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Cultura

Jago, nella mente dell’artista

Jago, artista italiano, sta conquistando Italia ed Estero per la sua visione rinascimentale dell’arte: un’officina per plasmare il mondo.

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Sculture, sensibile artista social, talentuoso e che ha già conquistato riconoscimenti non solo in Italia, ma anche all’estero grazie alla bellezza cruda dei suoi personaggi e al dettaglio delle sue sculture. Firmato Jago, al secolo Jacopo Cadrillo, ha iniziato presto a far parlare di se grazie ai significati non espliciti dietro alle sue opere, come “Look Down”: un bimbo con gli occhi stanchi e chiusi ed una catena che lo tiene inchiodato a terra nella sua condizione di fragile incertezza, collocato a Napoli, Piazza del Plebiscito.

Abbiamo così raggiunto, spinti dalla curiosità che genera la sua arte, vissuta da lui come un’officina che rielabora il presente, l’artista, sperando di poter sapere di più su quello che è la sua persona ed il suo percorso artistico.

  • Intanto, ti ringrazio infinitamente per il tuo tempo. Possiamo iniziare: puoi dirci qualcosa sul tuo percorso di studi? 

 Il mio percorso di studi è stato molto breve. Ho sempre odiato la scuola ma ho sempre amato imparare, cosa che mi accompagna quotidianamente poiché dedico allo studio e all’apprendimento gran parte la mia giornata, la curiosità del bambino continua ad esistere dentro di me e amo alimentarla. Il sistema scolastico, però, non l’ho mai potuto sopportare. Non mi è mai piaciuto, mi sentivo in prigione perché quello che volevo fare era seguire i miei sogni. Sapevo cosa volevo fare ma non mi permettevano di essere creativo, allora dovevo usare il cervello proprio come quando sei in difficoltà nella vita, ed è quello il momento in cui emerge la creatività e ho iniziato ad imparare. 

Ci insegnano a stare in una comfort zone e per tutto quel periodo sono cresciuto accompagnato tutto questo, sentendomi costantemente frastornato e confuso. Mi capita spesso di sentire persone dire:” Cosa darei per tornare indietro”, io non darei proprio nulla. Forse anche per questo mi ritrovo oggi a partecipare alle dinamiche dell’Istruzione, però in un modo diverso: come “outsider”, generando un interesse e una curiosità che portano all’arricchimento della persona. Poi, la base del mio percorso si manifesta nell’arte, cultura e anche nella comunicazione e nel marketing. 

  • Del sistema scolastico, quindi, cosa pensi?  

Quel sistema continua seguendo le dinamiche di un periodo che non esiste più: industriale. Riconoscevo dentro di me che avrei fatto un percorso indipendente e non “da dipendente”, mentre la scuola ci prepara a diventare dei buoni dipendenti che devono entrare a far parte di un sistema in cui ti prendi la laurea per trovare un lavoro sicuro. Poi, però, di sicuro non c’è niente, perché magari il tuo datore di lavoro fallisce con la sua attività e tu rimani in mezzo alla strada, non potrai andare avanti a perché non saprai inventarti perché hai speso tutta la tua vita a imparare delle tecniche che servono per arricchire altri. Questo è il sistema in cui 99% delle persone ancora vive, io non faccio parte di questo sistema e non voglio farne parte.  

  • Hai un artista preferito? Una fonte di ispirazione? 

Faccio una premessa: “prendere l’ispirazione” mi è sempre suonato male, nel senso “dove trovi il suggerimento per fare le cose che fai?”, “da dove devi scopiazzare?”. Personalmente, posso prendere pure i Rotoloni Regina che vedo in questo momento come uno spunto di riflessione e di ispirazione. L’ispirazione può arrivare in qualsiasi momento, anche da questa intervista: perché in questo momento sono influenzato da queste domande e sto ragionando. L’ispirazione la posso trovare tranquillamente dentro me stesso, poi fuori trovo una marea di condizionamenti e scelgo a quali aprire la porta.

 Il più delle volte mi sono lasciato emozionare e suggestionare dalla bellezza che ho vissuto nei miei luoghi, vicino Roma e Napoli, poi chiaramente ci sono delle cose che mi hanno condizionato di più e cose che mi hanno condizionato meno. Poi, ovviamente, i grandi maestri del passato mi portano avanti nel mio desiderio di rinascimento, purtroppo oggi abbandonato in funzione di un’obsolescenza programmata che si ripercuote anche nel mondo delle immagini e dell’arte. 

  • Hai una tecnica particolare per le tue opere?  

