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Cultura

Il Controcampo: La chiusura dei cinema chiude molto altro

Chiudono i teatri e i cinema: a pagare il prezzo più alto i giovani che all’improvviso si sono trovati senza un lavoro e senza la possibilità di continuare a pagare il proprio affitto.

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Prima di iniziare, spero solo che questi piccoli appuntamenti settimanali vi stiano dando delle prospettive nuove e accendendo delle scintille di curiosità verso la produzione delle opere cinematografiche che tanto ci appassionano. Almeno per me, nelle ultime settimane, questi appuntamenti hanno fornito un barlume di stabilità in un periodo in cui ogni inizio settimana sembrerebbe affidarsi al caso.

Per l’articolo di questa settimana, mi sembrerebbe di ignorare l’elefante presente nella stanza se non facessi riferimento a come la pandemia globale e le nuove chiusure stanno danneggiando la situazione già molto critica del lavoro nel campo delle arti e dello spettacolo. Un po’ sarà informativo, spero, e un po’ sarà uno sfogo.

La chiusura dei cinema, in particolare, ha colpito molto sia direttamente che indirettamente chi vi scrive. Direttamente perché è un luogo di evasione, per me come per chiunque ami il cinema. Ai tempi della Grande Depressione, i musical con Fred Astaire e Ginger Rogers portavano un sorriso, un’evasione, a chiunque stesse vivendo un brutto periodo, marcato dalla disoccupazione e dall’incertezza del domani. Oggi, la consolazione si trova sì davanti ad uno schermo nero nella sicurezza delle proprie case, ma viene anche bilanciata dall’idea che forse i cinema come li conosciamo oggi non torneranno più, molti di quelli che non riusciranno a gestire queste chiusure falliranno e basta.

Non mi affiderò al pensiero che gira ultimamente che in tutti i cinema d’Italia ci sia stato un solo contagio, teoria basata sui dati dell’app Immuni che di certo non sono molto attendibili. Mi è successo però, ad inizio mese, di andare a vedere Divorzio a Las Vegas al cinema (molto simpatico tra l’altro), prodotto di una casa cinematografica a cui sarò sempre grata. In tutta la sala, eravamo in 2, congiunti per altro. Di domenica sera. In centro a Bologna. Possibilità di contagio pressoché zero, limitate a noi due e il tizio dei pop-corn.

Alcuni cinema hanno riconquistato il loro pubblico con un migliaio di iniziative e di sforzi, altri stanno ancora pagando le conseguenze del lockdown e del panico diffuso. Non capisco perché non si potessero invece fornire aiuti, continuando ad attuare restrizioni, controlli (già presenti), limitare ulteriormente le capacità ma lasciare i cinema (e i teatri) aperti. Garantire un minimo di supporto allo spettacolo invece di fingere che si stiano limitando significativamente i contagi in questo modo.

Riguardo a ciò vi rimando ad una lettera aperta al Presidente del Consiglio Conte e al Ministro Franceschini, redatta dall’Associazione Cultura Italiae, che descrivere a pieno come la chiusura dei cinema sia un problema non solo culturale ma anche “sentimentale”, diciamo. Inoltre rimando al fatto che non si trovino delle vere e proprie statistiche che giustifichino la chiusura di cinema e teatri.

Inoltre, in modo indiretto, a pagare il prezzo più alto sono sempre i giovani. La richiusura dei cinema in tempi così rapidi non ha consentito a molti film programmati per fine ottobre o inizio novembre di uscire. Non ricevendo ricavi per sanare i debiti delle produzioni, alcune case di produzione si sono ritratte dai loro accordi scritti su tovaglioli di carta in cui assicuravano a giovani volenterosi abbastanza soldi per pagare l’affitto più quattro euro per spese mensili (storia vera).

È successo a giovani lavoratori precari come la sottoscritta di vedere offerte di lavoro che fino a qualche settimana fa sembravano certe sgretolarsi nel giro di giorni

Gli aiuti offerti dal governo ai lavoratori nello spettacolo, se mai arriveranno, sono consentiti solo a livelli più elevati, a coloro che ormai sono abbastanza consolidati da potersi permettere di vivere di lavoro nello spettacolo. Coloro che erano sulla via per arrivarci si sono persi per strada. Come sempre, i giovani sono quelli che devono scendere a compromessi inverosimili pur di poter lavorare, accettare talvolta lavoro in nero che paga una miseria, non poter chiedere un minuto di straordinari per il lavoro fatto, oltre che vedere i propri piani continuamente ridiscussi, cancellati, modificati da coloro che prendono le decisioni.

Importa veramente studiare, lavorare sodo, porsi a servizio di personalità dell’industria in cambio di opportunità, se poi si è sempre visti come nemmeno degni di una telefonata per sapere che il lavoro in cui si sperava per poter arrivare a fine mese non arriverà? Anche l’arte è lavoro, anzi è uno di quei lavori che, in tempi di crisi come questa, aiutano ad andare avanti tanto quanto altri lavori “utili”. Gli artisti, i proprietari di cinema e teatri, e soprattutto i giovani dovranno, ancora una volta, stringere i denti e portarsi avanti fino a tempi in cui, veramente, andrà tutto bene.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Margaret Duggan, studentessa italoamericana classe '96, proveniente da Lecce. Laureata in Cinema e Televisione alla California State University Northridge a Los Angeles e studentessa magistrale di Cinema, Televisione e Produzione Multimediale a Bologna, ho lavorato a produzioni cinematografiche sia studentesche che professionali. Nel tempo libero mi piace andare in campeggio, nuotare, leggere, e ovviamente guardare film! Con la mia rubrica "Il Controcampo" vorrei mostrare ai miei lettori i lati meno conosciuti dell'industria del cinema. Insieme possiamo proiettarci nei teatri di posa, negli uffici di produzione, nei camerini degli attori, ed esplorare tutte le stanze della "fabbrica dei sogni"!

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