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Guerra in Etiopia? Ecco cosa sta succedendo

Il premio Nobel pace Abiy Ahmed ha un grosso problema da affrontare: il conflitto con la regione del Tigray. Si rischia la guerra civile.

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Il 2018 sembrava dover essere un punto di svolta per la Storia e la politica dell’Etiopia. Le dimissioni improvvise del Primo Ministro Hailé Mariàm Desalegn a seguito di un periodo di rivolte, hanno portato al potere Abiy Ahmed. Fino ad allora il potere del paese si è sempre concentrato nelle mani dei tigrini e degli ahmara. Abiy Ahmed è il primo oromo a diventare Primo ministro, nonostante la popolazione oromo sia quella più numerosa nel paese.

Il Premier ha firmato la pace con l’Eritrea ponendo fine a un conflitto durato vent’anni, riuscendo a rendere più semplici le relazioni con tutti i vicini. In politica interna, ha deciso di liberare i prigionieri politici e ha riallacciato il dialogo con gli oppositori in esilio. Insomma, solo nel suo primo anno di lavoro ha cercato di promuovere riconciliazione, solidarietà e giustizia sociale. Tutto questo gli ha garantito la nomina a Premio Nobel per la Pace. Berit Reiss-Andersen, a capo del comitato novergese dei Nobel che conferisce il riconoscimento per la pace, affermò che sperava con questo riconoscimento di rafforzare il Primo Ministro che già aveva fatto tanto, ma che potesse continuare su questa linea, aggiungendo

“Un’ Etiopia pacifica, stabile e di successo avrà molti effetti collaterali positivi ed aiuterà a rafforzare la fraternità tra le nazioni ed i popoli della regione”

Selassie e l’unità nazionale

Ad un anno da un anno da quel riconoscimento, la situazione è completamente mutata e si teme una vera e propria guerra civile. Come per qualsiasi fatto, nulla accade per caso e tutto dev’essere ricollegato alla storia. Anche in questo caso, non è sufficiente dire che è in atto una guerra, bisogna ritornare alle origini o comunque fare qualche passo indietro nel tempo e tirare fuori la cartina geografica.

Quando si parla della storia dell’Etiopia uno dei grandi sovrani ricordati è Hailè Selassiè, l’ultimo Re che ha governato dal 1930-1974. Nel continente africano è considerato come una figura di grande rilievo per essere stato l’unico sovrano a non essersi mai (formalmente) piegato alle mire espansionistiche occidentali. Sebbene sia un uomo tutt’ora stimato anche per il suo grande ruolo nella creazione dei principi fondamentali del panafricanismo e dell’unione tra i popoli africani, al suo interno l’unità non regnava.

Le maggiori sfide da affrontare erano da parte dei: nazionalisti eritrei nel nord, da alcuni oromo nella parte centro-meridionale del paese e dagli irredentisti somali dell’Ogaden nel sud-est. Haile Selassie si è dimostrato incapace di risolvere le sfide accumulate con il suo regime. Il problema sta nel fatto che coloro che andavano al potere erano pressochè sempre di popolazioni provenienti dal Tigray e Amhara, tutti gli altri erano considerati subordinati. Le politiche implementate erano mirate solo ad agevolare queste due popolazioni, relegando gli altri all’irrilevanza.

“Vi ricordiamo… che tutti voi siete per razza, sangue e costume, membri della famiglia etiope. Sebbene possano esistere dialetti locali, dobbiamo sempre sforzarci di preservare la nostra unità e le nostre libertà “.

—Imperatore Haile Selassie I, “Discorso nell’Ogaden, Etiopia,
25 agosto 1956 “

Selassie, ovviamente, diceva di promuovere l’unità nazionale quando invece la situazione era molto diversa. Le politiche del regime di Haile Selassie hanno fatto poco per cambiare la devastante povertà dell’Etiopia, il diffuso analfabetismo e la mancanza di servizi sociali. Gli studenti nelle aree periferiche dovevano essere istruiti in una lingua diversa dalla propria. Ad esempio, nelle classi primarie, agli studenti veniva insegnato l’amarico e nelle scuole superiori e universitarie la lingua di insegnamento era l‘inglese. Piuttosto che fungere da agente di integrazione politica nazionale, la politica linguistica e educativa ha ulteriormente alienato le minoranze etniche.

