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Cultura

Come il “fast fashion” ha cambiato il mondo

Sapevate che negli anni 80 si compravano in media 12 capi d’abbigliamento nuovi l’anno? Oggi la media è 68 e la colpa è soprattutto del fast fashion. Ma cos’è?

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Il fast fashion fa parte della nostra quotidianità. Siamo la società del consumismo, ci piace ampliare ogni giorno il nostro guardaroba, facciamo shopping compulsivo, abbiamo l’armadio pieno di vestiti che forse abbiamo messo una sola volta. Nei negozi vediamo sempre nuovi capi e siamo ogni giorno invogliati a desiderare qualcosa che non ci serve davvero.

Negli anni 80 si compravano in media 12 capi d’abbigliamento nuovi l’anno. Oggi la media è 68, di questi la maggior parte viene indossata circa tre volte o anche meno. La responsabile di questo è l’industria dei vestiti che ogni giorno ha sempre più potere.

Cos’è il “fast fashion”?

Il New York Times ha utilizzato l’espressione “fast fashion” per la prima volta alla fine del 1989, quando Zara ha aperto il suo primo negozio a New York. Fast fashion è un termine moderno usato dai rivenditori di moda per esprimere un design che passa rapidamente dalle passerelle e influenza le attuali tendenze della moda. È considerato un processo di democratizzazione della moda, un fenomeno economico che ha permesso a tutti di vestirsi bene seguendo le ultime tendenze.

Questa strategia di produzione rapida a un prezzo accessibile viene utilizzata dai grandi rivenditori come H&M, Zara, Peacocks, Primark, Xcel Brands e Topshop.

Il Fast fashion ha letteralmente cambiato il mondo. È l’unico segmento dell’industria della moda che è realmente cresciuto negli ultimi anni. Zara, parte del gruppo Inditex, è la più grande società di vendita al dettaglio di abiti al mondo. Viene fondata da Amancio Ortega, ad oggi la sesta persona più ricca al mondo con un patrimonio di 67,4 miliardi di dollari. Ortega inizia il suo business nel 1975, aprendo il suo primo negozio di vestiti di nome Zorba, successivamente trasformato in Zara.

Come il fast fashion ha rivoluzionato l’industria della moda

Venere di Pistoletto

Normalmente un’azienda di moda per lanciare una nuova collezione impiega 21 mesi, dal progetto alla distribuzione. Zara negli anni 80 cambia l’industria della moda combinando due tecniche. La prima è “quick response manufactoring” ovvero produzione a risposta rapida. Niente più lanci costosi, design veloce e materie prime a portata di mano. Con questa tecnica si impiegano massimo 4 mesi, risparmiando molto sui tempi di produzione.  Molti abiti di alta moda vengono imitati dai brand del fast fashion a un prezzo molto più accessibile. 

La seconda tecnica è “dynamic assortment” cioè ogni giorno vengono venuti nuovi abiti. Si immettono sul mercato sempre nuovi capi per capire l’effettiva richiesta del consumatore. H&M cambia il suo assortimento ogni due giorni. Invece di avere 4 stagioni l’anno, i negozi fast fashion ne hanno 52. Questo modello di business ha rivoluzionato il mondo. Nel 2018 Indetix ha prodotto 1,6 miliardi di tonnellate di nuovi capi d’abbigliamento e ha aperto 7500 nuovi punti vendita.

Le altre aziende di moda sono state duramente colpite dall’avvento del fast fashion e stanno investendo molto per diventare sempre più simili e più veloci.

Fast fashion e sfruttamento

Un bambino sfruttato in un’industria tessile

I ritmi di produzione di queste aziende sono sostenibili solo producendo in paesi dove il costo del lavoro è basso e dov’è quindi facile che i lavoratori siano sfruttati. La produzione viene dislocata in paesi in cui non esiste una sistema di tutela efficace dei lavoratori e in cui è legittimo lo sfruttamento di operai che lavorano in condizioni di scarsa sicurezza, in ambienti malsani e non sono pagati adeguatamente.

Un particolarmente tragico ed eclatante evento della fast fashion è l’incidente avvenuto in Bangladesh nel 2013, dove per il crollo di una fabbrica di abbigliamento sono morti più di 1000 operai. Ogni giorno sono migliaia i lavoratori impiegati nell’industria della fast fashion la cui vita è messa a rischio da ritmi estenuanti di lavoro, dalla mancanza di sicurezza e dall’esposizione e contatto con sostanze dannose. Sono tante le persone sfruttate, maltrattate e vittime di abusi, sottopagate e che lavorano in scarse condizioni igienico-sanitarie. Questo sistema ha provocato un impoverimento e peggioramento delle condizioni di salute e di vita dei lavoratori.

L’impatto ambientale del fast fashion

Immagine del fiume Citarum

Oltre lo sfruttamento un altro grande problema collegato al fenomeno fast fashion è l’impatto ambientale. È il secondo più grande inquinatore mondiale. Nel 2018 le emissioni causate dall’industria della moda sono state pari a quelle dei voli internazionali e delle navi da crociera messe insieme. 500 mila tonnellate di microfibre provenienti dagli indumenti vengono riversate nell’oceano ogni anno, pari a 3 mila barili di petrolio. Gli indumenti nuovi acquistati da una famiglia equivalgono alle emissioni di un’automobile guidata per 9 mila chilometri e l’equivalente in acqua di 1000 vasche da bagno.

Tonnellate di sostanze chimiche utilizzate per la produzione di vestiti sono riversate nei corsi d’acqua ogni giorno. Emblematico è il caso del fiume Citarum in Indonesia dove sono situate 200 fabbriche tessili, tra cui quelle di Zara e H&M. È il fiume più inquinato del mondo e causa all’anno 50 mila morti.

Questi sono problemi collegati soltanto alla produzione di abiti, un aspetto non irrilevante è anche l’enorme quantità di rifiuti che genera. Una famiglia produce 36 chili di rifiuti tessili all’anno. L’industria tessile occupa circa il 5% delle discariche globali. L’abbigliamento che viene gettato in discarica è spesso costituito da materiali sintetici o inorganici che impediscono a questi tessuti di degradarsi correttamente.

Molte aziende, tra cui H&M e Zara, stanno attuando politiche apparentemente eco-sostenibili. In realtà si tratta semplicemente di “greenwashing” ovvero una sorta di pubblicità ingannevole. Utilizzano l’eco-sostenibilità come leva di marketing, ma poi non si traduce in effettive azioni da parte dell’azienda. Bisogna fare delle scelte di consumo consapevoli e informarsi sull’effettiva sostenibilità del brand da cui si vuole acquistare.

Alcuni “tips” per evitare il fast fashion

  • Utilizzare un capo d’abbigliamento il più possibile
  • Comprare solo cose realmente necessarie
  • Tentare di comprare vestiti usati, o quanto meno sostenibili
  • Evitare indumenti economici in tessuti sintetici
  • Scambiare i vestiti che non si indossano più con amici e parenti!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono nata a Siracusa il 23/08/1999. Attualmente sono iscritta alla facoltà di Economia a Padova. Non ho molto da dire su di me, mi interesso a moltissime cose, mi piace scrivere ed informarmi. Sono molto contenta di collaborare con i ragazzi de "la Politica del Popolo", spero davvero che questa esperienza possa migliorare me e le persone che seguono questo blog.

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