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Red Sox: la maledizione del Bambino

Tra mito e realtà, la leggenda più duratura della storia dello sport che ha negato la vittoria dell’MLB ai Sox per 86 stagioni.

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È cosa nota come le superstizioni, di qualsiasi genere siano, trovano nello sport l’ambiente ideale per proliferare. Tifosi e atleti, prima di partite o gare, svolgono quei rituali ormai consolidati che gli permettono di avere la coscienza pulita nel caso di una non-vittoria: leggere il medesimo giornale, guardare la partita sulla medesima sedia, mangiare il medesimo piatto, ascoltare la medesima canzone un attimo prima dell’inizio…

La veridicità di questi gesti è ovviamente nulla: se fossero attendibili infatti, ogni tifoso da tutto il mondo dovrebbe rispettare il proprio rituale magico nello stesso momento, e ad ogni minimo sgarro di un singolo individuo il risultato finale sarebbe compromesso. Ne risulterebbe che ogni team, squadra o club che sia non potrebbe vincere neanche una amichevole estiva. Nonostante l’inutilità di questi gesti, è fondamentale per un supporter accanito trovare una giustificazione al brutto risultato dei propri giocatori, sia essa l’aver indossato la maglia sbagliata o una sorta di maledizione che impedisce di raggiungere la vittoria. 

È proprio una maledizione, seppur possa sembrare impossibile, che ha influenzato in negativo parte preponderante della storia dei Red Sox, una delle squadre più famose del baseball americano. 

Il contesto pre-maledizione 

I Boston Rex Sox, così chiamati per via dei calzini rossi che i giocatori indossavano durante le partite, furono fondati nel 1901 sotto il nome di Boston Americans. Si affermano sin da subito come una delle franchigie più vincenti e potenti. Vincono infatti ben cinque World Series, fasi finali del campionato americano di baseball, tra il 1903 e il 1918 aggiudicandosi i migliori giocatori della MLB in circolazione. 

Tra questi, nel 1914, approdò a Boston un giovane lanciatore con la faccia tanto innocente e angelica da meritarsi il soprannome de “Il Bambino. Costui rispondeva al nome di Babe Ruth e sarebbe di lì a poco diventato il più forte giocatore della storia del baseball americano. Il matrimonio sportivo tra Bebe Ruth e i Red Sox porta felicità e soddisfazioni a entrambe le parti: la squadra vince sempre di più e il giocatore stabilisce una serie infinita di record. Insomma, una di quelle unioni destinate a durare in eterno. 

La rottura 

L’allora presidente della franchigia di Boston era un certo Harry Frazee, impresario teatrale che sognava di portare le proprie opere a Broadway. Intorno al 1920 si iniziò a vociferare che costui volesse vendere gran parte dei suoi giocatori ai New York Yankees, all’epoca dei fatti squadra di seconda categoria neanche lontanamente paragonabile a ciò che è oggi. Il motivo di questi accordi non era tecnico bensì finanziario: dando alla squadra di New York giocatori di alto valore, Frazee sperava di ingraziarsi i membri potenti della città che gli avrebbero permesso di portare nei teatri più prestigiosi il musical “No, No, Nanette.

Tra le cessioni dolorose rientrò anche la star indiscussa: Il Bambino Bebe Ruth. Il lanciatore si trasferì per una somma pari a 125.000 dollari più alcuni prestiti vari, e non accettò mai l’idea di essere stato scartato per i motivi sopra citati. 

I Red Sox si sarebbero pentiti duramente di quella cessione. 

La maledizione 

Il divario tra realtà e mito inizia in questo momento. La leggenda narra infatti che Bebe Ruth, mentre lasciava per l’ultima volta lo spogliatoio dei Red Sox, augurò con una certa malizia alla sua ormai ex squadra di non ottenere più vittorie rilevanti. 

“Non vincerete mai più una World Series”

Come ogni fantasia, per essere ritenuta reale, ha bisogno di qualcuno che ci creda. E così andò non per cinque anni, tantomeno per dieci, ma per esattamente 86.  Qualcuno infatti riportò le ipotetiche parole di Ruth e piano piano esse iniziarono a diffondersi nell’ambiente, tra il tifo e con la stampa. Più la squadra di Boston perdeva più la leggenda acquisiva veridicità, più i tifosi erano insoddisfatti delle prestazioni più credevano alla fantomatica maledizione. 

Gli Yankee iniziarono a vincere campionati su campionati, e i Red Sox invece li perdevano con errori banali e mai visti nelle fasi finali della MLB. Nel 1946 contro i St. Louis Cardinal, nel 1972 contro i Detroit Tiger a causa della incredibile scivolata di un giocatore sul cuscino di terza base, nel 1975 contro i Cincinnati Reds nonostante i pronostici a favore ed essendo avanti 3-0, ancora nel 1986 seppur fossero a un passo dalla vittoria. 

La rinascita 86 anni dopo

Il lanciatore di maledizioni non confermò né smentì mai la storia, ma la squadra di Boston rese quelle poche parole un macigno impossibile da digerire, un fardello da portarsi dietro per decenni. Per vedere di nuovo i Red Sox vincere una World Series i tifosi hanno aspettato più di ottant’anni, festeggiando non prima del 2004. In quella stagione superarono i nemici giurati degli Yankees e in finale liquidarono i St. Louis Cardinals per 4-0. 

“It’s over”

è finita

Verità o menzogna?

New York Daily News covers the Boston Red Sox on October 28, 2004.

Oggi c’è chi sostiene che la maledizione sia nata solamente parecchi anni dopo l’addio di Ruth, più precisamente nel 1991 con la pubblicazione del libro “The Curse of the Bambino” scritto dal giornalista Dan Shaughnessy. I cori dei tifosi newyorkesi su questo tema iniziarono infatti dalla stagione seguente all’uscita del libro, e il termine Maledizione del Bambino non si trova in nessun archivio giornalistico prima di questa data. 

Sono, mi auguro, veramente in pochi a credere alla veridicità dell’eterna dannazione augurata da Babe Ruth ai Sox ma gli esiti di essa ci insegnano parecchie cose. Oltre alla naturale tensione che accompagna i momenti decisivi della stagione, le squadre che devono sfatare questi assurdi miti si ritrovano con un’ulteriore pressione addosso. Tutto l’ambiente ha come unico obiettivo quello di distruggere questa “leggenda” per far contenti tifosi e stampa e il risultato è spesso opposto alle aspettative, caratterizzato inoltre da errori parecchio banali che in contesti diversi non si sarebbero mai verificati. 

Le maledizioni e lo sport sono un connubio perfetto, nessuno apparentemente ci crede, ma i risultati psicologici si vedono, Juventus in Champions League docet. 

Quale sarà la prossima?

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Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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