Connect with us

Economia

Rcep, dall’oriente con furore

Fortune l’ha definito il più grande accordo commerciale del mondo. L’economia mondiale verrà completamente stravolta nel prossimo decennio da questo patto di libero scambio, con cui la Cina sfida apertamente il sistema statunitense per l’egemonia globale.

Published

on

Il 15 novembre è stata una giornata da cerchiare in rosso sui calendari. La Cina ha firmato con altri 14 Paesi della zona asiatico-pacifica il Regional Comprehensive EconomicPartnership (RCEP). L’accordo è di una importanza strategica straordinaria. Partendo dai numeri: questa area di libero scambio coinvolgerà circa il 30% della popolazione mondiale (2,2 miliardi di persone) e il 30% dell’economia mondiale (oltre 26 triliardi di dollari di PIL). I 15 Stati che hanno siglato questo patto sono i 10 Paesi aderenti all’ASEAN (Association of Southeast AsianNations) cioè Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam, a cui si aggiungono Cina, Corea del Sud, Giappone, nonché Australia e Nuova Zelanda.

Ecco perché l’India non partecipa

Sorprende, ma non troppo, che l’India non abbia preso parte al RCEP, uscendo dall’accordo un anno fa. Le motivazioni sono diverse. Innanzitutto, la politica del Make in India portata avanti dal premier Modi, che punta ad incalzare la Cina: crescita del settore manifatturiero, con relativa crescita di posti di lavoro, trasformando l’India in un centro industriale di importanza mondiale e di conseguenza attrattiva per importanti investimenti stranieri.

Alla luce di questa guerra commerciale con la Cina (a colpi di dazi al 25% per le merci cinesi) l’India ha considerato lesivo l’accordo RCEP: proteggere le proprie industrie dal dumping cinese e i suoi agricoltori dalle esportazioni australiane e neozelandesi. Un secondo motivo, sempre legato al rapporto con la Cina è prettamente geopolitico: proprio in ottica anticinese, l’India si è fortemente avvicinata agli Stati Uniti. La situazione indiana è complessa, ma i 15 Stati aderenti al RCEP hanno lasciato le porte aperte per una eventuale e futura adesione dell’India all’accordo. Vedremo se ci saranno sviluppi da Nuova Delhi.

Le basi per il RCEP risalgono a otto anni fa, al vertice ASEAN a Phnom Penh in Cambogia: i vertici furono concordi per avviare l’iter dei negoziati. Rallentato anche per colpa dell’India, questo iter si è concluso il 15 novembre 2020, dando inizio ad una nuova era. Nel giro di 10 anni, si stima che possa immettere quasi 200 miliardi di dollari all’anno nell’economia globale. I Paesi parti del RCEP entro il 2030 potrebbero passare da rappresentare il 30% del Pil globale al 40-45%. 

Ma concretamente il RCEP cosa comporterà?

Partiamo dall’obiettivo principale: semplificare il libero scambio tra i 15 Paesi con delle tariffe agevolate (si parla di un taglio delle tariffe sui beni scambiati intorno al 90%). Ci sono due parole chiave legate al RCEP: standardizzazione e armonizzazione. Gli accordi bilaterali, con tutte le complessità che ne conseguono, lasceranno spazio a regole comuni per tutti (e in certi casi anche più restrittive).

L’accordo include, oltre alla base di scambi commerciali, anche capitoli relativi ad una maggiore trasparenza legislativa in materia di scambi e di investimenti, nonché ad una comune regolamentazione di un argomento importante come la proprietà intellettuale. A dimostrazione dell’ampio spettro del RCEP, ci troviamo inclusi settori come servizi finanziari, telecomunicazioni e servizi professionali e norme in materia di appalti pubblici e concorrenza. Non va infine tralasciato il capitolo degli incentivi per le aziende che costruiscono la propria catena di approvvigionamento con i Paesi dell’area RCEP. 

Se da un lato si riscontra un positivo approccio verso un tema come quello della privacy legato al flusso dei dati, va anche constatata l’ennesima occasione persa sia in termini di tutela ambientale sia di diritti sindacali: non vengono minimamente menzionati né programmi di sviluppo sostenibile (magari riducendo le emissioni) né un ruolo maggiormente protettivo nei confronti dei lavoratori. 

