luogo dove dormire. Per i primi giorni cerca rifugio nelle case di amici e parenti ma ben presto le persone a cui supplicare aiuto finiscono e lui si ritrova a vivere sotto un ponte, dormendo in una scatola di cartone abbandonata da qualcuno sul ciglio della strada. 

La luce in fondo al tunnel 

L’inconsapevole futuro campione rimane senza fissa dimora per ben quattro anni, durante i quali non commento mai un reato, non si fa mai influenzare da nessun criminale di quartiere ma continua a frequentare costantemente la scuola, ottenendo ottimi voti.

Dopo qualche anno nella squadra di football della scuola decide di passare al basket, sua grande passione da sempre, ma nessuno sembra accorgersi del suo talento. La svolta non solo per la sua futura carriera quanto per la sua vita avviene durante una partita di Summer League. Jimmy frequentava il Senior Year e un ragazzo del primo anno si avvicina e lo sfida a una gara di 3 punti. Jordan Leslie si pente subito della richiesta e viene letteralmente distrutto dal suo sfidante eppure, invece che farsi prendere dall’inimicizia agonistica, si congratula con Butler e lo invita a casa sua. 

Iniziò ad essere ospitato a casa dell’amico sempre più spesso, per periodi via via maggiori, fino a che Michelle Lambert decise di adottarlo, rendendolo di fatto l’ottavo figlio della famiglia. Jimmy doveva rispettare alcune regole come ottenere buoni voti, rincasare presto la sera ed essere d’esempio ai suoi nuovi fratelli, ma anche la più severa delle regole sarebbe stata meglio che vivere in strada.

“Michelle è la mia vera madre”

I primi passi della carriera 

Nov 1, 2014; Minneapolis, MN, USA; Chicago Bulls guard Jimmy Butler (21) looks on during the first quarter against the Minnesota Timberwolves at Target Center. The Bulls defeated the Timberwolves 106-105. Mandatory Credit: Brace Hemmelgarn-USA TODAY Sports

Supportato dalla nuova famiglia, nonostante le ottime prestazioni sportive e scolastiche Butler viene scelto solo dal modesto Tyler Junior College. In questo nuovo ambiente però il talento del ragazzo sboccia e nessuno può più ignorarlo. Grazie alla stagione strepitosa in termini numerici, la prestigiosa università di Marquette lo chiama. Qui impiega più tempo a far valere le proprie capacità data la vastissima concorrenza, ma partita dopo partita si dimostra il giocatore con il sangue più freddo, capace di rimanere lucido anche nei momenti di difficoltà.

Dopo alcune stagioni da trascinatore alla Marquette, Jimmy Butler decide che è arrivato il momento di lanciarsi nella competizione dei più grandi: l’NBA. Al Draft del 2011 viene scelto in trentesima posizione dai Chicago Bulls, la squadra dei suoi idoli. Jimmy è incredulo e durante la premiazione sale sul palco con mamma Michelle e racconta a tutti, per la prima volta in assoluto, la storia della sua infanzia.

Le stagioni in NBA

Nelle file dei Bulls il ragazzo di Houston fatica a trovare continuità ma, complice l’infortunio di Derrick Rose, i minuti giocati aumentano, e così i punti, i rimbalzi e gli assist. Rimane a Chicago per sei stagioni consecutive, condite da ottime prestazioni individuali di squadra. Nel 2014 arriva anche la prima di una serie di convocazioni all’All Star Game, l’aspirazione massima dei singoli giocatori dopo l’MVP. 

Nel 2017 gioca la sua prima e unica stagione con la casacca dei Minnesota, dove non riesce a instaurare un bel rapporto né con i compagni né con il coach ed è costretto a chiedere la cessione. Dopo un’altra breve parentesi a Philadelphia, nel 2019 firma con i Miami Heat un contratto da 141 milioni di dollari per 4 anni, non male per un ragazzo che viveva sotto ai ponti.

I Play-off da sogno del 2020

Una volta ambientatosi nella magica “bolla”, Butler e gli Heat sconfiggono prima i Bucks dell’MVP in carica Antetokounmpo, dati per favoriti da tutti, poi eliminano i Boston Celtics per 4-2 in una serie elettrizzante.

In finale incontrano i Lakers degli alieni, capitanati dal miglior giocatore del torneo LeBron James. Sotto per 2-0, in gara tre Butler è chiamato a scrivere la storia per provare a riaprire la serie. Non solo trascina emozionalmente i suoi, ma realizza la miglior prestazione della sua carriera: totalizza 40 punti e una storica tripla con 13 assist e 11 rimbalzi, il terzo nella storia a riuscirci. Dopo la vittoria di Miami, anche la divinità LeBron James è costretta a inchinarsi davanti al talento di Butler.

“Questa è la bellezza del gioco, essere in grado di competere ai massimi livelli. Cerchi di fare delle giocate affinché la tua squadra abbia successo e stavamo entrambi provando a farlo per la nostra squadra. Butler è stato in grado di fare una giocata in più rispetto a me stasera e ha vinto”.

Indipendente dalla sconfitta nella finale, la storia di Jimmy Butler ci insegna che la grandezza che conta maggiormente non è quella del prestigio, ma quella dell’animo. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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