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Cultura

Il Controcampo: Donne fuori da tutti gli sche(r)mi

Siamo abituati a vedere tantissime donne sullo schermo ma davvero poche dietro le quinte. Sapete dirci qualche nome di produttrici donna?

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Questa settimana, vorrei proporvi uno spunto di riflessione, qualcosa – volendo – di più personale per chi scrive: la situazione delle donne nel cinema. Ovviamente, nel 2020, vi sono tantissime donne sullo schermo, moltissime donne indipendenti che interpretano ruoli di donne altrettanto toste. Lo dice anche un libro regalatomi da una carissima amica per la mia laurea, un libro sulle grandi donne nel cinema. Ero emozionatissima di leggere questo libro, mi sono messa sul mio bel divano, ho aperto all’indice… ed erano tutte attrici! Tutte. Nessun riferimento a nomi come Sofia Coppola, Kathryn Bigelow, figuriamoci poi nomi come Agnès Varda o Maya Deren. Nulla. Nessun accenno a ruoli come direttori di fotografia o produttori.

Evitiamo sin da subito di ricadere in quella che un mio professore chiama la “Sindrome da Centro Sociale”. Ho conosciuto, nella mia ancora brevissima carriera da cineasta, figure di donne fuori da tutti gli schemi (o meglio, da tutti gli stereotipi). Ci sono, fanno rumore, e influenzano le condizioni dell’industria italiana. Ma l’esempio del libro mi ha fatto riflettere su una cosa: la concezione dal di fuori della donna nel cinema è che lei conta solo se è davanti alla videocamera. Migliaia di articoli che parlano di rappresentanza femminile sullo schermo. Al massimo, se l’occhio viene diretto dietro la telecamera, le donne che ottengono riconoscimento per il loro lavoro sono registi*, e nemmeno tante.

I numeri sicuramente sono importanti, e parlano chiaro. Nel cinema c’è un problema di rappresentanza femminile dietro lo schermo. Uno studio riportato su ANSA dimostra che “Secondo i dati meno del 10% (9,2%) sono i film diretti da donne che arrivano in sala. Il 25,7% delle produttrici sono donne, percentuale che diminuisce quando il ruolo diviene più importante, e le sceneggiatrici sono il 14,6%. Nelle troupe macchiniste, operatrici e foniche sono meno del 10%. Sono il 6,2% le direttrici della fotografia, e compongono le colonne sonore solo il 6% di donne.” 

Sofia Coppola, regista

Ora però vorrei spingermi dove altri articoli si fermano. Dubito che fra i lettori ci siano persone che abbiano iniziato a leggere questo articolo convinti che le donne stiano conquistando il mondo. La rappresentanza numerica è solo un lato di questa questione. Vediamo quindi cosa vuol dire camminare su un set di uomini – non necessariamente uno di quelli descritti dal movimento #metoo -, perché c’è sempre qualcosa da disseppellire.

Come sempre, posso fare questa considerazione in base a cose che so per certo. E quello che so per certo, anche se molto poco, è quello che ho visto. Prima di tutto, esistono dipartimenti sessualizzati nel cinema professionale. Inutile nasconderlo, i dipartimenti di fotografia, suono, scenografia, elettricisti e macchinisti, autisti, e talvolta anche produzione (specie ruoli minori come i runner, ma da lì bisogna pur passare per andare in alto) sono sessualizzati. Dipartimenti di dieci uomini e una donna. Dipartimenti di soli uomini. Dipartimenti di sole donne. Nessuna rappresentanza transgender (ma questo richiede un articolo che non ho autorità per scrivere). Messaggini a fine serata “Ehi è stato bellissimo incontrarti. Ti va di conoscerci meglio? 😉”. Slutshaming. Bodyshaming. Riguardo questi ultimi due punti, mi dispiace se eravate curiosi, ma non c’è davvero nulla che io possa aggiungere che non vediate già se vi guardate un po’ intorno.

Il primo giorno in un dipartimento di produzione, un uomo membro della crew mi fece sedere e iniziò a spiegarmi quali erano i miei compiti. “Ottimo” ho pensato, visto che non avevo idea di cosa stessi facendo. Poi disse: “stai tranquilla però, ai lavori da uomini ci pensiamo noi”. Un po’ confusa, ho pensato che forse non volevano che mi danneggiassi la schiena spostando cose pesanti. Se non fosse poi che ho fatto turni da 10 a 16 ore in piedi con tutti i miei colleghi uomini, guidato di giorno e di notte, sollevato cassoni d’acqua, e così via, e senza problemi aggiungerei (come dico sempre, “invece di due viaggi ne farò quattro!”). Cosa intendeva quindi? Non lo capii fin quando non mi fu chiesto se potevo aiutare il dipartimento di regia. “Ma certo!” dissi. “Grazie, sai io cose tipo prendersi cura degli attori, portargli cibo e caffé, lo vedo più come un lavoro da donne”. Quindi ammetteva anche lui che non esistono lavori da uomini, ma solo lavori “da donne”. Inutile precisare che non l’ho fatto. Oppure sentire frasi come “Ma perché produzione? Non preferiresti fare la segretaria di edizione o la costumista?” “Non sono mai stata presa dalla stazione da un runner donna in tutti gli anni che ho lavorato”.


Quindi il mio punto è questo: la rappresentanza numerica non è l’unica questione rilevante. Quando una donna sarà trattata in modo paritario sul set in quanto donna (non “come un uomo”, non è un uomo) e non sessualizzata o sminuita, inizieremo ad andare da qualche parte. Quest’anno, al mio brindisi di compleanno, mio padre disse “ai lavori da uomini”, e tutti fra una risata e un’altra ripeterono “ai lavori da uomini”.

* Mi riferirò a tutti i ruoli tecnici con il nome maschile, perché mi piace pensare (forse illusoriamente) che il termine sia stato coniato per includere qualsiasi genere e identità sessuale, non inizialmente un uomo e poi traslato a qualcun altr*. Eccezione fatta per le citazioni testuali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Margaret Duggan, studentessa italoamericana classe '96, proveniente da Lecce. Laureata in Cinema e Televisione alla California State University Northridge a Los Angeles e studentessa magistrale di Cinema, Televisione e Produzione Multimediale a Bologna, ho lavorato a produzioni cinematografiche sia studentesche che professionali. Nel tempo libero mi piace andare in campeggio, nuotare, leggere, e ovviamente guardare film! Con la mia rubrica "Il Controcampo" vorrei mostrare ai miei lettori i lati meno conosciuti dell'industria del cinema. Insieme possiamo proiettarci nei teatri di posa, negli uffici di produzione, nei camerini degli attori, ed esplorare tutte le stanze della "fabbrica dei sogni"!

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