Questo modello di abbandono e disuguaglianza nelle aree periferiche potrebbe essere riscontrato anche nei servizi sociali, come l’assistenza sanitaria formale e le opere pubbliche, contribuendo ulteriormente alla povertà e al sottosviluppo nelle aree della periferia rurale. Si è concentrato principalmente sull’incorporazione di un piccolo numero di élite etniche nelle classi dominanti, ricompensandole con benefici materiali e privilegi.

Ethiopians sell and buy goats and sheep in a market 11 September 2007 in Addis Ababa, Ethiopia. The Ethiopian capital is awaiting tens of thousands of visitors for lavish celebrations, which come seven years after the rest of the world marked the entry into the third millenium.AFP PHOTO/JOSE CENDON (Photo credit should read JOSE CENDON/AFP/Getty Images)


I regimi che si susseguiranno avranno alle loro spalle questa eredità questa mancata unità nazionale che per una ragione o per un’altra continueranno ad alimentare provocando risentimento nelle popolazioni tagliate fuori ogni tipo di beneficio. Il conflitto con l’Eritrea ha le sue radici invece dal piccolo periodo di occupazione italiana e dalla successiva spartizione di territori. L’Etiopia ha sempre considerato il territorio eritreo come proprio, riuscendo anche grazie ad aiuti esterni ad annetterlo. Gli indipendentisti eritrei però, sono riusciti ad avere la meglio e ad ottenere l’indipendenza nel 1991. Nonostante ciò, il rapporto tra i due paesi non si è mai realmente disteso fino al 2018, dato anche dal fatto che l’Etiopia si rifiutava di ritirare le sue truppe dal territorio eritreo.

Conflitto nel Tigray

Posta questa breve sintesi storica, torniamo al 2020. Le tensioni con il governo regionale del Tigray sono legate all’esclusione del partito dominante della regione, il Fronte di liberazione del Tigray (TPLF), dal governo federale. Il TPLF era stato escluso con l’arrivo al potere di Abiy Ahmed, dopo che per decenni era stato la più influente forza di tutta la politica etiope, nonostante rappresentasse un’etnia, quella tigrina, che corrispondeva solo al 6% dell’intera popolazione nazionale.

Il casus belli dell’odierno conflitto tra il governo centrale e i ribelli del Tigray sta nel non riconoscimento del governo centrale e il suo primo ministro e la posticipazione delle elezioni nazionali. Quest’anno il paese sarebbe dovuto andare ad elezioni, ma Abiy Ahmed ha deciso di slittare a data da destinarsi a causa della pandemia. Sebbene non si siano svolte quelle nazionali, a livello locale nel Tigray le elezioni si sono svolte a Settembre e hanno visto una grande maggioranza di tigrini votare per Fronte di liberazione popolare del Tigray che ha ottenuto oltre il 98% dei consensi. Tutto sembrava filare liscio fino a questo novembre.

È un conflitto all’ultimo sangue nel quale nessuno dei due contendenti può permettersi di perdere. I leader tigrini sanno che, se fossero sconfitti, probabilmente, verrebbero spazzati via dalla scena politica e la loro regione diventerebbe marginale negli equilibri federali. Allo stesso tempo, se il premier Abiy perdesse la battaglia, dovrebbe affrontare le pretese indipendentiste degli altri popoli che compongono la federazione: amhara, somali, oromo, ecc. (Africa Rivista).


I combattimenti stanno durando da tre settimane con ingenti morti e persone in fuga verso il Sudan. Dalla regione del Tigray non è possibile ricevere aggiornamenti in tempo reale perché tutti i canali di comunicazione sono stati chiusi, ma la situazione potrebbe precipitare in tutto il Corno d’Africa. Dopo l’ultimatum di Abiy Ahmed, le ore che seguono sono decisive.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nata in provincia di Bologna l' 11/08/1997. Originaria della Repubblica Democratica del Congo e dello Zambia. Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna. Nel 2018 ho lavorato in Parlamento Europeo a Bruxelles nell'intergruppo ARDI (Anti-Racism and Diversity Intergroup) dedicandomi al tema dell'Afrofobia in Europa. I miei articoli saranno dedicati alla Storia e alla Politica dei paesi africani, i rapporti tra l'Africa e l'Europa nel tempo e tutto ciò che riguarda gli afrodiscendenti nel mondo.

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