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Il prof. Paganini: “Scettico sulle suggestioni, la politica al centro dei prossimi anni negli States”

Il rischio della politica di centro è quello di non ascoltare la voce delle periferie, Pietro Paganini ci ha spiegato uno dei rischi che potrebbero contraddistinguere il mandato di Joe Biden.

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A poche settimane dal voto statunitense, siamo tornati a parlare della stagione che vivranno gli USA. Per analizzare il momento elettorale, e quello che sarà il capitolo Joe Biden, è intervenuto sul nostro sito il professor Pietro Paganini. Noto analista politico, Paganini è Professore Aggiunto alla Fox School of Business della Temple University of Philadelphia, ed è Professore Aggiunto in Business Administration alla John Cabot University di Roma. Ha un dottorato in Comunicazione e Organizzazioni Complesse ed è fondatore e Curiosity Officer del pensatoio che promuove le politiche per l’innovazione e il libero mercato, Competere – Policies for Sustainable Development.

  • Partiamo da un’analisi delle elezioni. La situazione è cambiata molto dopo il Covid-19, è stato fatale per Trump questo 2020…

E’ difficile stabile se la pandemia abbia effettivamente influenzato la scelta elettorale, è certo che il voto per posta è legatissimo al Covid-19. Biden ha prevalso in regioni e stati chiave grazie al voto per posta, e quel genere di voto è arrivato da chi è terrorizzato dal Covid-19.

  • I sondaggi lo avevano annunciato…

I pochi sondaggi corretti che sono usciti da questo periodo sottolineavano che chi votasse Biden avesse come priorità quella della pandemia, e quindi una strategia per uscirne. Mentre Trump era supportato più da chi predilige gli aspetti economici rispetto alla pandemia. Naturalmente ha perso molto a livello di consensi nella gestione del Coronavirus, va capito però se ha perso perché i cittadini hanno voglia che ci sia qualcuno pronto a guidarli fuori da questa crisi pandemica.

  • Che stagione vivevano gli Usa ad inizio 2020?

L’economia americana era al 3% per prodotto interno lordo, la disoccupazione scendeva e aveva messo la Cina al muro. È chiaro che in nove mesi è cambiato molto, seppure l’economia americana non vada così male e ha recuperato molto in occupazione. Penso che Trump non sia uscito sconfitto solo per la pandemia. Penso che i fattori siano stati altri.

  • Ha parlato in passato del ruolo che avrebbero giocato le politiche pubbliche in questo confronto elettorale.

Partiamo dal presupposto che noi facciamo l’errore di vedere le elezioni americane solo ed esclusivamente come un’elezione presidenziale. E’ evidente che tutti e due i candidati hanno avuto una super performance, noi diamo Trump per sconfitto ma è arrivato quasi a 70milioni di voti. Biden ha superato persino Obama, che aveva trascinato l’elettorato attraverso un’onda emotiva. Nessuno ha veramente perso, è evidente che hanno guadagnato tutti e due una marea di voti.

Si è giocato molto sulla polarizzazione, e sullo scontro culturale nell’affrontare le problematiche. Trump ha perso nelle città, non ha guadagnato nelle periferie delle città e ha perso il voto di alcuni repubblicani più intellettuali. Pensiamo al mondo McCain e al voto delle donne che gli si sono rivoltate contro. Ha guadagnato sorprendentemente molti voti delle minoranze, latine ed afroamericane. Questo ci da la dimensione delle analisi sbagliate che spesso facciamo qui in Europa.

  • Hanno vinto i programmi elettorali?

I due non avevano programmi così articolati come in passato. Trump arrivava alla fine di quattro anni in cui quelle riforme che voleva fare le aveva fatte, pensiamo alla riforma fiscale che è stata fatta. Il mondo delle multinazionali veniva protetto, basti pensare che paradossalmente ha sempre difeso le multinazionali del web. Così come tutti i presidenti.  

  • Biden, non è il prototipo che in questi anni era piaciuto alla sinistra. La paura di Trump è stata così forte?

