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Cultura

Il Controcampo: Borat 2 – Torna la satira sull’America dalla gloriosa nazione del Kazakistan

E’ appena uscito poco prima delle elezioni americane Borat 2: riprese premeditate non un semplice “girare senza permessi”.

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La serie di film di Borat (Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan e Borat – Seguito di Film Cinema: consegna di portentosa bustarella a regime americano per beneficio di fu gloriosa nazione di Kazakistan, il secondo uscito su Amazon Prime il 23 Ottobre) è sicuramente una delle più taglienti, controverse, e oscene satire degli ultimi anni. Scritti e interpretati da Sacha Baron Cohen nei panni del giornalista kazako, questi film sono un gioiellino del politicamente scorretto e un commentario di forte impatto sul razzismo, antisemitismo, omofobia, sessismo insiti nella cultura degli Stati Uniti.

Il film ha causato diverse controversie fra cui scandali che coinvolgono Rudy Giuliani, il divorzio di Pamela Anderson, cause legali, denunce di antisemitismo, e così via. Tuttavia, il vero punto di forza del film non è tanto il fatto che questo personaggio sia un troglodita, ma il fatto che gli americani di oggi siano pienamente d’accordo con lui. Questo è abbastanza evidente a chiunque non sia accecato dalla sua stessa ottica benpensante. Basti pensare che la dolce coppia di anziani ebrei del primo film ha trovato il risultato gradevole, e in conclusione per niente antisemita.

Non è mio interesse spoilerarvi il film né fornire una recensione (una forma espressiva che poco apprezzo). Le considerazioni che seguono, tuttavia, sembrano un po’ campate in aria senza aver visto questo film unico nel suo genere, quindi vi consiglio di vederlo stasera e di tornare qui subito dopo. Vorrei fare delle considerazioni, più o meno accurate, ma sicuramente personali, sulle dinamiche di produzione dei film di Borat. Prima di tutto, ho scoperto che le informazioni tecniche riguardo ad entrambi i film sono alquanto introvabili.

Iniziamo quindi a tentoni dal look “one-man-show” del film. È decisamente possibile che il primo film sia stato girato con poco più di una camcorder, ma la risoluzione del secondo film suggerisce la presenza di una videocamera professionale o comunque un buono strumento di ripresa. Ammettiamo anche che questo super-operatore abbia girato e messo a fuoco da solo, ciò non toglie che molte videocamere professionali non abbiano la capacità di registrare il suono in una definizione così alta (altre non lo registrano proprio), quindi io aggiungerei nel quadro anche un fonico e un microfonista. Improvvisamente, quello che sembra a prima vista sia solo Cohen, l’attrice Maria Bakalova, e una videocamera diventa più complesso, comprendendo anche operatori, fonici, il regista Jason Woliner e il direttore di fotografia Luke Geissbuhler.

Secondo aspetto è la produzione. Nonostante molte scene siano state girate con il metodo denominato “guerrilla” (poche persone e niente permessi), è comunque improbabile che tutte le scene siano state girate in modo “autentico”, come quelle per esempio in cui i personaggi corrono nei corridoi degli hotel verso la fine. Quello che credo che sia accaduto: Cohen, spacciandosi per giornalista, ha usato quella copertura per ottenere la maggior parte del suo materiale, e ha poi girato scene da usare come collante con permessi e programmazione.

Anche nelle scene girate in modo spontaneo, vi è sempre un lavoro antistante di costruzione dell’inquadratura, di valutazione della qualità della luce, di preparazione dell’attrezzatura (eccezione ovviamente fatta per scene “buona la prima” come quelle che coinvolgono politici o personaggi famosi). Anche film che si presentano al 100% come autentici (mi viene in mente Chronique d’un été, Rouch e Morin 1961) presentano una base di preparazione, necessaria quando un’immagine di tre dimensioni viene riportata su una tela di due.

Terzo punto: non esiste, nel 2020, qualcuno negli Stati Uniti che non sappia riconoscere l’aspetto dell’attrezzatura cinematografica e ciò che essa comporta. Le reazioni negative da parte di coloro il cui permesso non è stato richiesto hanno senso fino ad un certo punto. Il fatto che queste persone, con telecamere puntate in faccia, si siano comunque comportate come se nulla fosse (in una delle riprese vi è anche un uomo che fa un saluto romano) mostra dell’ingenuità da parte loro. Almeno nel secondo film, la produzione ha oscurato alcune facce, probabilmente per evitare conseguenze come quelle del primo film. Le parti per me più interessanti sono quelle avvenute durante gli eventi pubblici: la scena dove Borat canta l’inno nazionale al rodeo, o quella delle proteste, del ballo delle debuttanti, del rally di Mike Pence, della riunione di estrema destra: tutte avvenute durante una pandemia globale e senza una mascherina. Sinceramente, penso che le burle di Cohen siano l’ultimo dei loro problemi.

Inoltre, fra gli scandali senza fine di questo magnifico film osceno, le mie considerazioni sarebbero incomplete senza menzionare lo scandalo causato dalle riprese di Rudy Giuliani con le mani nei pantaloni mentre si “aggiusta la camicia”. Uno scandalo che vi invito a ricercare, oltre che vedere nel film. Un tesoro dell’arte cinematica, con l’aggiunta geniale di far uscire il film poche settimane prima delle elezioni presidenziali americane.

Sacha Baron Cohen ha una sfilza di denunce per aver girato con falsi intenti, aver usato l’immagine delle persone senza il loro consenso, aver mentito, umiliato il Kazakistan e le popolazioni Rom definendoli come dei cavernicoli, e così via. Per quanto girare senza permessi sia, a mio parere, un trionfo del narcisismo a scapito della salute dei lavoratori dell’industria del cinema, il film raggiunge sicuramente un livello di onestà che sarebbe inimmaginabile altrimenti.

Non dobbiamo tuttavia lasciarci ingannare dal fatto che tutto quello che vediamo è autentico: sicuramente non è scritturato come i mockumentary The Office o Parks and Recreation, ma ogni volta che una videocamera, una luce e una persona si trovano vicini, vi è sempre un livello di preparazione prima. Per il fatto di non aver attirato troppo l’attenzione e di aver girato il film in segreto (e alcune scene interne al film, in segreto anche dai ripresi), chapeau Sacha.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Margaret Duggan, studentessa italoamericana classe '96, proveniente da Lecce. Laureata in Cinema e Televisione alla California State University Northridge a Los Angeles e studentessa magistrale di Cinema, Televisione e Produzione Multimediale a Bologna, ho lavorato a produzioni cinematografiche sia studentesche che professionali. Nel tempo libero mi piace andare in campeggio, nuotare, leggere, e ovviamente guardare film! Con la mia rubrica "Il Controcampo" vorrei mostrare ai miei lettori i lati meno conosciuti dell'industria del cinema. Insieme possiamo proiettarci nei teatri di posa, negli uffici di produzione, nei camerini degli attori, ed esplorare tutte le stanze della "fabbrica dei sogni"!

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