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Gender Gap negli scacchi, Elena Sedina: “Le donne ancora escluse, ma le cose stanno cambiando”

Elena Sedina, Grande Maestro e prima donna di sempre a vincere gli Australian Open, commenta le discriminazioni di genere negli scacchi.

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La “Regina degli scacchi”, o “The Queen’s Gambit” in onore di una apertura tipica del gioco, è da qualche settimana stabilmente nella top 10 di Netflix e sta ammaliando ed emozionando spettatori da tutto il mondo. Una volta appurato che la vita di Beth Harmon non è basata su alcuna storia vera, come invece molti pensano, il focus del dibattito si è spostato sulla questione del gender gap nel mondo degli scacchi. La protagonista infatti è sempre l’unica donna a partecipare alle competizioni e anche quando il suo nome è oramai conosciuto ovunque, i suoi sfidanti uomini faticano a considerarla un avversario temibile. 

Ma cosa succede veramente? La realtà dei fatti è questa o addirittura peggiore?

Ne ho parlato con Elena Sedina, Maestro Internazionale Assoluto, nata in Ucraina nel 1968 e detentrice di molteplici premi: campionessa femminile assoluta di Kiev a 11 anni, campionessa dell’Unione Sovietica Under 18 a 16 anni, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Mosca e di bronzo a quelle di Yerevan, prima donna della storia ad aver vinto gli Australian Open e prima a detenere in contemporanea il titolo di campionessa italiana e svizzera di scacchi. 

  • Lei ha iniziato a giocare nei paesi sovietici, che importanza hanno gli scacchi là? 

Gli scacchi sono il terzo sport più popolare e praticato dopo il calcio e l’hockey su ghiaccio, hanno una importanza culturale. Qui in Italia sono molto meno importanti, più di nicchia, gli scacchi sono visti come semplice gioco da tavolo da fare con gli amici ma sono a tutti gli effetti uno sport. Quando ero piccola, a Kiev, molte persone si trovavano a giocare a scacchi nei parchi, e i giocatori che avevano successo erano riconosciuti da tutti e fermati per strada.

  • A quanti anni ha iniziato a giocare?

A 7 anni mi hanno portata in un vero e proprio centro sportivo dove ho iniziato a giocare con bambini della mia età. Dopo due anni di corso collettivo ho pareggiato in simultanea contro un ex pretendente al titolo mondiale quindi sono stata notata e ho iniziato a fare lezioni con un maestro privato. Negli scacchi ci sono tornei giovanili divisi per fasce d’età, ma se uno scacchista ha parecchie doti può saltare questi campionati minori.”

  • Ho letto diverse dichiarazioni di Grandi Maestri del passato che sostenevano la teoria che gli scacchi sono uno sport unicamente maschile. Su tutti il campione russo Kasparov che dichiarò “gli scacchi non fanno parte della natura femminile”. Cosa ne pensa?

Le donne hanno dimostrato più volte di essere in grado di competere con gli scacchisti uomini soprattutto in partite singole. Il problema principale riguarda il tempo. Gli scacchi richiedono allenamento costante e dedizione e capita spesso che le donne, specie da adulte, non abbiano il tempo necessario da dedicare agli scacchi per tutto ciò che devono fare in casa e con i figli. Gli uomini in questo senso sono ancora molto liberi, riescono a dedicarsi molto di più all’allenamento”

  • La scacchista Judith Polgar, unica donna arrivata nella top 10 assoluta (uomini compresi), ha recentemente dichiarato che la realtà è peggiore di quanto si veda nella serie tv e che le è capitato di avere avversari uomini che si sono rifiutati di stringerle la mano. Esistono ancora discriminazioni di questo tipo?

“Questo è ciò che ha detto lei, quello che so io è ci sono degli atteggiamenti non piacevoli. Stiamo andando in una direzione positiva, le donne si stanno affermando molto più di prima e anche questo tipo di discriminazioni sta diminuendo. Prima del XX secolo le donne faticavano ad accedere alle attività intellettuali ma oggi la situazione sta cambiando, molto lentamente ma sta cambiando.”

  • I risultati di gioco delle donne sono generalmente peggiori di quelli maschili, quale pensa sia il motivo?

Credo che anche le donne abbiano una forte responsabilità. Dobbiamo sempre lottare per i nostri diritti e non accontentarci mai. Forse alcune si accontentano, non cercano di superare i limiti. Non so, mi è difficile dare un giudizio ma credo che in generale possiamo fare molto di più anche noi

  • A livello numerico, le donne che praticano lo sport degli scacchi sono molte meno rispetto ai colleghi uomini? 

Assolutamente. Le donne sono pochissime, non superano nemmeno il 10-13% in tutto il mondo. Anche in Russia, dove c’è una squadra nazionale molto forte, le donne sono davvero poche. Il motivo è che si sentono ancora escluse da questo sport, è una ragione storica che ci portiamo dal passato. Abbiamo iniziato a giocare a scacchi molto dopo gli uomini e quindi non è ancora una attività così diffusa. Gli scacchi richiedono molto tempo, per allenarsi e per viaggiare. Non è come gli altri sport che ad un certo punto della vita sei costretto a smettere, a scacchi si può giocare sempre, a qualsiasi età.

  • Nel mondo scacchistico ci sono competizioni riservate solo alle donne e competizioni “Open”, ovvero aperte a tutti. Perchè allora non ci sono tornei esclusivamente maschili?

Le competizioni femminili sono molto recenti. Sono necessarie per permettere a un numero maggiore di donne di partecipare ai tornei, c’è ancora una forte disparità di livello con gli uomini. Nelle competizioni Open ci sono poche donne, quasi solo uomini, e forse per questo non si è ancora pensato di istituire tornei esclusivamente maschili.

  • In conclusione, possiamo sperare di non sentire più professionisti esprimersi in modo discriminatorio verso le donne? 

Robert Fischer, campione statunitense, ha sempre detto che le donne non possono giocare a scacchi, non sono adatte. La differenza è che oggi queste affermazioni vengono giustamente criticate parecchio, quindi possono pensarlo ma non lo dicono. Se oggi una donna scacchista si sposa con uno scacchista, che quindi dovrebbe capirla, è comunque lei a rinunciare agli allenamenti per seguire la famiglia e la casa. L’uomo si sente più importante, è sempre la donna a sacrificarsi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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