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Cultura

Il ragazzo che decise di seguire suo padre ad Auschwitz

Il libro di Jeremy Dronfield, edito Harper Collins ci può aiutare a capire in quale direzione stiamo andando: questa storia racconta di come spesso si vede solo quello che si vuole vedere.

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Il Ragazzo che decise di seguire suo padre ad Auschwitz edito Harper Collins, ha debuttato in Italia all’inizio del 2020 e rappresenta l’ultima fatica letteraria di Jeremy Dronfield. L’autore gallese è sia romanziere che storico, ne è la riprova la predilezione per le tematiche riguardanti la Seconda Guerra Mondiale (trattate in romanzi precedenti).

Il libro, tratto da una storia vera, è la punta di diamante di Dronfield: tradotto in moltissime lingue, sta riscuotendo un ottimo successo. Rappresenta fedelmente, documentato con precisione chirurgica, uno spaccato tremendo del percorso (non solo fisico ma anche e soprattutto esistenziale) che ha riguardato le centinaia di migliaia di famiglie ebree durante l’Olocausto. Il dramma viene vissuto con gli occhi di due componenti della famiglia Kleinmann: padre e figlio, Gustav e Fritz.

Cosa succede?

Marzo 1938, Vienna. Ci si prepara alla primavera nella capitale austriaca, le fredde giornate nevose lasciano spazio a quelle più tiepide che significano soprattutto spensieratezza. Ma nessuno sembra accorgersene, perché in quel marzo del 38 si sarebbe votato in un referendum importantissimo: l’annessione alla Germania Nazista. E lo sanno fin troppo bene gli abitanti di Leopoldstadt, il quartiere ebraico. Qui conducono una tranquilla esistenza Gustav Kleinmann, tappezziere, e la sua famiglia: la moglie Tini e i figli Fritz, Edith, Herta e Kurt. L’antisemitismo imperversa e ne fanno le spese proprio Gustav e suo figlio Fritz che vengono arrestati in concomitanza dell’invasione della Polonia e deportati a Buchenwald.

La vita a Totenwald (la Selva dei Morti), come viene chiamato il campo, è letteralmente resa impossibile dai nazisti. Gustav porta con sé un bloc-notes e decide di annotare lì la sua vita in prigionia, un ultimo appiglio per non impazzire. A Buchenwald sono quotidiane le ingiustizie e i soprusi, ma si riscoprono anche valori come la solidarietà e l’amicizia che da qualche anno scarseggiano nella società. La situazione dopo tre lunghi anni sembra stabilizzarsi nella sua anormalità, quando arriva una notizia che cambierà questa storia: Gustav è destinato ad Auschwitz.

Che significa solo una cosa: condanna a morte. Ma Fritz non ci sta. È un caparbio di natura e non vuole abbandonare il padre, il suo unico affetto rimasto. Così decide di seguirlo all’inferno, contro tutto e tutti, mettendo a repentaglio la vita diverse volte. Ad Auschwitz, i due protagonisti ingaggeranno la propria guerra personale per sopravvivere, non morendo da “Muselmann”, contro la disumanità umana che si traveste con uniformi delle SS o che assume le sembianze di grandi potenti del Mondo. La loro guerra gentile condotta solo con forza dell’amore.

Le testimonianze di Gustav e Fritz Kleinmann ci possono aiutare a capire dove stiamo andando

Inizio subito con l’ovvio: non è sicuramente il tipico libro da feste natalizie, da leggere con torrone e spumante. Dronfield tocca un argomento trattato da moltissimi autori prima di lui, e credo che proprio per questo motivo sia impresa ardua che vada premiata. Un libro che riesce ad essere scorrevole, nonostante la tematica scottante. Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un numero sempre maggiore di negazionisti o minimizzatori seriali, che vorrebbero trasferire nella “soffitta dei ricordi” la Shoah e tutto il dolore straziante che si porta dietro. Mai come oggi le testimonianze di Gustav e Fritz Kleinmann ci possono aiutare a capire dove stiamo andando.

L’efferatezza che traspare da queste pagine non può che riportare alla mente alcune affermazioni dei nostri giorni. Si noterà un particolare procedendo con la lettura: l’antisemitismo in quegli anni era sistemico e non endemico come spesso si vuole far credere. E se questa cosa sfuggirà a Gustav e Fritz, impegnati a lottare per la propria vita a migliaia di chilometri da casa, non sfuggirà ad un’altra Kleinmann: Edith. La figlia maggiore di Gustav, infatti, vedrà il proprio marito rinchiuso in un campo di detenzione inglese per stranieri. Fu solo l’affondamento dell’Arandora con a bordo prigionieri stranieri verso il Canada a far cambiare idea a Churchill.

Questa storia racconta di come spesso si vede solo quello che si vuole vedere.

