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Olivia non può giocare a calcio con i maschi e attua la forma più pura di disobbedienza civile

Anche le Azzurre intervengono per permettere a Olivia, bambina di 7 anni, di giocare a calcio con i suoi amici. Nel 2020 non può più accadere.

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La settima scorsa esultavamo per le vittorie del movimento femminile nel mondo calcistico prima con l’arbitro Stephanie Frappart poi con la nomina a vicepresidente dell’AIC di Sara Gama, avevo sottolineato come in una realtà sana e incorruttibile non sarebbero dovute essere notizie ma mi ero detta una cosa: ripartiamo da qui. 

Poche ore dopo i fatti sopra citati, l’Italia sprofonda nuovamente nel solito, continuo, costante maschilismo ottuso e infondato, la peggior piaga della società, un’eterna pandemia di cui non si è mai trovato vaccino, se non uno: l’istruzione.  Più facile a dirsi che a farsi, ci dicono i fatti. 

Il caso di Olivia

Olivia è una bimba di 7 anni di Roma e, come tutte le piccole donne di quell’età, cova, cresce e coltiva diverse passioni. La piccola sognatrice, per qualche dirigente della sua città, ha però commesso un errore: ha sbagliato passione da perseguire. 

Olivia ha alcuni amici maschi con cui gioca a calcio in piazza la domenica, ed è pure parecchio forte. Questi amichetti giocano nel campo di Trastevere della società sportiva Roma Uno, che per i suoi allievi offre diversi sport, dalla ginnastica alla pallavolo. Quando Olivia, emozionata come lo siamo tutte vedendo un sogno che sta per realizzarsi, si presenta al campo romano, quello che vede è una porta sbarrata. Tu qui non puoi entrare, sembra dire. I dirigenti della società hanno cortesemente invitato la mamma della piccola a iscriverla ad altri sport, sport più “da femmina” rispetto al calcio. Alcune fonti (su tutte Alessia Tarquinio, giornalista Sky) addirittura riportano voci secondo cui anche i genitori degli altri piccoli calciatori sono contrari alle squadre miste con la seguente deplorevole giustificazione:

“Abbassano il livello e lo spettacolo”

La forma più pura di disobbedienza civile

“Adoro molto il calcio e sono pure forte ma non capisco perché la scuola sotto casa fa giocare i maschi e non le femmine” 

L’incorruttibilità dei bambini spesso non gli permette di notare il male del mondo, ma di percepirlo semplicemente come “insolito”, e così Olivia risponde al “no” con un gesto semplice ma terribilmente d’impatto. Una bimba di 7 anni ha messo in atto, involontariamente, il gesto più puro di disobbedienza civile che ci possa essere.

Olivia si è presentata tutti i lunedì al campo da calcio, tutti i lunedì si è attaccata alla rete per osservare meglio i suoi amici, tutti i lunedì ha sperato invano di essere finalmente accettata nel rettangolo verde dove sognava essere.

L’effetto delle sue proteste 

La ribellione pacifica di Olivia è stata notata da tutti i presenti e tra i tanti che hanno finto indifferenza, l’allenatore della squadra si è detto contrario alle regole imposte dalla società, lui Olivia l’avrebbe accettata. D’altronde, ricordiamolo, la Ficg negli ultimi anni ha moltiplicato le campagne in favore dello crescita del calcio femminile e, da regolamento, fino ai 14 anni le squadre possono essere miste. Quello di Olivia dunque non è un capriccio, ma una volontà di riconoscimento dei propri diritti. 

Fortunatamente, e chi lo nega merita di leggere storie come questa, viviamo in un’era digitale e finalmente sensibile a temi di diritti e disuguaglianze di genere. La storia della piccola guerriera è infatti divenuta oggetto di racconto di diversi profili social e di numerosi articoli della stampa, su tutti quello di Repubblica scritto da Arianna Di Cori. Così, in poche ore, unità temporale massima per l’era del Web, la storia di Olivia era conosciuta da tutta Italia. 

Le giocatrici Azzurre a sostegno di Olivia 

Il boom mediatico accompagnato all’ondata di indignazione generale verso questa storia hanno reso Olivia un modello per tutte le piccole e grandi sognatrici. Il problema che solitamente caratterizza il mondo dei social è che dopo il grande sgomento iniziale e i lunghi post su Instagram si passi alla storia successiva, senza traslare in azioni le belle parole spese in precedenza. Ecco, in questa storia questo non è fortunatamente successo. 

Le giocatrici della Nazionale italiana femminile sono scese in un campo diverso dal solito ma non meno importante. Hanno espresso solidarietà con Olivia criticando durante i comportamenti messi in atto dalla società sportiva romana e, soprattutto, non l’hanno fatta sentire sola in questa battaglia. Sono state diverse le calciatrici che hanno condiviso le proprie esperienze di discriminazioni subite per affermarsi in quello che in Italia viene ancora, tristemente, ritenuto uno sport maschile. 

“Cara Olivia, purtroppo per noi femminucce, come dice qualcuno, non è sempre facile fare quello che si desidera. È stato così anche per me: quando ero piccola mi chiamavano maschiaccio e mi dicevano che lo sport che noi amiamo non è da ragazze. Ma io non gli ho creduto. E non credergli neanche tu: insisti nel raggiungere i tuoi obiettivi e non permettere a nessuno di mettersi tra te e i tuoi sogni. Se ti piace giocare a calcio, continua a farlo: io ho cominciato a 9 anni e non ho mai smesso. Ho dovuto superare molti ostacoli, ho fatto sacrifici, ma oggi indosso la maglia della Nazionale. La mia passione era il calcio, e niente e nessuno poteva fermarmi. Sii coraggiosa Oliva, il calcio è per tutti”

ALIA GUAGNI

L’epilogo della storia 

Dopo gli interventi di giocatrici di alto spessore, nel tentativo di placare la cosiddetta Shit Storm che gli si era abbattuta contro, la dirigenza della società Roma Uno ha fatto dietrofront. Le femmine potranno allenarsi con i maschi (quanto mi sembra anacronistica questa distinzione…) fino ai 14 anni, come da regolamento. 

Forse a questo punto bisognerebbe esultare, se non fosse che dopo l’happy ending il Comune di Roma ha cercato di attribuirsi il merito per la “vittoria” smentito dalla stessa mamma di Olivia, e la società trasteverina abbia negato ogni tipo di discriminazione. Guai mai. 

Per questo e altri motivi non credo che sia da ritenere affatto una vittoria. Non può essere una vittoria il semplice adempimento ai regolamenti nazionali e il rispetto, l’uguaglianza e la lotta alle ingiustizie. Nel 2020 tutto ciò deve essere garantito a tutti, senza discriminazioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Ricorda qualcosa? Articolo 3 della Costituzione, in vigore dal 1 gennaio 1948. Siamo nel 2020, sono passati parecchi anni ma, a quanto pare, il messaggio non è passato. 

Olivia siamo tutti noi. 

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ciao! Sono Giulia, ho 20 anni e vivo a Modena. Ho iniziato a scrivere per alcune testate giornalistiche occupandomi di sport, mia grande passione, per poi focalizzarmi su attualità, politica e comunicazione. Mi sono sentita dire migliaia di volte che le donne nel mondo dello sport hanno semplicemente una funzione di "accalappia-ascolti". Vivo nell’utopia, che spero non rimanga tale, di rendere protagonista il contenuto di ciò che dico, non l’involucro.

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