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Politica

Il coraggio di Di Vittorio e gli “invisibili” della società odierna

Giuseppe Di Vittorio ha lottato per affermare i diritti di chi, come lui bracciante, viveva in condizioni prive di dignità umana. Oggi, nella società odierna, i braccianti, non più uomini del Sud della Penisola italiana, vivono come nell’epoca di Di Vittorio, nonostante le battaglie e le lotte di ogni giorno per affermare i propri diritti.

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Giuseppe Di Vittorio è nato a Cerignola l’ 11 agosto  1892 ed  stato un sindacalista, politico  e  antifascista italiano.  A differenza di molti altri sindacalisti, non aveva origini operaie ma contadine; infatti era figlio di braccianti agricoli che lavoravano la terra dei marchesi Rubino-Rossi di Cerignola.

Sin da bambino, ricopriva, nei campi, il ruolo dello ” scaccia corvi ” insieme ai suoi coetanei senza ricevere una paga degna e restando senza cibo ed acqua se non riusciva a completare il proprio lavoro. Si trattava di allontanare i corvi dopo la semina  per evitare che si nutrissero dei semi appena posti sul campo agricolo. Era considerato l’ultimo dei lavori da una società in cui evidenti erano le disuguaglianze sociali ed economiche, in una società in cui, assente, era la possibilità di ribellarsi per affermare i propri diritti e il miglioramento delle condizioni lavorative.

Reggio Calabria 1972 – Reggio revolt – Demonstration of trade union – The picture of Giuseppe Di Vittorio, the first CGIL national secretary >< Reggio Calabria 1972 – Moti di Reggio – Manifestazione sindacale – Il ritratto di Giuseppe Di Vittorio, primo segretario nazionale CGIL

A distinguersi, però, fu proprio Giuseppe Di Vittorio: già negli anni dell’adolescenza, a 12 anni circa, aveva iniziato un’intensa attività politica e sindacale con Aurora Tasciotti; inizialmente di idee anarchiche, passò poi al socialismo, e a 15 anni fu tra i promotori del Circolo giovanile socialista della città, mentre nel 1911 passò a dirigere la Camera del Lavoro di Minervino Murge. Sarà l’inizio di una lunga carriera politica, segnata da lotte e battaglie per affermare quei valori umani che, nella sua vita lavorativa da bracciante agricolo, erano assenti. 

” Lo volevano bene anche le pietre”

dicevano i suoi amici braccianti:  una persona dall’immensa personalità e carica umana. Un uomo, prima che un politico o un sindacalista, circondato dai suoi famigliari,  compagni e lavoratori, spinti al “socialismo rivoluzionario” dallo stesso Giuseppe di Vittorio.  Importante, per il sindacalista di Cerignola,  per vincere le disuguaglianze è possedere l’unica vera arma a disposizione di tutti: la cultura. Infatti Di Vittorio, al II° congresso della cultura popolare a Bologna del 11 gennaio 1953, affermava:

” Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana”


L’ affermazione del valore sociale e culturale del lavoro è stato il principio che ha sempre ispirato e accompagnato l’azione sindacale di Di Vittorio; l’autonomia, la democrazia e l’unità del sindacato sono stati i suoi principali obiettivi.

I Braccianti odierni tra sfruttamento e dignità mancata

Dopo aver conosciuto l’immensa figura di Giuseppe Di Vittorio, le sue idee e i suoi valori, cerchiamo di fare un focus sulla società odierna. Il rinomato sindacalista ha speso la sua intera vita per poter veder vivere, in condizioni migliori, chiunque vivesse senza dignità. Quella dignità che veniva calpestata dal latifondismo inumano nel Meridione o dall’ alienazione sofferta dall’ operaio causata dal sistema capitalistico e industriale  nell’ Italia Settentrionale e in particolare nelle regioni del cosiddetto “triangolo industriale”.

Al giorno d’oggi, purtroppo, sembra che a vivere in condizioni di sfruttamento e senza dignità, siano soprattutto i braccianti, ma non gli italiani meridionali come nell’epoca di Giuseppe Di Vittorio, ma emigranti, principalmente di colore, che abbandonano la propria terra di origine a causa della guerra o perché soppresse le proprie libertà democratiche, sancite anche tra i “principi fondamentali ” della Carta Costituzionale del nostro Paese.

Caporalato, sfruttamento, condizioni igieniche assenti e tutto ciò che sotterra la dignità umana, sono i fattori che accomunano i ” braccianti-migranti” che coltivano i campi e garantiscono prodotti alimentari sulle tavole degli italiani. I braccianti di oggi non lavorano, non si può definire “lavoro” ciò che, in realtà, è così distante dal diritto sancito nell’ art.4 della Costituzione italiana: il diritto al lavoro che mira allo sviluppo della persona umana  e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Perché allora, oggi, sono stati rinomati come gli “invisibili” e solo  recentemente si è data particolare attenzione alla condizioni, prive di dignità, in cui vivono e lavorano i braccianti. In questi mesi, già difficili per la pandemia mondiale, ognuno di noi dovrebbe incarnare i valori e il coraggio di un grande uomo come Giuseppe Di Vittorio e lottare per conquistare quei diritti che appartengono a tutti, calpestati dal capolarato e da quel sistema marcio fondato sulla misera brama di denaro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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