 Beh, la tecnica rimane quella tradizionale, anche se mi avvalgo di assistenti che si chiamano martello pneumatico e sega circolare, perché altrimenti ci metterei anni in quanto non ho nessuno che mi smussa o prepara il pezzo di marmo. Bernini, Michelangelo, il Canova, avevano delle squadre di operai che li aiutavano, era necessario, ma io non ho nessuno, lavoro da solo e quindi di conseguenza devo inventarmi degli altri modi ed utilizzare altri mezzi.

Poi, ovviamente, arriva un momento in cui devi lavorare anche in maniera assolutamente tradizionale poiché vado alla velocità del mio cervello e tutti gli altri strumenti possono velocizzare il lavoro, però, il mio cervello va sempre alla stessa velocità, e quindi devo essere attento ed è necessario recuperare quella dimensione e quel tempo necessari, perché così almeno posso fare delle riflessioni giuste e anche sbagliare nella maniera giusta.  

Jago, Habemus Hominem
  • Qual è il tempo medio che impieghi per realizzare una scultura?  

Il tempo medio è più o meno una gravidanza, il che potrebbe essere un buon paragone visto quello che potrebbe emergere dalle mie ultime opere, ma i miei soggetti principali non sono bambini. Se voglio dire una cosa ed il bambino emerge come soggetto allora scolpirò un bambino. Potrei fare un bambino come volendo potrei fare i buchi nei muri oppure i baffi ai ritratti e quello potrebbe essere riconosciuto come mio stile.  

  • Quindi si può dire che non vuoi essere riconosciuto con uno stile specifico?  

In storia dell’arte spesso danno questa chiave di lettura:” l’artista e il suo periodo di studi e di ricerca nel quale poi scoprirà il suo stile.”  In pratica ti suggeriscono che questo artista ha per tutta la vita cercato il suo percorso di studi e ha fatto il suo “periodo della ricerca”, e ad un certo punto emerge il suo stile. Ha così capito qual era il suo linguaggio e il modo con cui farsi ricordare.   In realtà ci sono motivi molto più banali dietro, ma il professore ha bisogno di poeticizzare l’artista per poter avere un libro da vendere ai suoi studenti e un discorso da presentare alla mostra, ma l’artista capì semplicemente che con quel determinato stile poteva fare soldi. 

  • Le questioni economiche sono quindi importanti anch’esse nella vita di un artista?  

Gira tutto intorno all’economia, ma piace tanto dare un tono filosofico alle proprie azioni anche se alla fine ci ritroviamo tutti a dover portare i soldi a casa e ci muoviamo in funzione di quelle dinamiche. Non c’è niente di male, assolutamente, ma le persone non lo dicono ed è necessario almeno esserne consapevoli.  Io, ad esempio, posso tranquillamente parlare di tutte le dinamiche economiche che possono muovere il mio lavoro, ed è questo che manca agli artisti oggi: la capacità imprenditoriale di poter generare ricchezza sufficiente da poter vivere liberi, perché grazie a questo io posso svegliarmi la mattina e andare a scolpire e lasciare al mondo l’opera che veramente conta poiché ho l’indipendenza e la forza per potermi sostenere ed incidere un pezzo di marmo da lasciare in una piazza. 

  • Per “look down” possiamo sapere qualcosa? Una spiegazione?  

Ho deciso personalmente di non esprimermi per quanto riguarda i significati per un motivo molto semplice: spesso ci mettiamo lì davanti alla televisione per poi prendere i contenuti e ripete a pappagallo. Abbiamo così molta poca libertà di interpretazione, e se anche io mi metto a spiegare il motivo per cui faccio le cose, oltre ad averle già spiegato attraverso un’immagine perché quello può essere il mio linguaggio del momento, non trovo il senso nel dovermi mettere a tradurre ulteriormente tra l’altro l’opportunità a tutti gli altri di poterci vedere quello che vogliono.  Il bello dietro a tutto questo è che si genera attorno a una mancata spiegazione una serie di virtuosismi interpretativi che contribuiscono, oltretutto al mio arricchimento personale, dopotutto non lasciare una spiegazione è essa stessa una forma di significato da poter spargere. 

Le foto utilizzate in questo pezzo sono state fornite dall’artista solamente per il fine dell’intervista e non possono essere utilizzate da terzi senza il suo consenso

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Sin da piccola guardavo il mondo con occhi diversi e il naso all'insù. Amo, studio e ammiro tutto ciò che mi circonda, ne estraggo il bello e lo traduco in parole, sperando di riuscire a descrivere agli altri l'esistente così come lo vedo io. Sono Chiara, ho 18 anni e per l'ultimo anno farò la strada casa-scuola in attesa della tanto temuta maturità.

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