L’Australia e la tutela dei lavoratori

Proprio in Australia sul tema sindacale si è sviluppato un malcontento in seguito alla decisione di aderire al RCEP: l’Australian Council of Trade Unions (ACTU), il più grande sindacato australiano, ha criticato l’accordo denunciando che “amplierà il potere delle multinazionali e dei blocchi globali in una corsa al ribasso su salari e condizioni per i lavoratori in Australia”. Si teme, in parole povere, che in questo modo verranno favoriti lavoratori stranieri (magari provenienti da Paesi in via di sviluppo) disposti a scendere a compromessi pur di lavorare in Australia, portando il Paese in una spirale di ribasso salariale che potrebbe significare aumento della disoccupazione. Insomma, Australia First

Ad ogni modo, il RCEP potrebbe essere una validissima arma per questi Paesi (Cina in primis) per affrontare e attutire al meglio gli effetti sull’economia della pandemia di coronavirus. Sicuramente il tempismo con cui è arrivata la firma dell’accordo non poteva essere più perfetto, perché infonde sicurezza e trasmette un messaggio positivo (anche agli investitori esteri)che solo camminando insieme si possono affrontare le avversità di un percorso di crescita. 

Non America ma Cina First

Senza dubbio la vincitrice indiscussa viene considerata la Cina. Anche alla luce dell’autogol isolazionista dell’amministrazione Trump: una delle prime iniziative del mandato da Presidente del tycoon è stata proprio uscita dal Trans-Pacific Partnership (TPP),siglato da Barack Obama, ovvero un accordo di libero scambio con altri undici paesi del Pacifico. Una politica votata al neoprotezionismo e paradossalmente, considerando che parliamo degli Stati Uniti, quasi no-global.

In attesa di capire cosa cambierà nelle relazioni internazionali con l’avvento di Joe Biden (e se cambierà qualcosa in maniera significativa, perché per ora sono arrivate solo risposte timide dal neopresidente), la Cina sta cercando di appropriarsi delle praterie lasciate libere (forse con troppa approssimazione) dagli americani. E sarebbero proprio i Paesi del Pacifico i prossimi nel mirino cinese. La Cina si ergerebbe così a campione della cooperazione economica internazionale, mettendo la freccia per il definitivo sorpasso agli Stati Uniti in una gara per la leadership mondiale che oggi appare incerta come mai. 

Pechino ha in mano una vittoria che sarebbe sia economica, sia diplomatica sia sociale.

Ma questa vittoria passa anche dal rapporto con i partner, non sempre idilliaco per usare un eufemismo. Il decoupling cui abbiamo assistito in questi anni da parte dei Paesi emergenti nei confronti dell’economia americana, potrebbe valere anche per la Cina. Gli altri 14 Stati del RCEP non sarebbero così contenti di venire inghiottiti dal predominio cinese e soprattutto la posizione di alleati americani come Giappone, Corea del Sud e Australia sembra quantomeno fragile. Diciamo tra l’incudine e il martello. Da un lato la possibilità di rilanciare l’economia con un mercato di libero scambio, dall’altro lo spettro dell’ingombrante punto di riferimento cinese. 

Opportunità per l’Italia?

Seguendo la strada tracciata con la nuova via della seta, parte della grande iniziativa cinese del Belt and Road, l’Italia sicuramente dovrebbe guardare con grande interesse all’accordo RCEP, considerando che l’export totale in questi 15 Paesi supera i 40 miliardi di dollari l’anno. Se uno degli obiettivi del RCEP è proprio quello di attrarre investimenti e favorire la cooperazione, questa potrebbe essere un’ottima opportunità che l’Italia dovrebbe cogliere per espandersi ulteriormente nei mercati dell’area asiatica.

Del resto, la gestione della pandemia in zona asiatica è stata più efficace e l’economia è già in ripresa quindi non ci sarebbe da sorprendersi se si investisse pesantemente in questi Paesi RCEP. Le eccellenze che da sempre esportiamo, sia nel campo food che nel campo del tessile, potrebbero fungere da motore per rilanciare la nostra PMI, alle corde dopo la crisi economica del 2009 e quella causata dal coronavirus, che troverebbe nuovi partner commerciali e perché no, magari anche una occasione per scambio di know-how.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Nella vita ho abbracciato il masochismo: socialista e tifoso del Bari. Precario a tempo pieno; ho scelto di rimanere al Sud (con tutte le difficoltá che ne conseguono), perché credo fortemente nella rinascita meridionale. Appassionato di politica fin da piccolo, cercherò di affrontare le disuguaglianze sociali trasversalmente parlando di welfare, lavoro, infrastrutture, giovani. “Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”

Trending