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Cultura

Rick DuFer: “Quando si usa la filosofia per descrivere il mondo, essa è utile quanto una laurea in ingegneria”

Rick DuFer ai giovani studenti di filosofia: “Non fate “solo” filosofia mentre la studiate, ma organizzate eventi, partecipate a conferenze, scrivete e imparate cosa significa sbagliare e correggersi”.

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Il mondo contemporaneo è estremamente complesso. Ogni giorno siamo travolti da una marea di informazioni difficili da interpretare, che ci spingono al rifiuto della realtà odierna. Come possiamo allora trovare il coraggio di rialzare la testa e affrontare le sfide che ci si pongono davanti? Di tutto questo ne abbiamo parlato con Riccardo Dal Ferro, in arte Rick DuFer, filosofo, scrittore ed ideatore del podcast Daily Cogito.

  • Nel suo Daily Cogito lei affronta molti temi diversi, spaziando dalla politica alla cultura pop, ma utilizzando come chiave di lettura costante la Filosofia. Può essere questo un modo per dimostrare la versatilità che una laurea umanistica può offrire? Molti ragazzi infatti oggi decidono di scartare l’idea di intraprendere un percorso umanistico per la paura di non trovare un impiego. Che consigli si sente di dare a questi ragazzi? Secondo lei perché è così difficile guadagnarsi da vivere con una laurea in Filosofia?

Quando si usa la filosofia per descrivere il mondo circostante, essa può essere utile e proficua quanto una laurea in ingegneria o architettura. Il problema è duplice: da un lato chi fa filosofia spesso non viene mai a inserirsi in un discorso applicativo e pratico poiché per anni viene rimpinzato di teoria ma non mette mai alla prova dei fatti le proprie conoscenze; in secondo luogo, “con la cultura non si mangia” è un pregiudizio endemico della nostra cultura: la gran parte delle persone credono che la filosofia (così come la letteratura, l’arte et similia) vada fatta per passione e non per guadagno. E invece, fare filosofia nella pratica significa mettere in atto un discorso veramente imprenditoriale. Il mio consiglio è: non fate “solo” filosofia mentre la studiate, ma organizzate eventi, partecipate a conferenze, scrivete e imparate cosa significa sbagliare e correggersi.

  • Si sente spesso che il problema dell’Italia è culturale. Secondo lei quali aspetti della nostra cultura ci frenano? Come si potrebbe rompere questo schema?

La cultura del nostro Paese ha sviluppato un’innata avversione per lo slancio individuale, il calcolo del rischio e la bellezza dell’impresa. Attenzione: non parlo di “impresa” solo da un punto di vista economico, ma propriamente filosofico ed esistenziale. Siamo abituati a vivere sotto campane di vetro politiche, familiari, di ogni genere, e questo ci dissuade dal prenderci rischi (anche quando calcolati), di mettere a repentaglio qualcosa di certo per provare a conquistarsi un fazzoletto in più di terreno, di scommettere su di sé e trasformare quello che abbiamo imparato e ciò che siamo in qualcosa di più. Ecco, quel “qualcosa di più” è scoraggiato fin dalla più tenera età, e questo si ripercuote in tutti i settori della nostra vita.

  • Secondo l’OCSE l’Italia è uno dei paesi più ignoranti d’Europa, e i ragazzi una volta usciti dalle superiori possiedono delle competenze molto inferiori alla media europea. Cosa si potrebbe fare per rivoluzionare la scuola e far crescere ragazzi che sappiano muoversi nel mondo contemporaneo in modo consapevole?

