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La vignetta della settimana #11

L’attore privato del teatro, il musicista del suo pubblico, l’opera d’arte dell’osservatore attento. Sembra una distopia, ma è soltanto la cultura ai tempi del coronavirus.

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Tra le scansioni temporali della nostra vita, la pandemia ha sicuramente portato quella delle “ondate”: quindi non sta per concludersi soltanto questo pessimo – orribile, nefasto, drammatico – 2020, ma anche la seconda “ondata” italiana. Non si può stare tranquilli, però, perché sia dal punto di vista scientifico che politico siamo già stati messi in guardia da un’imminente “terza ondata”, ed ecco che nuovamente la salute dei cittadini viene lasciata alla retorica ed alle prese di posizione politche.

Natale in casa, Natale coi parenti; nel proprio comune, nella propria regione; fino alla ridicola discussione sulla deroga in base al numero degli abitanti del comune.

In questa baraonda il pensiero non può che andare alla Cultura, in quei luoghi e quelle persone – fruitori ed “attori” – che non vedono ancora una luce alla fine del tunnel, ma che, nonostante tutto, sono continuamente in azione, mettendosi in discussione, ripensando le modalità, escogitando un modo per non restare completamente fermi. Con un ministro dei Beni Culturali che, anziché proporre scelte audaci ed imporsi alle tendenze dell’ormai totalità della politica, accetta di chiudere i teatri ed i cinema ben prima del picco della seconda ondata e, come proposta originale e d’avanguardia, non fa che avanzare una “Netflix della cultura”, o “Netflix de noantri” come la definisce Tomaso Montanari.

ansa – rai – L’entrata con il logo della Rai della sede di viale Mazzini di Roma, 10 luglio 2012. Il CDA nel giorno del suo insediamento ha designato Anna Maria Tarantola alla presidenza. A suo favore si sono espressi sette consiglieri, Antonio Verro si e’ astenuto, mentre la stessa Tarantola non ha partecipato alla riunione. In una lettera, spiega la scelta con motivi di garbo istituzionale e per lasciare al consiglio massima liberta’ di designarla o meno. ANSA/CLAUDIO ONORATI

Unanime la critica a questa ” pseudoimprenditoria “culturale” ” – ancora Montanari – ovvero che il progetto esiste già: si chiama Rai. Certo, forse non la Rai di questi ultimi anni – anche se l’esperienza di Rai Play ha modernizzato la rete, dandogli una nuova veste – ma l’allusione è a quella televisione pubblica che ha visto, tra gli altri, il programma “Io e…” dove artisti parlavano di opere d’arte e si poteva assistere a vere e proprie lezioni, per esempio con Pasolini, Guttuso, Ranuccio Bianchi Bandinelli, che ebbe i mezzi per poter salire lungo la Colonna Traiana.

Insomma, i dieci milioni di euro che si vorrebbero investire per una piattaforma a pagamento potrebbero far ritrovare una valenza culturale alla televisione pubblica, in uno spirito più conforme all’articolo 9 della Costituzione. Non specifico neanche, ovviamente, la tristezza di un’idea che consolidi l’allontanamento fisico dai luoghi e dagli addetti della cultura, al posto di uno strenuo impegno per riportare il prima possibile le persone nei teatro, musei, eventi, cinema. Soprattutto quando questa è fatta da quello che sarebbe dovuto essere il garante dei Beni Culturali a livello nazionale.

La cultura vittima della pandemia

Non è certo questione solo italiana, nella copertina dell’Internazionale di questa settimana un sguardo ai principali paesi europei esprime la drammatica situazione di tutta l’Unione. In Spagna, secondo un sondaggio del sindacato di Union Flamenca – i ballerini di flamenco sono la categoria più colpita – il 42 per cento avrebbe deciso di lasciare la professione. In Svezia, seppur il governo abbia stanziato 200 milioni di euro per far sopravvivere il settore, ben un terzo dei musicisti sta pensando di cambiare carriera , con diversi tecnici del suono costretti a vendere le attrezzature per vivere.

Oltre alle singole persone, poi, ci sono gli enti e le associazioni. Non tutte le situazioni si possono paragonare, ad esempio, per teatri e compagnie teatrali c’è una diversa situazione nell’approssimativa divisione di “stabile” e “indipendente”, fino ad arrivare alla discutibile politica inglese, dove per i finanziamenti la priorità è andata ai “gioielli della corona” (per esempio lo Shakespeare’s Globe).

Insomma, risulta difficile che un governo si preoccupi dell’ambito culturale riconoscendogli un contributo economico ma, soprattutto, sociale. Perché, come in ogni lavoro, oltre al sussidio o al “poter sopravvivere”, c’è la necessità di poter professare.

L’attore privato del teatro, il musicista del suo pubblico, l’opera d’arte dell’osservatore attento. Sembra una distopia, ma è soltanto la cultura ai tempi del coronavirus.

Proprio in questo contesto di cassa integrazione perenne c’è il rischio di allontanarsi dalla professione, perdere membri di un esercito, già coraggioso ad aver voluto credere nella cultura, che adesso si ritrova senza qualunque arma, morale ed economica. Non vogliamo che la decadenza dei Beni Culturali, già in atto prima della pandemia, sia esorcizzata al punto da scambiare delle novità ridicole – come quel presunto Netflix culturale – in una caduta repentina che porti alla disfatta delle nostre Arti ed alla loro tutela. Abbiamo sempre avuto bisogno di fare arte e di fruirne, non smetteremo.

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