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Cronaca

La vignetta della settimana #10

Era la sera del 25 gennaio 2016 quando Giulio Regeni fu rapito. Pochi giorni dopo il suo corpo venne ritrovato sul ciglio di una strada. Ancora oggi attendiamo la verità.

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Era la sera del 25 gennaio 2016, giorno del quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir quando Giulio Regeni, il ricercatore friulano dell’università di Cambridge, al Cairo per la sua tesi di dottorato sui sindacati autonomi egiziani, fu rapito. Pochi giorni dopo il suo corpo venne ritrovato, con segni di terribili torture, sul ciglio di una strada.

LA verità ancora non c’è e questa settimana è avvenuto lo strappo decisivo per la vicenda di Giulio Regeni tra Italia ed Egitto (anche il giornale The Guardian titola “Cairo and Rome give conflicting statements in Giulio Regeni case“), tanto da far pensare che in queste ultime settimane – forse anche merito della commissione d’inchiesta sul caso, in azione dal dicembre 2019, e delle scadenze legali che avrebbero finito per far nuovamente slittare tutto – si sia fatto di più che in tutti e quasi i cinque anni dal ritrovamento di Regeni. Il fatto che fosse una scelta politica era indubbio, ma sentire certe dichiarazioni non può che provocare tanta rabbia.

Matteo Renzi, capo del governo il 25 gennaio 2016, interrogato dalla commissione Regeni in Parlamento il 26 novembre, ha affermato di non aver avuto notizia dell’accaduto fino al 31 gennaio 2016 (smentito subito dalla Farnesina, che sostiene essere stata avvisata lo stesso giorno della scomparsa del ricercatore) e che la figura di Al-Sisi non-collaboratore è una leggenda, perché si è prestato subito a cooperare (peccato, però, che tutt’oggi in nessuna perizia o verbale egiziano risultino i segni di tortura sul corpo di Giulio).

Non può che venire in mente quel titolo de La Repubblica il 4 settembre 2017 “Regeni, Alfano: L’Egitto è partner ineludibile dell’Italia“, commentando il ritorno dell’ambasciatore al Cairo al parlamento, ormai sotto governo Gentiloni, ma ben poco cambia. Petrolio ed armi hanno costituito la base di questa diplomazia. Scelte politiche poco coraggiose, che riflettono in primis quanto l’interesse economico prevalga troppe volte sulle questioni sociali e dei diritti umani.

Inoltre, fa capire quanto poco la nostra politica abbia la capacità di scansarsi dalle vecchie risorse energetiche in favore di una reale “transizione verde”, nonché quanto poco rispetti il principio costituzionale dell’art.11

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” favorendo “la pace e la giustizia fra le Nazioni”.

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