In quegli anni il disprezzo verso la vita divenne un sentimento comune e “normalizzato”, tra l’indifferenza dei molti. E con indifferenza viene trattato anche il dolore, che sia per una morte o per una separazione. Da quel marzo 1939, la famiglia Kleinmannnon sarà più la stessa, diverrà parte di quella “diaspora forzata” ebraica con i membri della sua famiglia che si sparpaglieranno nel mondo e che non riusciranno a riunirsi più insieme come prima. Ma Dronfield ci dimostra come la forza di volontà sia in grado di superare ogni difficoltà. Gustav e Fritz rappresentano la resilienza, la voglia di vivere che riesce ad averla vinta contro ogni forma di vessazione, contro il freddo, la fame, il tifo. “A quattro zampe può cadere, ma di morire il cane non ne vuole proprio sapere!” come scriveva Gustav in una delle pagine del suo prezioso bloc-notes, sopravvissuto ai sei anni di prigionia e peregrinazione.

Volendo trovare una trasposizione cinematografica, quel bloc-notes è un po’ come la bambina col cappottino rosso in Schindler’s List (capolavoro di Spielberg, conservato nel National Film Registry): compare sempre nei momenti cruciali della storia. Ecco il file rouge che collega il primo ingresso a Buchenwald all’ingresso ad Auschwitz, che per Gustav assume uno strano sapore di ritorno a casa. L’utilizzo sapiente del flashback ha un duplice scopo: una immersione nella psiche dei personaggi, ripercorrendo la loro giovinezza e spensierati, e un confronto tra due realtà che distano poche decine d’anni ma sembrano appartenenti a due universi paralleli. Dronfield pone l’accento su come basti davvero poco per condizionare l’operato di milioni di persone: lo strumento della propaganda tanto forte nell’imporre una voce unica, quanto fragile alle prime difficoltà. E alcune volte vittima di paradossi imbarazzanti.

Ne è un esempio l’episodio capitato a Gustav, quando, pur di mantenerlo kapò le SS decidono che non debba essere più ebreo ma solo prigioniero politico perché ad Auschwitz “non ci sono ebrei in posizione di comando, ricordatelo”; viene così meno l’unico vero motivo per cui Gustav era trattenuto in quell’inferno. I dialoghi asciutti che si accompagnano alla narrazione, dimostrano il peso specifico che avessero le parole in quei momenti: poche ma ben ponderate. Una virgola fuori posto e venivi privato della cosa più preziosa: la vita. Accanto alla pragmaticità del padre, vediamo la caparbietà di Fritz che risulterà fondamentale per la sopravvivenza di entrambi. Il ragazzo, entrato a Buchewald sedicenne, tornerà nella sua Vienna ormai uomo maturo e in grado di compiere scelte difficili, i cui segni rimarranno per sempre sulla sua pelle. E nella sua mente. Perché ricordare è importante e lo sa bene Dronfield, che non manca mai di menzionare date, nomi e cognomi dei personaggi.

Nessuno deve sfuggire al giudizio della storia, per quanto piccola possa essere una goccia in un oceano.

La cura, a tratti maniacale, dei dettagli biografici e storici rende questo libro una testimonianza considerevole e al tempo stesso gravosa di cosa successe tra il 1939 e il 1945 nei campi di concentramento. Fritz è determinato fin dall’inizio della detenzione a non lasciar andare suo padre. Gli diranno che per sopravvivere deve dimenticarlo, ma lui ascolta solo una voce: quella del proprio cuore. In questo libro lo sconforto cammina mano nella mano con la speranza, l’uno non lascia mai andare l’altra.

Così la paura della camera a gas viene seguita da una razione extra di salsicce ottenute dal nuovo amico, che sia un ebreo o un kapo o un semplice civile mosso da sensibilità e solidarietà vedendo con occhi umani una situazione che di umano e razionale non ha nulla. Questo è il caso di Alfred Wocher, che ha combattuto nella Wehrmacht e che ama la sua patria tedesca, diventa un amico fidato che risolleverà le speranze e il morale dei due protagonisti prima con piccoli gesti come un tozzo di Wechen, poi con azioni eroiche come l’introduzione di pistole e mitra che potessero aiutarli in una eventuale invasione. La speranza, messa a dura prova e vicina a vacillare, si tramuterà poi in rinascita e ripartenza dalle macerie: Fritz e Gustav troveranno il modo per ricostruirsi una routine quotidiana in un mondo nuovo completamente diverso, ovviamente insieme. Come sempre.

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Nella vita ho abbracciato il masochismo: socialista e tifoso del Bari. Precario a tempo pieno; ho scelto di rimanere al Sud (con tutte le difficoltá che ne conseguono), perché credo fortemente nella rinascita meridionale. Appassionato di politica fin da piccolo, cercherò di affrontare le disuguaglianze sociali trasversalmente parlando di welfare, lavoro, infrastrutture, giovani. “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”

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