Anche nella scuola servirebbe un colpo di dignità istituzionale e una maggior fiducia nei confronti dei ragazzi, e questo si traduce nel trasformare l’insegnamento da quello che è oggi (ovvero: la teoria viene prima della pratica, e quest’ultima non arriva mai) a quello che dovrebbe essere domani: l’esperienza e la messa in pratica di ciò che ho imparato per capire cosa posso fare e cosa no, per accorgermi dei limiti del mondo e di me stesso. La conoscenza non si costruisce una teoria dopo l’altra, ma è fatta di ipotesi, messa in pratica, errore e revisione: è dalla pratica che emerge la teoria, non viceversa. La cosa divertente è che lo Stato italiano, nell’unico caso in cui ha provato a mettere in atto questo necessario rovesciamento, ha tirato fuori quell’aberrazione chiamata “alternanza scuola-lavoro” in cui, se possibile, si è fatto di peggio, convincendo eserciti di adolescenti del fatto che la pratica fa davvero schifo.

  • Lei si è schierato apertamente per il NO al referendum sul taglio dei parlamentari: cosa ne pensa della vittoria del SI’ e di conseguenza della visione semplicistica del mondo e della politica proposta dal Movimento 5 Stelle?

Per quanto mi sia schierato apertamente per il NO, non credo che sia questo referendum in particolare a sancire l’indesiderabilità della proposta culturale e politica del M5S. Penso che il referendum sia un altro sintomo di qualcosa di molto più profondo, ovvero l’avversione alla complessità. In effetti, cos’altro è il populismo se non il tentativo di assecondare politicamente l’istinto naturale a ridurre la complessità alla superficialità? In questo, la Casaleggio &co fa un lavoro esemplare da anni, e il referendum ne è un’altra manifestazione.

  • Guardando al dibattito pubblico italiano sembrerebbe quasi che la realtà sia scomparsa dal modo di vedere delle persone, come se il popolo avesse creato per sé una realtà astratta dove nascondersi dalle proprie paure. Come si potrebbe ridare coraggio agli italiani in modo che sappiano riportare sul dibattito pubblico il mondo reale?

Si tratta di un percorso impervio, non c’è dubbio, ma prima di tutto si passa da un atteggiamento culturale importante: smettere di parlare “della gente”, o “del popolo”, oppure peggio: “degli altri”. Spesso sento una sfiducia diffusa negli “altri”, di cui ovviamente nessuno fa parte, un discorso diffidente nei confronti della “gente”, di cui nessuno ovviamente fa parte. E invece siamo tutti parte integrante di questo sfacelo. Il punto è: agisci su te stesso e non pensare che ergerti al di sopra degli “altri” ci porterà fuori dai guai. Ridare coraggio agli italiani passa per il comprendere che bisogna ridare fiducia all’altro, si deve smettere di trattare come un bambino chi non la pensa come me, piantarla con il paternalismo sfrenato che la politica e i mass-media dimostrano. Cos’altro è stato il voto a Trump nel 2016 (che temo vincerà anche stavolta per il medesimo motivo) se non la risposta di un popolo di “altri” che ha iniziato a dire: “Gli idioti ora siete voi!”?

  • Secondo lei in Italia c’è qualche leader politico pronto ad affrontare tutte queste sfide?

Ci sono alcune personalità che spiccano, ma che ancora parlano ad una nicchia. Mi vengono in mente Marco Cappato e Giulia Pastorella, ma sicuramente ha destato la mia attenzione il movimento di “Base Italia”, fondato dal filosofo Luciano Floridi. Forse il tentativo di ricucire lo strappo storico tra la politica e “i competenti” (professionisti, scienziati, imprenditori) c’è, e dobbiamo fare di tutto affinché quei due mondi riescano a comunicare nuovamente.

  • Cosa ne pensa del sovranismo e della deriva illiberale che si sta sviluppando in Ungheria e Polonia? L’Unione Europea come può combattere queste ideologie? Gli Stati Uniti d’Europa sono possibili?

