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La tana ovattata

La paura del dolore crea delle sbarre, meglio chiamate zona comfort, dove avviene una stagnazione dell’anima che viene manipolata dalla mente.

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La vita inizia dove finisce la comfort zone” disse Neale Donald Walsch; essa limita infatti. La comfort zone è uno stato di agio verso uno stato mentale abitudinale, composto da emozioni e pensieri. L’abitudine è la prima trappola per cadere dentro di essa. Ma cosa c’è attorno? Dolore, a questo l’ego sfugge di continuo, alimentando questa zona sterile. Essa incarna uno stato di familiarità, dove la nostra parte più puerile si sente protetta da ogni realtà compatibile con ogni male e impotenza. Di per sé questa zona di agio è una illusione alla sicurezza.

Che cos’è veramente questa zona?

E’ uno stato inconscio, dove la mente ha il controllo. Ma metaforicamente è uno stagno sporco, al quale ci immergiamo dentro (qualvolta avvertiamo dolore), soffocandoci, inconsapevoli che basta solo alzarsi, per non avere l’acqua al collo. Immersi in questo stato, si ha l’illusione che sia un culla ovattata, una memoria che riporta all’età più infantile. Questa finta culla in realtà non è altro che la nostra psiche dominata dal super ego, che si attiva ogni volta che ci avviciniamo ai suoi confini, quest’ultimo li difende, nel giudizio memorizzato dalla morale genitoriale.

La zona comfort è una gabbia in realtà, dove tutto continua a essere monotono. Nonostante la sofferenza che può esserci all’interno, rimaniamo lì per abitudine… Il prezzo da pagare è alto, perché rimanendo lì avviene una rinuncia nell’assaporare la vitalità più pura, si diventa una sorta di vegetali. Per qualsiasi cosa, ferita, paura, preconcetto, si agisce per abitudine. Per l’appunto è la zona dove lavora prevalentemente l’ego. Esserne vittima limita la conoscenza di sé, perché è mettendosi in gioco nella vita che si scopre la verità su se stessi. Qui si ha l’illusione di stare bene, ma in verità si sta solo scappando dalla realtà, perché fuori è presente il dolore, che dentro viene visto come un pericolo, quando in verità è una opportunità evolutiva, infatti non esiste rinascita senza rovina.

Il limite di questa zona sono i margini di essa, dominati appunto dal super ego, che ha la funzione di rimbalzo. Questi confini possiamo anche chiamarli zone di panico. La paura dell’ ignoto sovrasta la mente facendola agire in difesa, come una tartaruga quando vede il pericolo. Ma le sensazioni di debolezza, dolore… sono in realtà un trampolino di lancio, per l’acquisizione di nuove informazioni, che sono spinte dalla voglia di evolvere, che non avviene se siamo rinchiusi dentro il controllo mentale. La crescita interiore non avviene con la bacchetta magica, ma con la constante fatica. La zona comfort è sostanzialmente un blocco intrinseco, che assume un’illusione alimentata dal benessere fittizio.

Come uscire dalla comfort zone?

In primis ascoltando il dolore, immergendosi dentro senza scappare dentro la tana, sentir tremare le corazze che caratterizzano la nostra fittizia sicurezza è la prova di crescita evolutiva. Ma attenzione alla differenza fra dolore e sofferenza, intendo vero dolore; sono sinonimi, ma distinti: sofferenza deriva dal latino sufferentia, ovvero “sopportazione”. Dolore invece deriva da doloe, ossia “sentir dolore”. La sofferenza infatti è presente in questa zona di agio, ma non porta ad alcuna rinascita in quanto è solo una conseguenza della stagnazione creata negli anni, come senso di fallimento identificato.

Noi creiamo la nostra realtà, ma in questa zona la nostra mente la crea e non noi, per questo arrivare all’obbiettivo da quella postazione è molto difficoltoso, la determinazione è molto scarsa, vista la difficoltà nel mettersi in gioco. Un altra soluzione per l’appunto scendere in pista, rompendo ogni schema abitudinale presente nella nostra gabbia analitica, spesso essendo abituati in questa zona di agio nemmeno si è consapevoli di cosa si vuole fare, in quanto incoscienti di chi siamo veramente, un meccanismo che affiora quando si è circondati da barriere protettive, per meglio dire sbarre. E’ essenziale tra l’altro la consapevolezza, nell’ascoltare la sensazione di ansia che affiora quando le strutture traballano.

“Un uomo ha bisogno di un po’ di follia… se no… non oserà mai tagliare la corda ed essere libero!”

Zorba il Greco

Sto vivendo veramente la mia vita? Ne sono soddisfatto?… La consapevolezza terrorizza, perché non siamo abituati a prenderci la responsabilità della libertà . Questa conoscenza ci porta fuori dal nostro torpore quotidiano e ci mette in contatto con il cuore della nostra esperienza di vita come esseri umani. L’abitudine limita nel vivere con coraggio e libertà, il super ego lavora sempre con la parte più puerile. Più lo si ascolta più opportunità di crescita saranno perse, infatti gli unici a boicottarci siamo non altro che noi stessi (riflessi negli altri). Quindi sta a noi decidere da che parte stare: se vivere in gabbia in modo statico o il libertà con noi stessi. Sta a noi affrontare la paura delle nostre stesse paure, fluendo con esse. Ricordiamoci che PER ESSERE LIBERI OCCORRE ESSERE IMPAVIDI.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sono una ventenne autrice di emozioni. Mi sono fatta trasportare dalla passione per la scrittura, che di conseguenza mi ha portata a frequentare la facoltà di lettere. Per continuare in un futuro a coltivare scrivendo, la mia voglia di abbattere le mura di protezione che le persone si creano per la paura di conoscere.

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