L’accordo culturale è stato chiaro: pur di mandare via Trump, meglio Biden. Però è anche un rischio da parte della sinistra più sinistra, e cioè quello di trovarsi non un presidente dirompente e avverso. Si ritrovano un presidente che è come la Clinton, ma meno della Clinton. Rimane però un presidente dell’establishment. Non dimentichiamo che le prime primarie che Biden fece risalgono al 1988.

Basti pensare che il leader dei conservatori al senato è di fatto l’alter ego di Biden e i due si troveranno molto bene, sono due veterani del senato e hanno vissuto gli ultimi trent’anni della loro vita in quell’organo. Non sono due estremisti, anzi sono due pontieri. Due negoziatori, ed è importante immaginando un senato molto probabilmente repubblicano. Ed anche se dovesse essere democratico, Biden si troverà nella situazione di dover negoziare qualsiasi cosa tranne dove ha potere come Casa Bianca di agire autonomamente. Penso alla questione del clima. Però su tutto il resto dovrà dialogare con i repubblicani.

  • Se dovesse individuare i due temi dei prossimi anni?

Bisognerà capire come il patrimonio repubblicano potrà essere mantenuto senza Trump, mentre a sinistra la domanda è come fare la sinistra con un presidente dell’establishment. Il rischio sono quattro anni di illusioni, con un elettorato che rischia di essere deluso. Bisognerà vedere se Biden riuscirà a riunire la nazione.

  • Succede anche in Europa…

Si anche noi stiamo vivendo lo stesso passaggio. Le democrazie liberali tendono o a cadere nel sovranismo o a cadere in forme ideologiche che però si allontanano dalle logiche del confronto democratico. Appigliandosi a figure come Trump, Salvini e Orban piuttosto che Sanders e Corbin.

  • E’ realistico immaginare che non ci sarà un doppio mandato di Biden. La prossima sarà l’America delle donne?

Non vorrei passare per pessimista, ma voglio essere realista. Noi dobbiamo metter al centro di tutto la politica, e quindi i fatti ad essa connessi. Ho paura che spesso figure come la Harris finiscano per essere o personaggi di potere oppure politici che guidano l’emotività ma mancano di effettività. Questi quattro anni di Biden possono essere anni di unità e quindi di costruzione politica, oppure anni in cui la polarizzazione sarà ignorata dal ritorno dell’establishment. Ho paura che con la negoziazione di centro, le periferie siano abbandonate. E di conseguenze non so quanto queste figure siano in grado di emergere con proposte politiche concrete.

  • Trump è il demone che ci è stato raccontato in Europa?

È sbagliato demonizzare Trump, perché significa non rispettare i suoi elettori. Esiste in America un malcontento diffuso, rispetto alle distorsioni della globalizzazione.

  • Rispetto alla favolistica stagione di Obama

Sì, Obama non ha affrontato i temi più importanti. Andando oltre la riforma sanitaria, non ha affrontato i problemi del lavoro. Oggi la pandemia ci dice che l’automazione in grado di sostituire i lavori sarà lenta. Probabilmente Obama non aveva i mezzi, ha vissuto il nuovo secolo con la mentalità del vecchio secolo.

  • L’ultima presidenza è dunque un capitolo da cancellare?

Trump ha sollevato questioni che nessuno si era permesso di discutere. Per esempio il ruolo delle Nazioni Unite o il ruolo dell’Oms, che con la Cina è stata imbarazzante nella gestione del virus. Leggiamo bene il rifiuto degli accordi di Parigi, senza discutere che uscire da quell’accordo come uscire dall’Oms è un errore. Però sei l’America, puoi impuntarti per delle riforme. Ma se leggiamo bene, nei fatti gli accordi di Parigi sono parole. Trump ha ridicolizzato tutto questo. E’ chiaro che un establishment soffre questo linguaggio.

  • Quindi facciamo i complimenti a Trump?

Assolutamente no. Ma dobbiamo leggere questo personaggio scomodo e antipatico come uno che ha messo in evidenza cose che in fondo i cittadini pensano, e i cittadini non avevano mai avuto possibilità di esprimersi.

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