Credo in un federalismo europeo e credo che la situazione Covid abbia aperto la possibilità per fare un passo avanti nella costruzione di un sistema politico di integrazione Europea. Certo è che i populismi che citi nella domanda hanno fatto molta strada in direzione opposta. Io credo che l’Europa abbia bisogno di selezionare, nel momento attuale, un gruppo di nazioni da cui far partire un messaggio nuovo, di unificazione culturale e federale. Sono sincero: non credo che paesi come Ungheria e Polonia possano far parte di questo gruppo di nazioni, ma spero che in futuro questi populismi assurdi possano venire superati da qualcosa di migliore, anche grazie all’Europa.

  • La Cina sta sempre più prendendo piede sul panorama internazionale, portando con sé un modello di stato autoritario e illiberale. Secondo lei i paesi occidentali riusciranno a fermare l’avanzata di Pechino arrestando il declino democratico?

La risposta, dal canto mio, è ovviamente no. Il ciclo che si è avviato in Asia, con la Cina e l’India in testa, segna un cambiamento di paradigma troppo forte perché l’Occidente possa in qualche modo arrestarlo. Questo non significa che questo cambiamento vada subito: dobbiamo interpretarlo, creare strumenti nuovi che ci traghettino in un secolo completamente diverso rispetto a quello da cui siamo usciti. La Cina e l’India sono sfide economiche, ma anche filosofiche e culturali, e la nostra classe dirigente non sembra all’altezza di questo compito. Il rischio di essere travolti da questa mutazione è enorme, noi cittadini dobbiamo partecipare al dibattito pubblico in modo serio per colmare questo vuoto istituzionale.

  • Dalla comparsa del movimento “Black Lives Matter”, il concetto del politically correct ha preso sempre più piede. Lei teme che in futuro un’eccessiva ricerca del politicamente corretto possa portare a regole e restrizioni troppo rigide? Penso per esempio alla Black Face o alle nuove regole dell’Academy per gli Oscar.

Il politicamente corretto ha già preso una piega eccessiva ed esasperata, soprattutto oltreoceano dove le battaglie inizialmente giuste per la protezione dei più deboli si sono tramutate nel tentativo di usare quelle battaglie per ritagliarsi un po’ di potere in più. Poi bisogna distinguere le cose più tecniche e circoscritte, come le regole dell’Academy che non mi scandalizzano più di tanto una volta lette con attenzione, e le derive più assurde e rischiose come appunto il discorso sulla “blackface”, oppure l’ancor più odiosa presa di posizione sulla cosiddetta “appropriazione culturale” che porta con sé fraintendimenti al limite della barzelletta. Come sempre, si deve coltivare moderazione e incuriosirsi caso per caso.

  • In ultimo vorrei chiederle come si può trovare il coraggio e la speranza di impegnarsi per la cosa pubblica in un mondo in cui tutto sembra ormai segnato. Dove i giovani possono trovare la forza per cambiare una società che li sta mettendo ai margini del sistema? In tal proposito ha una lettura da consigliare?

L’impegno pubblico è sempre segnato da un solo concetto, espresso magnificamente da Spinoza: “Pensa ciò che vuoi ed esprimi ciò che pensi”. C’è un passo straordinario nel “Coriolano” di Shakespeare, in cui Menenio dice: “Ho sempre avuto un difetto: ho sempre parlato prima di sentire cosa gli altri avessero da dire”, e questa ironica considerazione sta a significare che l’uomo impegnato nella cosa pubblica dovrebbe sempre esprimere il proprio pensiero prima di sapere cosa sia conveniente dire sulla base dell’opinione altrui. Impegnarsi in politica perciò, prima che candidarsi o votare, significa: studiare e coltivare la curiosità, farsi la propria idea, capire come esprimerla e dirla nel miglior modo possibile, anche quando essa scontenta i più.

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Nato nel 2001 in provincia di Monza, ho frequentato il Liceo Scientifico Banfi a Vimercate. Ora studio Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l'Università degli Studi di Milano, e dal 2021 sono iscritto ad Azione. Con i miei articoli cerco di stimolare le persone a formare un proprio pensiero critico, così che sappiano muoversi nel caos del presente in modo sicuro e consapevole.

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